mercoledì 4 luglio 2012

UNA CONSEGNA PARTICOLARE

Certo la pioggerella estiva che ti picchietta sulla testa, oppure anche un acquazzone di fine estate, con le gocce d’acqua fresca che esplodono al contatto con la pelle arsa dal sole, sono sensazioni piacevoli a cui difficilmente ci si vorrebbe sottrarre. Una pioggia battente che ti inzuppa i vestiti in una sera fredda di inizio novembre, però, e tutta un’altra cosa. Ogni volta la stessa storia pensò Ellis camminando veloce lungo il marciapiede. Con le scarpette nere il cui timido tacco ticchettava veloce sull’asfalto, saltellava di qua e di la, nell’intento peraltro vano, di evitare pozzanghere sempre più grandi. Sperò che almeno le avessero lasciato pochi pacchetti per la consegna di quella sera. E che diamine, era pur sempre una donna. E alle donne, solitamente, si riservava un trattamento di favore. Al diavolo la parità dei sessi, a lei andava benissimo la cavalleria. Le cene a lume di candela pagate dal lui di turno e le porte aperte da perfetti sconosciuti, tutti intenti a mostrare il proprio animo nobile ad una signora. Ma, a quanto pareva, nel suo campo la cavalleria era un bene prezioso quanto raro. Non c’era tempo per smancerie del genere. L’unica cosa che le si richiedeva era fare le consegne del sabato e di farle bene. Raggiunse la stazione quasi di corsa. Il treno era fermo e tutt’intorno era silenzioso e buio. Pareva impossibile che di lì a qualche minuto sarebbe partito. La banchina era deserta, davanti alla locomotiva un uomo in divisa blu con un berretto in testa le faceva cenno di sbrigarsi. Nell’avvicinarsi, come per incanto, i finestrini di ogni vagone si accesero illuminando le sagome di decine di persone che si muovevano all’interno degli scompartimenti tutti intenti a trovare il proprio posto. “Sei sempre la solita, Ellis. Stavamo tutti aspettando te.” “Perdonami Sam. Questa maledetta pioggia mi ha rallentato un po’” “ora sali e prendi posto. Si parte tra meno di un minuto!” La voce di Sam era roca e cavernosa. Ellis pensò che, con l’atmosfera che si respirava in quell’ambiente a quell’ora di notte, chi di dovere avrebbe potuto scegliere con più cura. L’interno del treno era una meraviglia. Sembrava tutto uscito da un vecchio film in bianco e nero. Il velluto rosso che ricopriva le poltroncine era pulito e vivace come se fosse appena stato realizzato. Lungo il corridoio che si apriva tra i sedili un tappeto di un bel colore blu pervinca si allungava fino alla fine del vagone, per riprendere poi al vagone successivo e così via fino alla fine del treno. Piccole lampade di vetro soffiato scendevano dalle pareti divisorie tra uno scomparto e l’altro come diafane campanule. Ogni scomparto comprendeva quattro poltroncine poste le une di fronte alle altre. Tutti i presenti presero posto e nel silenzio più assoluto il treno prese a muoversi. Dapprima lentamente, poi sempre più veloce. Fino a raggiungere una velocità considerevole pensando che si trovavano ancora in città. Le prime volte Ellis ebbe un po’ di timore. Temeva che la velocità fosse troppo elevata. Ma poi, col tempo, capì che non aveva nulla di cui temere. Tutto era a posto e tutto andava proprio come doveva andare. Il viaggio durava sempre quattordici minuti esatti. Quando il treno si fermava, tutti lasciavano il proprio posto e, ordinatamente, raggiungevano le uscite più vicine. Ad ogni uscita si trovava un operatore del treno – gli operatori del treno erano personaggi silenziosi che comunicavano con gesti del capo ed erano preposti alla consegna dei pacchetti- quando Ellis arrivò davanti all’operatore in divisa gialla, sorrise e gli guardò le mani. Tra quelle mani l’uomo stringeva una piccola scatola grigia. Ellis tirò un sospiro di sollievo. Scatola piccola uguale poche consegne. Meno male perché a giudicare dai finestrini bagnati, pioveva anche lì. La scatola era leggera e quando, dopo essersi allontanata dalla stazione, vi guardò dentro vide che c’erano solo quattro scatole: tre nere e una bianca. Non era mai contenta quando le scatole nere superavano quelle bianche. Però era così che andavano le cose, e lei non poteva farci proprio nulla. Che meraviglia gli anni