mercoledì 4 luglio 2012

LA LUNGA NOTTE DI BENTLEY CLARK

Quando aprì gli occhi, le ombre nella stanza si erano allungate sul muro di fianco al suo letto. La stanza era immersa in una sorta di crepuscolo umido e sepolcrale. Da qualche parte la voce di Dinah Washington cantava west side baby, il tocco della pioggia sui vetri fungeva da metronomo. Alzandosi dal letto si accorse di essersi addormentato con tutti i vestiti addosso. Si mosse nella stanza offuscata dal sonno appena trascorso per raggiungere la finestra, pioveva a catinelle. Una vera scocciatura. Si passò una mano sulla barba ispida, era stanco e lo stomaco non la finiva di mugugnare, sentiva le ginocchia doloranti e per tutto questo maledisse il tempo da lupi che lo aspettava fuori. Incespicò un paio di volte nel raggiungere l’attaccapanni, imprecò sottovoce, domandandosi per quale motivo lo facesse così piano, poi infilatosi l’impermeabile e calcatosi il cappello sulla testa aprì la porta e lasciò il piccolo appartamento. La voce di Dinah galleggiava per il corridoio come nebbia, era lontana, non avrebbe saputo dire se in termini di tempo o di spazio. Ora però non aveva tempo di fermarsi a riflettere sulla musica, aveva una sola cosa in testa. Scolarsi una bottiglia in santa pace. O no, non era un alcolista. Aveva sempre controllato il bicchiere. Solo, alcune volte, come quella sera, gli andava di bere e non c’erano molte cose a questo mondo in grado di convincerlo a non farlo. Arrivò all’ascensore, puntualmente fuori servizio. Infilò le scale, passando attraverso una porta sgangherata, con simboli incomprensibili disegnati sopra. Maledetti ragazzi. La luce nel vano scale era debole e tremolante in alcuni punti. Tutto il locale puzzava di qualcosa di indefinito, un misto di urina e ammoniaca o forse era solo urina. Non era facile da stabilire e nemmeno così importante. In fondo alle scale sentì alcune voci, forse erano in due. Rimase immobile sull’ultimo gradino prima dell’inizio dell’ultima rampa. Si appiattì contro il muro, le voci si fecero più fievoli, uno dei due sghignazzò di gusto e si allontanò quel tanto che bastava per sparire definitivamente dalla sua visuale. Bentley Clark era un investigatore privato. Lo era diventato dopo aver lasciato la polizia, più o meno dieci anni prima, nel ‘39. I traffici della polizia corrotta della sua città non facevano per lui. Aveva trovato un socio scaltro e una segretaria carina ed insieme avevano messo su un ufficetto coi fiocchi in centro. La paranoia era arrivata col tempo, ed era cresciuta fino a sfiorare la malattia mentale quando, due anni prima, Gordon Camier, gli aveva sparato in un vicolo. Gordon Camier era un uomo dall’aspetto tranquillo. Di bassa statura e corporatura minuta. Conduceva una vita agiata in un quartiere per ricchi alla periferia della città. Aveva moglie e due figlie ed un amore smisurato per le bionde. Non riusciva proprio a starne lontano e quando Clarks, ingaggiato dalla moglie lo scoprì, semplicemente gli rovinò la vita. La signora Camier lo pagò fior di quattrini. Il signor Camier, invece, lo ripagò col piombo di un proiettile in pieno stomaco. Sarebbe morto se non fosse stato per Pluto: Quella sera Pluto aveva tutte le intenzioni di far impazzire il suo padrone. Oh era sua abitudine dimenarsi e latrare fino allo sfinimento in diversi momenti della giornata, ma quella sera si stava impegnando più del solito. Fuori diluviava e Charles, il padrone di Pluto, davvero non ne voleva sapere di lasciare le sue pantofole calde e soffici per infilare gli scarponi da pioggia ed uscire col suo cane. Ma Pluto era più cocciuto di un mulo, se non fosse stato per l’impossibilità genetica di tale evenienza, si sarebbe domandato se non ne fosse un discendente, del mulo. Seduto di fronte alla porta di casa, grattava con la zampa ad intervalli