mercoledì 4 luglio 2012

LA LUNGA NOTTE DI BENTLEY CLARK

Quando aprì gli occhi, le ombre nella stanza si erano allungate sul muro di fianco al suo letto. La stanza era immersa in una sorta di crepuscolo umido e sepolcrale. Da qualche parte la voce di Dinah Washington cantava west side baby, il tocco della pioggia sui vetri fungeva da metronomo. Alzandosi dal letto si accorse di essersi addormentato con tutti i vestiti addosso. Si mosse nella stanza offuscata dal sonno appena trascorso per raggiungere la finestra, pioveva a catinelle. Una vera scocciatura. Si passò una mano sulla barba ispida, era stanco e lo stomaco non la finiva di mugugnare, sentiva le ginocchia doloranti e per tutto questo maledisse il tempo da lupi che lo aspettava fuori. Incespicò un paio di volte nel raggiungere l’attaccapanni, imprecò sottovoce, domandandosi per quale motivo lo facesse così piano, poi infilatosi l’impermeabile e calcatosi il cappello sulla testa aprì la porta e lasciò il piccolo appartamento. La voce di Dinah galleggiava per il corridoio come nebbia, era lontana, non avrebbe saputo dire se in termini di tempo o di spazio. Ora però non aveva tempo di fermarsi a riflettere sulla musica, aveva una sola cosa in testa. Scolarsi una bottiglia in santa pace. O no, non era un alcolista. Aveva sempre controllato il bicchiere. Solo, alcune volte, come quella sera, gli andava di bere e non c’erano molte cose a questo mondo in grado di convincerlo a non farlo. Arrivò all’ascensore, puntualmente fuori servizio. Infilò le scale, passando attraverso una porta sgangherata, con simboli incomprensibili disegnati sopra. Maledetti ragazzi. La luce nel vano scale era debole e tremolante in alcuni punti. Tutto il locale puzzava di qualcosa di indefinito, un misto di urina e ammoniaca o forse era solo urina. Non era facile da stabilire e nemmeno così importante. In fondo alle scale sentì alcune voci, forse erano in due. Rimase immobile sull’ultimo gradino prima dell’inizio dell’ultima rampa. Si appiattì contro il muro, le voci si fecero più fievoli, uno dei due sghignazzò di gusto e si allontanò quel tanto che bastava per sparire definitivamente dalla sua visuale. Bentley Clark era un investigatore privato. Lo era diventato dopo aver lasciato la polizia, più o meno dieci anni prima, nel ‘39. I traffici della polizia corrotta della sua città non facevano per lui. Aveva trovato un socio scaltro e una segretaria carina ed insieme avevano messo su un ufficetto coi fiocchi in centro. La paranoia era arrivata col tempo, ed era cresciuta fino a sfiorare la malattia mentale quando, due anni prima, Gordon Camier, gli aveva sparato in un vicolo. Gordon Camier era un uomo dall’aspetto tranquillo. Di bassa statura e corporatura minuta. Conduceva una vita agiata in un quartiere per ricchi alla periferia della città. Aveva moglie e due figlie ed un amore smisurato per le bionde. Non riusciva proprio a starne lontano e quando Clarks, ingaggiato dalla moglie lo scoprì, semplicemente gli rovinò la vita. La signora Camier lo pagò fior di quattrini. Il signor Camier, invece, lo ripagò col piombo di un proiettile in pieno stomaco. Sarebbe morto se non fosse stato per Pluto: Quella sera Pluto aveva tutte le intenzioni di far impazzire il suo padrone. Oh era sua abitudine dimenarsi e latrare fino allo sfinimento in diversi momenti della giornata, ma quella sera si stava impegnando più del solito. Fuori diluviava e Charles, il padrone di Pluto, davvero non ne voleva sapere di lasciare le sue pantofole calde e soffici per infilare gli scarponi da pioggia ed uscire col suo cane. Ma Pluto era più cocciuto di un mulo, se non fosse stato per l’impossibilità genetica di tale evenienza, si sarebbe domandato se non ne fosse un discendente, del mulo. Seduto di fronte alla porta di casa, grattava con la zampa ad intervalli regolari, poi si fermava per due minuti esatti per ricominciare puntuale come un orologio. Voleva uscire e voleva farlo a tutti i costi, l’esaurimento nervoso del padrone era un’ evenienza che, certamente senza intenzione, aveva considerato con cura. “D’accordo, cagnaccio. Mi farai impazzire uno di questi giorni!” Charles raggiunse la porta con ai piedi gli scarponi, indossò il cappotto e la sciarpa e mise il guinzaglio al suo cane che non smetteva di saltellargli intorno in preda ad euforia incontenibile. “spero tu abbia le tue buone ragioni per farmi uscire con questo tempo!” E le buone ragioni il povero Pluto le aveva davvero. Doveva liberarsi vescica e intestino cosa che fece precisamente in quest’ordine. Mentre tornavano a casa, Pluto si arrestò all’improvviso. Con il muso bagnato puntò l’interno buio di un vicolo e cominciò a guaire. “Che diavolo ti prende adesso?” Charles cercò di tirarlo via, ma quello proprio non ne voleva sapere. Continuò a lamentarsi e tirare verso il