cinquanta. L’aria era frizzante anche sotto la pioggia. Tutto era quieto e rassicurante. le strade erano deserte eppure non aveva il minimo timore di percorrerle. Cercava di camminare sulle punte dei piedi per evitare che il rumore dei tacchi disturbasse la quiete di quel posto incantevole. La prima consegna riguardava un abitazione a pochissima distanza dalla stazione. Questo almeno doveva riconoscerlo. Le fornivano i pacchi disposti in maniera tale che trovasse i luoghi di consegna in ordine di percorrenza. Non aveva mai dovuto girare in tondo o passare più volte per una stessa strada. compiva un percorso quasi in linea retta e lasciava il pacchetto. Tutto lì. La prima consegna avvenne in breve tempo. Nessuno sulla veranda. Finestre buie, nessun cane da guardia in vena di rappresaglie. Pacchetto nero. Stringendosi nelle spalle per il freddo insistente che aggrediva il corpo esile, proseguì il suo cammino ed in poco più di un quarto d’ora, raggiunse la seconda abitazione. Una casupola piccola su un solo piano. Lungo lo steccato il viburno svettava in nuvole bianche che limitavano la vista una volta entrata vide che Il giardino era anch’esso piccolo ma molto curato. Il prato era tosato di fresco e ciuffi di erica coloravano di viola alcuni punti accanto alla casa. infilò la mano nella scatola ed estrasse il secondo pacchetto. Pacchetto nero. Lo lasciò sulla porta di casa e si allontanò assaporando l’odore d’erba tagliata che la pioggia aveva cercato inutilmente di abortire. Cominciava ad accusare una certa stanchezza. La pioggia continuava a cadere come rovesciata da catini invisibili sulla sua testa. Accelerò il passo e con il fiato corto raggiunse la terza abitazione. Questa volta si trattava di un palazzo a quattro piani. Non molto grande ma sicuramente una nota stonata nell’ambiente quasi campestre che aveva attraversato fino ad allora. Il portone d’ingresso era male illuminato da una lampadina che proprio di restare accesa con continuità non ne voleva sapere. Dentro tutto pareva dipinto del giallo opaco di altre lampadine lagnose e poco propense a svolgere il loro lavoro. Tutto faceva pensare ad altri tempi, tempi decisamente più bui. Ma almeno era al riparo dalla pioggia. Prima di salire le scale infilò la mano nella scatola ed estrasse il terzo pacchetto. Sopra c’era riportato il numero 6 seguito dalla lettera F. dato che al piano terreno non si trovava alcun appartamento dovette salire fino al terzo piano per trovare l’appartamento giusto. Ad ogni piano due lunghi corridoi si snodavano a destra e a sinistra del vano scale. E ogni lato ospitava sei appartamenti. Il 6F si trovava alla sua destra ed era l’ultimo in fondo al corridoio. Dall’interno provenivano strepiti sommessi e un suono particolare riconducibile ad un singhiozzo. Quando i rumori si fecero più insistenti Ellis si spaventò e, dopo aver lasciato il pacchetto bianco davanti alla porta, si allontanò di corsa. Di nuovo fuori, sotto la pioggia. Aveva ancora un pacchetto da consegnare. Poi se ne sarebbe tornata al treno e poi ancora a casa. Il quarto pacchetto era una consegna facile facile. Una piccola abitazione incastonata tra altre piccole case, lungo un viale alberato. Le foglie cadute e bagnate dalla pioggia formavano un tappeto molliccio sotto i suoi piedi. Il suono dei suoi passi completamente attutito si perse nella notte mentre dopo aver lasciato il pacchetto nero davanti alla porta verde designata, faceva ritorno alla stazione. Il treno era lì ad attenderla come ogni volta. Avvolto dall’oscurità e da una lieve bruma che all’arrivo non aveva notato. Il capotreno dalla voce lugubre e greve le si materializzò dinanzi e la esortò a prendere posto. Tutto riprese vita, come all’andata. Ai propri posti gli altri consegnatari stavano seduti in silenzio. L’unica cosa che Ellis notò guardandoli meglio era che erano completamente asciutti. Scesa dal treno corse verso casa. sognando un bagno caldo e un bel sonno sotto il piumone color lavanda… Mani forti le afferrarono entrambi i polsi e con una forza ancora maggiore la trascinarono velocemente lungo il marciapiede, poco sotto la sua abitazione. Ellis tentò di dibattersi, come un