martedì 24 ottobre 2017

LA BOLLA DI SAPONE

Partire su una bolla di sapone? E se mai dovesse scoppiare? Proprio quando mi trovo lassù, in alto. Così in alto da non sapere più distinguere le formiche da i miei simili. Pensai, agitandomi durante il sogno. La bolla era così grande e bella, luminosa e scintillante nell’aria fresca di fine giornata. Avevo voglia di entrarvi e al tempo stesso la temevo come la peste. 
Ma la curiosità ebbe la meglio e anche il fatto che, tanto, si trattasse di un sogno, giocò una parte importante nella decisione che presi.
Entrare non fu semplice come pensavo, temevo che scoppiasse anche solo a guadarla, pareva fatta di vetro soffiato, ma era solo il frutto generato da un soffio e da un po’ di sapone nell’acqua. Attesi un istante, fissando il mio riflesso distorto nella parete tonda e lucida, poi feci un passo e chiusi gli occhi. ancor prima di aprirli ebbi la netta sensazione di essere sospesa e infatti, quando li riaprii, mi resi conto di stare già fluttuando a più di dieci metri da terra.
Il sole si stava consumando dietro le colline a picco sul mare e il cielo stava arrossendo, passando via via dal cremisi acceso al viola pallido. E io ero lassù, in cima al mondo, e sorvolavo il tutto a bordo di una enorme bolla di sapone.
Non osai muovermi o toccare le pareti dello strano mezzo volante. Mi limitai a fissare tutto standomene al centro con le braccia lungo i fianchi. 
D’un tratto, leggere leggere si avvicinarono, spinte da un vento debole ma costante, un paio di nuvole argentee, grandi e soffici e bianche nel cielo color lavagna della notte ormai scesa. Mi inghiottirono, o meglio, inghiottirono la bolla con me dentro e ci tennero in ostaggio per qualche minuto, impedendomi di fatto di poter osservare il presepe sotto di me.
Quando passarono, per poi sparire nella nostra scia, il sole splendeva di nuovo, come se in quei pochi istanti si fossero consumate ore, a mia insaputa.
Ero partita da un prato e ora stavo sorvolando una piccola città. Ero una campagnola in una bolla di sapone, venuta da chissà dove e in procinto, a quanto pareva, di atterrare.
Quando toccammo il suolo la bolla rimase immobile ed io chiusi gli occhi immaginando di uscirne, quando li riaprii un refolo di vento mi accarezzò una guancia e intorno a me potei osservare la lunga, interminabile strada che correva, perdendosi alla vista, in direzione di un nord color turchese. 
Al centro si stendeva la striscia gialla di mezzeria e niente altro, un enorme e interminabile nastro asfaltato, completamente deserto. Allora mi volsi indietro e guardai a sud. Il panorama mutò decisamente. La strada continuava anche in quella direzione ma ai lati di essa, adesso, potevo scorgere degli edifici. Alcuni bassi, altri altissimi. L’uno di fianco all’altro. come fratelli diseguali che si tengano per mano durante una parata fantasma.
I primi passi furono incerti. Poi presi a camminare svelta con i piedi nudi, che toccavano l’asfalto intiepidito dal sole. 
Il primo edificio che incontrai nel mio cammino, era basso, con ampie vetrine.
Al piano superiore si aprivano, in fila, finestra alte, tutte uguali e tutte buie. Alcune adorne da tendine bianche altre completamente vuote. Sul marciapiede sostava, a metà del basso edificio, una colonnina da barbiere, a strisce trasversali bianche, rosse e blu. Ma all’interno non potei scorgere anima viva. 
Camminai per un po’ lungo la facciata prima di incontrare un altro edificio, questa volta enorme, di cui non riuscivo a scorgere la fine. Un grattacielo tutto dipinto di bianco, le cui enormi finestre sgombre davano su locali anonimi e disadorni. La cosa che riuscii a percepire, fissando gli interni scabri con la fronte premuta sul vetro fresco degli ambienti a pianterreno, fu la solitudine che albergava nelle stanze vuote. Una unica pianta, una felce, sostava davanti dall’alta parte del vetro, verde e rigogliosa e mi parve indifesa nel silenzio che le vorticava intorno.