regolari, poi si fermava per due minuti esatti per ricominciare puntuale come un orologio. Voleva uscire e voleva farlo a tutti i costi, l’esaurimento nervoso del padrone era un’ evenienza che, certamente senza intenzione, aveva considerato con cura. “D’accordo, cagnaccio. Mi farai impazzire uno di questi giorni!” Charles raggiunse la porta con ai piedi gli scarponi, indossò il cappotto e la sciarpa e mise il guinzaglio al suo cane che non smetteva di saltellargli intorno in preda ad euforia incontenibile. “spero tu abbia le tue buone ragioni per farmi uscire con questo tempo!” E le buone ragioni il povero Pluto le aveva davvero. Doveva liberarsi vescica e intestino cosa che fece precisamente in quest’ordine. Mentre tornavano a casa, Pluto si arrestò all’improvviso. Con il muso bagnato puntò l’interno buio di un vicolo e cominciò a guaire. “Che diavolo ti prende adesso?” Charles cercò di tirarlo via, ma quello proprio non ne voleva sapere. Continuò a lamentarsi e tirare verso il vicolo. All’ improvvisò smise di lamentarsi e piegò la testa su un lato, poi sull’altro. Con le orecchie tese e lo sguardo fisso al vicolo. “Aiutatemi. Aiuto. Aiut..” questa volta Charles sentì quello che il suo cane sentiva da diversi minuti. Si addentrò nel vicolo per un paio di metri e vide il corpo di Bentley Clark disteso di traverso con le mani sull’addome. Quindi Clark odiava la corruzione, i calzini a quadri ed il tabacco nazionale ma, decisamente non odiava i cani. Fuori pioveva con costanza. Lasciò l’edificio senza fare troppo rumore e s’incamminò sotto la pioggia. Il bar di Clothis non era molto distante. Ma quella dannata pioggia ed il freddo umido che generava lo rallentavano parecchio. La fame si fece più intensa, ma la voglia di un goccio era la cura a qualsiasi male. Con quell’idea in testa avrebbe sopportato qualsiasi angheria da parte del suo stomaco. Non si accorse subito del pedinamento, fu solo dopo mezzo chilometro di cammino che lo notò. Lo vide di sfuggita, ma era sicuro che stesse seguendo proprio lui. Era un uomo alto con indosso un impermeabile. Cosa di poco conto dato che anche lui ne indossava uno e, visto il tempo di quella sera, non c’era molto di cui sorprendersi. Camminava lento e si eclissava ogni qualvolta Clark si voltava a controllare. Decise di non farsi prendere dal panico. Magari era solo un’impressione. Forse nessuno lo seguiva. Clothis non era lontano. Bastava camminare ancora un po’ e.. Accidenti ! mormorò all’insegna spenta e alle porte sbarrate. Chiuso. Si voltò e con lo sguardo ispezionò la via. Non c’era nessuno. Forse poteva trovare un altro bar. Si, quella zona era famosa per i bar. Camminò lungo un viale, ai cui lati si snodavano lucide vetrine buie. Fu allora che si accorse nuovamente di essere pedinato. Il cuore gli balzò nel petto come se cercasse di risalire la trachea e di spuntargli in bocca. Cercò di allungare il passo e questo non fece altro che accrescere l’affanno che già gli attanagliava il petto. Gli occhi gli lacrimavano per lo sforzò. Aveva i piedi completamente bagnati e gelidi, proprio come le mani, illividite dal freddo. Quando ormai temeva che l’inseguitore potesse raggiungerlo vide l’insegna di un bar dall’altra parte della strada. con una ritrovata energia affrettò il passo e raggiunse il locale. Un brusio fumoso lo accolse al suo ingresso. L’odore del fumo di decine di sigarette accese si mescolava al tanfo di birra stantia e noccioline rancide. Quello era il posto per lui. Era lì che voleva essere, proprio lì. Si voltò a controllare che l’uomo non lo avesse seguito nel locale. Non era così. Pensò che non avrebbe avuto problemi. Si sarebbe scolato un paio di bicchieri, e avrebbe atteso. Magari quello si sarebbe stancato di aspettare e se ne sarebbe semplicemente andato. Magari nemmeno lo seguiva. La sua paranoia, di