lunedì 28 maggio 2012

DARE E AVERE

Quando mi svegliai, quella mattina, con la bocca impastata e le gambe intorpidite, non mi sarei mai aspettato che la giornata potesse concludersi in maniera diversa dal solito. Un giro di bevute nei bar più infimi del quartiere, con perfetti sconosciuti interessati più al mio portafoglio che alle ciance sulla mia giovinezza sfrenata. Se ne stavano tutti li, ogni sera la stessa storia, con la stessa faccia grigia ad annuire a tutto quello che dicevo. Con gli occhi annacquati dall’alcool di pessima qualità che puntualmente ci veniva servito in bicchieri che, dubito, avessero mai visto acqua calda e detersivo. Queste erano le mie serate da qualche anno a quella parte. Poi, con le ossa rotte da un materasso vecchio e bitorzoluto, mi misi a sedere sul letto, infilai i piedi nelle scarpe slacciate, inforcandole a mo’ di ciabatte e mi trascinai nel bagno. Lo specchio mi restituì, come sempre del resto, l’immagine cruda e volgare di un perfetto alcolizzato di mezza età. Pelle cerea, occhi arrossati con il cristallino appannato, ed una dentatura malandata che produceva un effetto devastante sul già fin troppo devastato aspetto della mia persona. Dove mi fossi perso non riuscivo proprio a ricordarlo. Era stato da qualche parte, in fondo a qualche vicolo buio o nel bagno fumoso di uno dei tanti night-club che ero solito frequentare. Non lo so, davvero. Quando uscii dal bagno, la vidi. Una busta giallognola, di carta spessa e di dimensioni considerevoli. Non si erano nemmeno presi la briga di spedirmela, evidentemente non valevo nemmeno il costo di un francobollo. Me l’avevano infilata sotto la porta, chissà quando. Con le mani che tremavano, non certo per l’emozione , raccolsi la busta, era pesante. l’aprii non senza difficoltà e lessi quello che era scritto sul biglietto di cartoncino che conteneva: E’ ORA DI TENERE FEDE AL PATTO. ALLE SETTE DI QUESTA SERA ALL’ANGOLO TRA GREENWICH AVENUE E LA SETTIMA SUD. PREGO, INDOSSI UN VESTITO DECENTE E PORTI IL CAPPELLO. IL SUO MANCATO ARRIVO COMPORTERA’ CONSEGUENZE TRAGICHE. Tenere fede al patto. Quale patto? No, non se ne parlava proprio. Io avevo altro da fare quella sera. A quell’ora sarei stato sicuramente sbronzo e dimentico della mia squallida vita. Però un momento, pensai, magari si beve gratis. Chi lo sa. Magari per una volta mi sarebbe andata bene. O magari no. Che voleva intendere con conseguenze tragiche? Un brivido si impadronì della mia spina dorsale e la percorse a suo piacimento per qualche secondo. Non avevo un’idea chiara di cosa significasse ma, devo ammetterlo, non avevo una bella sensazione. La giornata trascorse tra il divano disfatto, che campeggiava in salotto, ed il letto. Non mangiai molto, avevo lo stomaco sottosopra. Ero vistosamente sottopeso, ma continuavo a ripetermi sempre che era meglio essere magri che grassi. Fa male alla salute l’obesità. Mi viene da ridere a questo mio pensiero. Ero un alcolista da così tanto tempo che nemmeno mi ricordavo da quanto non passavo una giornata pienamente sobrio. L’alcool mi ucciderà, pensai ed io ne ero perfettamente consapevole. L’unica entrata che avevo veniva da un piccolo appartamento che tenevo affittato in centro. Me lo lasciò mio padre, alla sua morte, quasi vent’anni prima. E’ l’unica cosa buona che abbia fatto per me da quando sono nato. Anche lui amava il bicchiere e anche la cinghia, ma questa è un’altra storia. All’arrivo del crepuscolo mi rasai per bene e indossai l’unico abito buono che possedevo. Un vestito grigio con lievi sfumature verdi che acquistai tanti anni fa a Londra, in uno dei miei tanti viaggi alla ricerca del divertimento. Il cappello era classico di colore grigio, lo calcai sulla testa e mi tirai dietro la porta di casa. Ero in anticipo. Lo sono sempre stato. Non è mai stata mia abitudine arrivare tardi agli appuntamenti. Greenwich avenue era poco affollata anche perché da qualche minuto aveva cominciato a piovere. Immaginatevi un uomo come me, stretto nel suo unico vestito buono, intento a cercare riparo dalla pioggia per non rovinarlo. Una scena tanto ridicola quanto malinconica. Stavo riflettendo sul fatto che, nonostante tutto, quel giorno non bevvi molto. Ero ancora in pieno possesso delle mie facoltà e tremando per il freddo improvviso me ne stavo