piccolo pesce all’amo. Ma non fece altro che procurarsi dolore. Quindi desistette dall’intento di liberarsi e seguì docile il suo aggressore. “si metta seduta!” le intimò l’uomo dopo averla condotta in una stanza che lei ben conosceva. “io non prendo ordini da lei!” “Per favore, Ellis. Si sieda.” La voce era quella gentile del signor Haslam. Ellis sbatté le palpebre più volte, un po’ perché infastidita dalla luce forte che c’era nella stanza, un po’ perché non si aspettava di trovare qualcuno sveglio nel condominio a quell’ora della notte e ancor meno, pensava che qualcuno l’avrebbe condotta dentro in quel modo. Dopo pochi minuti di silenzio. Guardandosi intorno smarrita ed infreddolita si accorse che davanti a lei, poggiato sul tavolo a cui sedeva, c’era un vecchio registratore a cassetta, il nastro era fermo. Il marchingegno era spento. Dopo qualche istante l’uomo che l’aveva condotta nella stanza premette un pulsante ed una lucina rossa si accese. “mi dica nome e cognome, per cortesia.” “Ellis Blondett.” “sa dove si trova?” “Sono nel seminterrato del palazzo in cui vivo. Questo è il locale lavanderia, in realtà, ma spesso lo usiamo per le riunioni di condominio.” “cosa faceva in giro a quest’ora della notte?” Ellis spiegò quello che faceva ogni sabato notte da quattro anni a quella parte. Parlò del treno e delle consegne senza mai un esitazione. Il signor Haslam se ne stava in piedi in un angolo e la osservava attentamente. L’uomo sconosciuto, invece, scarabocchiava su un vecchio taccuino con la copertina consunta. “Quindi lei vorrebbe farmi credere che ogni sabato notte esce di qui, eludendo la sorveglianza, per salire su un treno fantasma che la porta indietro nel tempo per effettuare la consegna di stupidi pacchetti a sconosciuti!” “Io non eludo alcuna sorveglianza! Esco di casa e svolgo un lavoro molto importante. E le assicuro che non si tratta di stupidi pacchetti!” “Lei non si trova in un condominio! Questo è un manicomio! Lei è ricoverata in un dannato manicomio!” “Casa di cura” lo corresse il signor Haslam. “Manicomio? Signor Haslam glielo dica lei! Ma di che diavolo va blaterando? Lei è un pazzo!” Ellis era indignata e stupefatta da quanto quell’individuo rude e maleducato le stava dicendo. Il sangue le ribolliva nelle vene pompando nelle tempie e facendole girare la testa. E il signor Haslam, che era sempre così gentile, se ne stava lì impalato e, diavolo, non diceva nulla. “Signor Haslam, per favore dica qualcosa!” “Sono il dottor Haslam, Ellis. Per favore risponda al detective Le Grant.” “Non sapevo che lei fosse dottore, signor Haslam. E perché mai dovrei rispondere a questo maleducato?” L’uomo col taccuino si tolse la giacca evidentemente infastidito dal caldo umido che si respirava in quella stanza e dalle ciarle che quella svitata gli stava rifilando da più di un’ora. Era tardi e voleva giungere ad una conclusione. Sua moglie avrebbe partorito a giorni e ogni istante passato fuori di casa equivaleva ad una lamentela da parte sua. “che mi dice della signora Loomet?” “che dovrei dirle, non è che la conosca poi così bene. Non andiamo granché d’accordo. Lei fa la sua vita, io faccio la mia.” “Oh, lei la fa sicuramente la sua vita. La signora Loomet invece ha smesso di vivere la sua poche ore fa.” “Che vorrebbe dire?” “E’ morta! Qualcuno le ha piantato un cacciavite nella schiena una decina di volte e l’ha lasciata in una pozza di sangue nella sua camera. La stanza 6F. le dice nulla?” Ellis non riusciva a capire perché le dicessero quelle cose. Non riusciva a realizzare che qualcuno fosse morto a pochi passi da lei e non sapeva che cosa intendesse dire con quell’allusione sulla stanza 6F. l’unico 6F che aveva visto quella sera era sul pacchetto bianco della penultima consegna. “Io non so nulla di morti ammazzati e di cacciaviti. Non ho cacciaviti, io. Che cosa sta succedendo qui?” “Ellis. Si calmi. Abbiamo trovato un pacchetto bianco, uno di quelli che lei ama confezionare nella sala degli svaghi al piano di sopra. C’era scritto 6F sopra ed era scritto con quello che pensiamo sia succo di frutta. E’ normale, non vi è consentito l’utilizzo delle penne. Lei scrive con il succo di