D’un tratto udì un calpestio concitato e vidi sfrecciarmi accanto un uomo, tutto vestito di bianco, con un berretto a barchetta dello stesso colore, calcato sulla testa bionda. 
strillai più per lo spavento che per reclamare delle scuse. Ma quello non mi prestò attenzione e continuò a correre. 
“In che razza di posto sono finita?” Mi domandai arrivando in fondo all’edificio.
Una strada non troppo ampia si intersecava con quella principale, su cui io camminavo, e un’altra grande vetrata si affacciava sulla strada con il suo desolato e angusto interno male illuminato. Aldilà del vetro, un telefono nero stava su un ripiano di legno scuro, ricoperto da un panno color arancio. Una fila di luci fioche, intrappolate in lampade tonde sospese ad un soffitto invisibile, sbirciavano l’esterno appena visibili.
Mi volsi a guardare il marciapiede opposto, portandomi una mano agli occhi per proteggermi dal sole che si era fatto feroce. E fu allora che la vidi. Arrivò in un morbido ancheggiare, che proseguì languido fino ad alcuni scalini sgombri, che salivano tra due colonne, mentre la brezza tiepida gonfiava leggermente le tende candide. Indossava un abito bianco fatto di pieghe e di vento ed un cappello a tesa larga, chiaro con una striscia nera, sopra i capelli rossi. Si posizionò sul primo gradino, appoggiò la mano ad una delle colonne, e rimase immobile nelle sue scarpette nere, che lasciavano scoperto il dorso candido dei piedi. 
Provai ad avvicinarmi quando notai, seduto più avanti sullo stesso marciapiede, un uomo in maniche di camicia.  Era un uomo calvo, non troppo vecchio con in faccia un’espressione distante.
Stava fermo, come se si fosse congelato in quella posizione. Così come era rimasta ferma la donna col cappello. 
Camminai ancora in direzione del nulla che si trovava in fondo alla strada. Costeggiai altri palazzi e basse costruzioni, mentre il sole appassiva alla mia destra.
Fui superata da due uomini. Alti, sotto i loro cappelli grigi. Perfetti nei volti sbarbati e affilati. Uno teneva per mano una donna vestita di rosso, e i tre sparirono alla mia vista quando svoltarono in un vicolo scuro, subito dappresso ad un altro edificio tozzo, dalle cui finestre, questa volta, potei scorgere le spalle di una donna con cappello floscio e cappotto. Seduta ad un tavolo tondo. 
Il buio era calato come vernice scura sul mio nuovo mondo. Subito dietro l’angolo una luce debole illuminava la strada. Una vetrata lunga girava l’angolo mettendo in mostra una scena che mi risultò nota. L’uomo col cappellino a barchetta stava appena accucciato dietro il bancone lungo di un bar, con lo sguardo rivolto ad uno dei due uomini che mi avevano superato poco prima. L’uomo teneva una sigaretta tra le dita che pareva non consumarsi, seppur accesa. La donna si guardava una mano e l’atro uomo, che riuscivo a vedere solo di schiena, stava probabilmente pensando di bere il suo caffè.
Un timido tintinnio si fece strada nella mia testa. Un furgone dei gelati arrivava ondeggiando sulla strada principale, potevo sentire i pneumatici stridere sull'asfalto ancora tiepido. Tin tin tin tin... tin. La sveglia mi riportò indietro o forse avanti, dato che il tempo non trascorre a ritroso. Guardai il quadro di fronte al mio letto. I nottambuli di Hopper congelati aldilà del vetro.
Dalla finestra aperta, nell’abbacinante chiarore di una mattina estiva, entrò leggera e scintillante una bolla di sapone. La risata argentina di un bambino si perse nella calura estiva e la bolla scoppiò, trafitta da un aureo raggio di sole.