sotto un’insegna scolorita ad attendere l’arrivo di chissà chi. Alle sette in punto, ne sono certo perché in quel momento suonarono le campane di almeno due chiese nelle vicinanze, un uomo apparve alla mia sinistra e mi tese la mano : “signor Crowd. Felice di conoscerla. Mi segua per favore.” La voce di quell’uomo mi mise i brividi. Aveva qualcosa di familiare, ma non avrei saputo dire cosa. Non in quel momento almeno. “Seguirla dove, mi perdoni?” “Be’ , intanto al riparo da questa pioggia. Non vorrà arrivare scolo all’appuntamento.” “Credevo fosse questo l’appuntamento.” “Oh, no. Mio caro signor Crowd, questo non è il vero appuntamento. Mi segua prego.” “E se non volessi farlo. Insomma, non so nemmeno chi lei sia. Dove mi sta portando?” “In un posto che le sarà sicuramente congeniale. E poi, ricorda il biglietto che ha ricevuto? Se non verrà con me le conseguenze saranno tragiche” “E chi le procurerebbe queste conseguenze, lei?” L’uomo si volto verso di me, e con tutta la serenità del mondo rispose: “può scommetterci!” Non so per quale motivo, ma quella risposta sul suo viso smunto, sotto capelli ispidi e biondicci che parevano fili ritti, Il modo pacato in cui si voltò e la luce che aveva negli occhi mi misero addosso una paura del diavolo. Non potei ribattere, perché in qualche modo sapevo che non stava scherzando, non stava scherzando affatto. Vedendo che non ebbi a ribattere nulla sorrise e si voltò. Riprendemmo a camminare, lui davanti con un’andatura spedita e gagliarda. Io, subito dietro, con il capo chino e le gambe che mi dolevano per uno sforzo sciocco al quale, però, non ero più abituato. Proseguimmo per parecchi isolati. la pioggia continuava a cadere sottile e appiccicosa. Avevo il viso madido e le scarpe umide. Ma, in qualche modo, il mio vestito buono era quasi del tutto asciutto. D’un tratto arrivammo in una strada stretta e male illuminata. Non era trafficata se non da noi due e su entrambi i lati si aprivano vetrine molto grandi con contorni di legno dipinto di verde. All’interno si potevano distinguere locali bui e deserti. Qualche mobile sgombro, una cassa per i conti. Voltammo sulla sinistra. E subito dopo entrammo in una tavola calda. All’interno la luce era accecante. Un bancone di legno massiccio percorreva tutto il perimetro del locale. Sgabelli tondi si ergevano dal pavimento e seguivano il bancone nella sua lunghezza. L’uomo che mi aveva accompagnato fin lì si tolse il soprabito scuro e passò dall’altra parte del bancone con un cappellino bianco in testa e in dosso una casacca dello stesso colore. Notai una piccola porta gialla sulla parete di fronte a me, con un pertugio quadrato che doveva nascondere chissà quali segreti. Al convergere della vetrina con la stessa parete stazionavano due grossi contenitori fatti di quello che, pensai, fosse alluminio. Alla distanza di un metro circa gli uni dagli altri si trovavano piccoli agglomerati che comprendevano contenitori per sale e pepe e tovagliolini. Mi aspettavo che, da un momento all’altro, mi servissero un caffè caldo con una fetta di torta di mele. Invece la campanella alla porta trillò e qualcuno entrò nel locale facendo ticchettare i tacchi di piccole scarpe rosse sul pavimento di legno chiaro. Mi voltai a guardare: si trattava di una donna alta con lunghi capelli rossi che le ricadevano dietro le spalle. Sul lato sinistro della fronte aveva una forcina o qualcosa del genere che le teneva ferma una abbondante ciocca e con sé portava solo un’aria malinconica, che la rendeva incredibilmente bella. Indossava un vestito rosso con le maniche corte ed una generosa scollatura. Non feci in tempo a salutarla che subito la campanella trillò nuovamente. Questa volta entrò un uomo. Distinto, dai modi affettati e con un viso tagliente adombrato da un cappello che differiva dal mio, solo per una banda nera che, ahimè, io non avrei potuto permettermi. L’uomo non disse nulla, andò subito a sedersi di fianco alla donna. Io stavo di fronte alla parete, loro di lato. Eravamo tre perfetti sconosciuti, in un dinner troppo illuminato presidiato da un uomo mefistofelico vestito da gelataio. “Signori. Posso offrirvi un caffè?” chiese l’uomo che mi aveva condotto fin lì. Annuimmo tutti senza emettere alcun suono. “perfetto!” Ad ognuno fu servita la sua tazzina