frutta. Il pacchetto era davanti alla porta della vittima.” “Quale vittima ? ma di che parla? Io ho lasciato il pacchetto bianco davanti all’appartamento 6F. nel 1950. A diversi isolati di distanza dalla stazione. Insomma, come devo dirvelo?” “Non esistono stazioni di treni nelle vicinanze. La stazione più vicina si trova a 15 chilometri da qui. non c’è nulla qui fuori. Non c’è niente di niente.” “in realtà” intervenne il dottore “c’è un vecchio vagone abbandonato a circa due chilometri da qui. potrebbe parlare di quello. Nella sua testa potrebbe trattarsi di un treno. Tutto quello che avviene durante le crisi allucinatorie è vivido e concreto per lei. La signora Blondett è convinta di vivere davvero queste avventure. Per lei è tutto reale.” Ellis osservava il signor Haslam stupefatta con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Un lacrima calda le scese lungo la guancia. Un brivido le percorse la schiena facendola tremare vistosamente. “Ha bisogno di un cambio asciutto e di essere sedata. Non otterrà nulla da lei stanotte.” “Sono le tre del mattino. Fuori imperversa una delle peggiori tempeste degli ultimi trent’anni. Cosa dovrei fare. Tornare a casa, rischiando di finire fuori strada oppure cosa?” “potrebbe dormire qui. una delle celle è libera. Non sarà come stare a casa propria ma è sempre meglio che rischiare un incidente.” L’uomo pigiò il tasto di stop sul registratore. “E va bene. Passerò qui la notte. Ma veda di farmela trovare ben sveglia e collaborativa domattina. Non mi va di passare qui più tempo del necessario!” La cella di Ellis era tutta bianca. Le pareti imbottite le davano una sensazione di calore e familiarità. In fondo quella era stata la sua casa per quattro anni. All’improvviso le luci si spensero. Il tranquillante che le avevano somministrato cominciava a fare effetto. Un sonno leggero le abbassò le palpebre e per qualche minuto cadde in un sonno lieve e sereno. “hai combinato un bel pasticcio, Ellis.” Era la voce roca del capotreno che l’apostrofava da un angolo buio della stanza. Poi fu come se un faretto lo illuminasse dall’alto e l’uomo corpulento nella sua divisa blu con tanto di berretto, prese vita e le si fece accanto. Ellis non lo vedeva bene in volto, ma riconobbe la sua voce. “Di che parli, Sam? Quale pasticcio?” “Ho dovuto rimediare al tuo errore. Hai consegnato il pacchetto sbagliato.” “Quale? Dove?” “il pacchetto bianco al 6F. a quell’indirizzo andava il pacchetto nero.” “Ma, ho tirato fuori il terzo pacchetto, come al solito.” “hai sbagliato itinerario, Ellis. La pioggia ti ha portato fuori strada.” “E’ impossibile.” “Non potrai più effettuare le consegne” “no. Non potete farmi questo. Io ho bisogno di questo lavoro!” “Se vuoi mantenere il tuo posto, devi fare una cosa per noi!” “Cosa, che cosa devo fare?” “Un’ ultima consegna!” “D’accordo. Quando?” “Ora, subito. Tieni la scatola.” L’uomo sciolse i legacci dai polsi e dalle caviglie di Ellis. Le consegnò la scatola che conteneva un unico pacchetto nero. Sopra c’era scritto 7C. Nella cella che gli avevano assegnato, il detective Le Grant si accingeva a coricarsi. Le pareti imbottite erano orrende e gli mettevano addosso un’ansia incontenibile. Ma, se non altro attutivano i rumori. Niente lo avrebbe disturbato. Avrebbe fatto una bella dormita e il giorno dopo avrebbe chiuso il caso. Quella dannata sciroccata avrebbe raccontato tutto e lui se ne sarebbe tornato a casa sua. Il sonno lo accolse poco dopo aver toccato il letto. Prima di addormentarsi si sorprese a pensare a quanto fosse bizzarro dormire nella cella di un manicomio che avesse lo stesso numero del suo appartamento in centro. Ellis camminava a piedi nudi lungo il corridoio dell’ala est dell’ospedale psichiatrico della contea. Erano quasi le quattro del mattino quando raggiunse la cella 7C. lasciò il pacchetto nero sulla porta, poi entrò ad ultimare il suo compito. “Brava ragazza” fece il dottor Haslam togliendosi dalla testa il berretto da capotreno. Percorse il corridoio e scese le scale fino al seminterrato. Tolse la cassetta dal registratore portatile e se la infilò in una della tasche.

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