tanto in tanto, gli giocava brutti scherzi. Ordinò un bourbon e lo scolò alla salute del reverendo Craig. Il reverendo Craig fu, probabilmente, colui che diede il nome al distillato nel lontanissimo 1749. Dove lo aveva sentito? Mah, non se lo ricordava di certo. Il liquido infuocato gli bruciò la bocca e scese come lava fino allo stomaco, facendogli lacrimare gli occhi. Sentì la testa leggera e la vescica piena. Aveva bisogno di un bagno. Si alzò barcollando leggermente e si diresse verso una porta minuscola che recava la scritta restroom. Una volta espletato l’impellente bisogno uscì per riprendere il suo posto al bancone. Fu allora che lo vide. L’uomo di prima, il suo inseguitore. Questa volta lo vide meglio, stava a pochi passi da lui. Nonostante il cappello ancora calcato sulla testa, notò che non era più giovanissimo. Aveva rughe profonde ai lati della bocca tesa in una fessura scura. Gli occhi erano celati dalla falda del cappello ma poteva intuirne l’intensità dal modo in cui pareva fissarlo. Per un momento si sentì smarrito. Poi tornò al bancone e ordinò un altro bourbon. Lo scolò d’un fiato e poggiò rumorosamente il bicchiere sul bancone. “Avete un telefono qui?” chiese al barista. Quello fece un segno di diniego col capo, in quel momento Clark vide l’uomo dietro di sé, riflesso nello specchio dietro al bancone. Si alzò di scatto getto un paio di banconote sul banco del bar e scivolò verso l’esterno. Non seppe che altro fare se non raggiungere l’abitazione del suo socio, Gregory Sykes. Si rimise in cammino sotto la pioggia che andava appiccicandosi dappertutto. I calzoni ormai erano fradici, il cappello aveva praticamente smesso di fare il suo lavoro e cominciava a sentire l’umidità sulla testa. Con il passo malfermo per l’alcool ingerito a stomaco vuoto, s’incamminò verso il quartiere in cui Sykes viveva. Con tutto sé stesso sperò che non fosse con una donna. Quando Greg aveva una donna per le mani non esisteva per nessuno, era irrecuperabile. I lampioni assolsero il proprio compito fino ad una delle strade che Clark avrebbe dovuto imboccare. In quella strada funzionava un solo lampione su quattro. La luce era debole e giallognola. Gli ricordava quel dannato vicolo, e aveva un uomo alle spalle. Ma che diavolo voleva da lui? Se avesse voluto ucciderlo quello sarebbe stato il momento migliore. Ma si era fatto vedere nel bar vicino a lui, lo aveva seguito per parecchi isolati. insomma avrebbe voluto gridare che diavolo vuoi tu da me? ma non aveva il coraggio di fare nulla. L’unica cosa che riuscì a fare fu voltarsi e osservare la strada deserta dietro di sé. Dove si fosse nascosto questo proprio lo ignorava. A quel punto però non aveva altra scelta che proseguire e raggiungere l’appartamento di Sykes. Diavolo, non aveva nemmeno portato con sé la pistola. Si tocco il fianco e si accorse di avere solo la fondina. Perché diavolo l’aveva indossata se non aveva portato l’arma? Poi rammentò che la fondina l’aveva addosso quando di era addormentato. La pistola doveva trovarsi sul suo comodino. Al buio, nella sua stanza da letto. Molto utile pensò. Con passo svelto sotto la pioggia battente che non accennava a smettere di cadere, attraversò la via semibuia. Il ticchettio delle sue scarpe sulla strada era attutito dallo scrosciare della pioggia. Arrivò a destinazione col cuore in gola. Guardò verso la finestra e con sollievo notò che era illuminata. Sykes era in casa ed era ancora sveglio. Il sorriso gli morì sulle labbra quando vide una seconda figura muoversi dietro le tende. Una donna. Accidenti, non poteva presentarsi a casa dell’amico in quelle condizioni riferendo di essere inseguito nella notte da uno sconosciuto. Che, peraltro, non aveva più visto. Lo avrebbe fatto rinchiudere all’istante. Fece qualche passo in direzione del palazzo ma ci ripensò. Poi