di caffè. “ora che ci siamo tutti, vi spiegherò di che si tratta” La nostra attenzione si spostò dal fondo scuro delle tazzine vuote, al volto del nostro interlocutore. “Siete qui per pagare un debito” “io non ho debiti!” protestò l’uomo improvvisamente sprovvisto del suo atteggiamento audace. Con un cenno della mano, l’altro lo zittì. Poco dopo riprese a parlare: “Non dovete interrompermi. Sono io qui a parlare. Voi, dovete solo ascoltare. Ci siamo intesi?” Annuimmo ancora, questa volta senza proferire parola. “Ognuno di voi, dicevo, ha un debito. Avete un vecchio debito con me. e’ da molto che aspetto di riscuotere quanto pattuito. Ricordate? Mi avete chiesto aiuto ed io ve l’ho dato. Ora sono qui per riavere quanto mi appartiene.” “Ma, di che sta parlando?” domandò la donna con voce flebile lisciandosi una ciocca di capelli. L’occhiata dell’uomo dietro il bancone mi mise i brividi addosso. Deglutii con forza producendo un rumore sordo e fastidioso che tutti udirono ma che parvero ignorare. “Tu volevi l’amore, ricordi? Hai firmato un contratto con me per averlo! Io ti ho accontentata e ora voglio qual che mi appartiene!” la voce tuonò rimbombando come se all’improvviso quel locale modesto si fosse trasformato in un grande teatro nero. “Tu hai desiderato la ricchezza e la fortuna. Io ho fatto in modo che tu avessi quello che avevi chiesto ed ora sono qui per riscuotere quel che è mio di diritto!” Poi si voltò nella mia direzione, sapevo cosa stava per dire. Io avevo desiderato vivere una vita all’insegna del divertimento e della sregolatezza, essere libero da qualsiasi impegno sentimentale, perché volevo avere quante più donne possibile. Di una non me ne sarei fatto nulla. Ero giovane, dannazione. Ero un ragazzino. Stavo fantasticando su Sandra Carrera, una vicina di casa poco più grande di me. avevo solo diciotto anni e desideravo più di ogni altra cosa che le ragazze mi trovassero carino e che desiderassero passarlo con me il tempo, anziché a ridacchiare e pettinarsi i capelli tra loro. Era il 1919 e il mondo era ancora ingenuo, io ero un ingenuo. Quando tentai di baciare Sandra, lei corse dai genitori e suo padre mi bastonò per bene. Mio padre fece altrettanto e da quel momento decisi che non volevo una sola Sandra, ne volevo cento, mille! E volevo fuggire, volevo che la mia vita fosse diversa, spensierata. Fu poco dopo che incontrai il signor Videl, che a pensarci ora potrebbe essere l’anagramma di un’altra parola. Mi disse che poteva offrirmi quello che volevo, disse che viaggiava per l’America per aiutare le persone come me. allora pensai che doveva trattarsi di un commesso viaggiatore, che stupido. Mi fece firmare un contratto. “Che cosa le devo?” gli domandai. “Oh, nulla che debba servirti più di tanto, visto il desiderio che hai espresso!” Era la mia anima che gli dovevo. E ora era lì per prendersela. “Il mio amore è morto in guerra.” Esplose la donna gettando la testa sul bancone e lasciandosi cogliere dai singhiozzi. “Le mie ricchezze mi hanno lasciato arido e senza amore. Non ho nulla, solo il mio conto in banca!” Sbottò l’altro uomo. “Io ha sperperato tutto nella mia vita di dissolutezza e sono diventato un alcolizzato con una vita senza più donne e, senz’altro, senza alcun divertimento.” “io vi ho dato quello che mi avete chiesto. Voi l’avete perduto e ora non avete più nulla per cui vivere! E’ per questo che sono qui. la vostra anima non vi appartiene più da tempo. E’ sempre stata mia. Dal momento che avete firmato il contratto. Ora un altro fortunato individuo ha chiesto i miei servigi ed io ho bisogno di voi per realizzare il suo desiderio!” “povero sventurato” gemette la donna. “Se si può chiedere, qual è il desiderio che ha espresso?” “Vuole dipingere un quadro che rimanga nella storia. Che tutti ricordino. Che tutti conoscano. E ha questa scena in mente.” “Dovremmo fare i modelli per un quadro?” Domandai esterrefatto. “Oh no, mio caro signor Crowd. Voi sarete il quadro!” E tutto si congelò nel momento stesso in cui quell’essere odioso pronunciò quelle parole. VOI SARETE IL QUADRO! Questa frase mi torna alla mente in continuazione, mentre passo l’eternità standomene seduto al bancone di una tavola calda. Non mi si vede nemmeno in faccia.

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