pensò a Bonnie. La loro segretaria. Con lei aveva avuto una tenera amicizia che era culminata in un bacio e che si era dissolta in una primavera calda di due anni prima. Forse Bonnie era a casa. Forse poteva andare da lei. Si volse con lo sguardo che gli sfiorava i piedi fradici e s’incamminò nella direzione opposta a quella da cui era venuto. I lampioni tutti accesi gli diedero un po’ di coraggio. Nelle automobili posteggiate ai lati della strada intravide con la coda dell’occhio la figura scura e lucida di pioggia del suo inseguitore. “si può sapere che vuoi da me?” urlò voltandosi alla strada deserta. Stupefatto sgranò gli occhi. Non poteva essere sparito così. Dove era finito. Stava impazzendo? No. Era solo stanco e anche un po’ ubriaco. Girò su sé stesso e riprese il cammino. Un lieve chiarore andava gonfiandosi all’orizzonte. Il buio della notte andava via via esaurendosi per lasciare spazio alla luce. L’odore di foglie bagnate si fece nauseante. Stava pensando a Bonnie, alle sue labbra color ciliegia. Al suo sapore dolce e fresco. Bonnie, col vestitino rosso a pois bianchi sulla gonna. Bonnie con le scarpette ticchettanti e gli occhi nocciola grandi sopra il nasino pieno di lentiggini. Bonnie… “Eccolo laggiù. Sapevo che lo avremmo trovato qui!” L’alba venuta alla luce nella pioggia era pallida e lugubre. Bentley Clark se ne stava in piedi con un mano poggiata su una pietra tombale grigia, alta circa un metro e venti. “Signor Bentley?” “Si?” “Sono Gosmah, mi riconosce?” Clark guardò il suo interlocutore con attenzione ma non lo riconobbe affatto. “Ora dobbiamo andare. Il signor Sykes l’aspetta.” “Lei conosce Greg?” “Certo che lo conosco. Ho lavorato con lui tempo fa. Conosco anche la signorina Bonnie.” “Bonnie? Mi porta da lei adesso?” “Certamente. Venga mi dia il braccio, l’accompagno.” I due infermieri si allontanarono sostenendo un uomo anziano, fradicio di pioggia. Sulla lapide di pietra in un’immagine scolorita dal tempo, il viso avvizzito di Bonnie sorrideva rigato di pioggia. BONNIE PATRICIA HANCOCK 1927 - 1985 La casa di cura era un edificio grigio e di forma cubica. Le finestre erano quadrati scuri e anonimi. Clark camminava in mezzo ai due infermieri. Quando furono quasi sulla porta d’entrata un’infermiera sulla cinquantina uscì ad accoglierli. “Era al cimitero?” domandò scuotendo il capo alla vista dell’uomo. “Si. Come l’altra volta.” “Ha bevuto?” “Direi di si.” “Portatelo di sopra” Samuel, l’infermiere più anziano, tolse il lucchetto dalla porta dell’ascensore, e aiutò l’anziano a salirvi. All’interno sul lato opposto all’entrata un cartello avvisava il personale di chiudere le porte dell’ascensore al fine di evitare che i ricoverati lo utilizzassero per muoversi nell’edificio ed allontanarsene. Una volta nella sua stanza, lo aiutarono a spogliarsi, scuotendo il capo alla vista della fondina vuota sul fianco scheletrico. Gli fecero indossare un pigiama asciutto al posto di quello bagnato che aveva addosso e fecero per farlo sdraiare a letto. Passando davanti allo specchio l’uomo sbarrò gli occhi in preda al terrore “Eccolo!” urlò. “Chi?” domandò l’infermiere trasalendo per l’urlò inaspettato. “l’uomo che mi stava pedinando l’altra notte!” L’infermiere sorrise lievemente e passando un braccio intorno alle spalle del vecchio gli disse gentilmente : “io vedo solo lei riflesso nello specchio” “Me? io non sono quel vecchio!” “Temo di si, signor Bentley. Temo di si” La signora Washington riprese a cantare, le note di am i askin too much si persero nei corridoi male illuminati. E nella mente di Bentley Clark gli anni quaranta ripresero vita e con loro tornarono in vita Bonnie e Sykes. Il vecchio malato di Alzheimer nello specchio scomparve per lasciare il posto a Clark Bentley, detective privato.

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