vicolo. All’ improvvisò smise di lamentarsi e piegò la testa su un lato, poi sull’altro. Con le orecchie tese e lo sguardo fisso al vicolo. “Aiutatemi. Aiuto. Aiut..” questa volta Charles sentì quello che il suo cane sentiva da diversi minuti. Si addentrò nel vicolo per un paio di metri e vide il corpo di Bentley Clark disteso di traverso con le mani sull’addome. Quindi Clark odiava la corruzione, i calzini a quadri ed il tabacco nazionale ma, decisamente non odiava i cani. Fuori pioveva con costanza. Lasciò l’edificio senza fare troppo rumore e s’incamminò sotto la pioggia. Il bar di Clothis non era molto distante. Ma quella dannata pioggia ed il freddo umido che generava lo rallentavano parecchio. La fame si fece più intensa, ma la voglia di un goccio era la cura a qualsiasi male. Con quell’idea in testa avrebbe sopportato qualsiasi angheria da parte del suo stomaco. Non si accorse subito del pedinamento, fu solo dopo mezzo chilometro di cammino che lo notò. Lo vide di sfuggita, ma era sicuro che stesse seguendo proprio lui. Era un uomo alto con indosso un impermeabile. Cosa di poco conto dato che anche lui ne indossava uno e, visto il tempo di quella sera, non c’era molto di cui sorprendersi. Camminava lento e si eclissava ogni qualvolta Clark si voltava a controllare. Decise di non farsi prendere dal panico. Magari era solo un’impressione. Forse nessuno lo seguiva. Clothis non era lontano. Bastava camminare ancora un po’ e.. Accidenti ! mormorò all’insegna spenta e alle porte sbarrate. Chiuso. Si voltò e con lo sguardo ispezionò la via. Non c’era nessuno. Forse poteva trovare un altro bar. Si, quella zona era famosa per i bar. Camminò lungo un viale, ai cui lati si snodavano lucide vetrine buie. Fu allora che si accorse nuovamente di essere pedinato. Il cuore gli balzò nel petto come se cercasse di risalire la trachea e di spuntargli in bocca. Cercò di allungare il passo e questo non fece altro che accrescere l’affanno che già gli attanagliava il petto. Gli occhi gli lacrimavano per lo sforzò. Aveva i piedi completamente bagnati e gelidi, proprio come le mani, illividite dal freddo. Quando ormai temeva che l’inseguitore potesse raggiungerlo vide l’insegna di un bar dall’altra parte della strada. con una ritrovata energia affrettò il passo e raggiunse il locale. Un brusio fumoso lo accolse al suo ingresso. L’odore del fumo di decine di sigarette accese si mescolava al tanfo di birra stantia e noccioline rancide. Quello era il posto per lui. Era lì che voleva essere, proprio lì. Si voltò a controllare che l’uomo non lo avesse seguito nel locale. Non era così. Pensò che non avrebbe avuto problemi. Si sarebbe scolato un paio di bicchieri, e avrebbe atteso. Magari quello si sarebbe stancato di aspettare e se ne sarebbe semplicemente andato. Magari nemmeno lo seguiva. La sua paranoia, di tanto in tanto, gli giocava brutti scherzi. Ordinò un bourbon e lo scolò alla salute del reverendo Craig. Il reverendo Craig fu, probabilmente, colui che diede il nome al distillato nel lontanissimo 1749. Dove lo aveva sentito? Mah, non se lo ricordava di certo. Il liquido infuocato gli bruciò la bocca e scese come lava fino allo stomaco, facendogli lacrimare gli occhi. Sentì la testa leggera e la vescica piena. Aveva bisogno di un bagno. Si alzò barcollando leggermente e si diresse verso una porta minuscola che recava la scritta restroom. Una volta espletato l’impellente bisogno uscì per riprendere il suo posto al bancone. Fu allora che lo vide. L’uomo di prima, il suo inseguitore. Questa volta lo vide meglio, stava a pochi passi da lui. Nonostante il cappello ancora calcato sulla testa, notò che non era più giovanissimo. Aveva rughe profonde ai lati della bocca tesa in una fessura scura. Gli occhi erano celati dalla falda del cappello ma poteva intuirne l’intensità dal modo in cui pareva fissarlo. Per un momento si sentì smarrito. Poi tornò al bancone e ordinò un altro bourbon. Lo scolò d’un fiato e poggiò rumorosamente il bicchiere sul bancone. “Avete un telefono qui?” chiese al barista. Quello fece un segno di diniego col capo, in quel momento Clark vide l’uomo dietro di sé, riflesso nello specchio dietro al bancone. Si alzò di scatto getto un paio di banconote sul banco del bar e scivolò verso l’esterno. Non seppe che altro fare se non raggiungere l’abitazione del suo socio, Gregory Sykes. Si rimise in cammino sotto la pioggia che andava appiccicandosi dappertutto. I calzoni ormai erano fradici, il cappello aveva praticamente smesso di fare il suo lavoro e cominciava a sentire l’umidità sulla testa. Con il passo malfermo per l’alcool ingerito a stomaco vuoto, s’incamminò verso il quartiere in cui Sykes viveva. Con tutto sé stesso sperò che non fosse con una donna. Quando Greg aveva una donna per le mani non esisteva per nessuno, era irrecuperabile. I lampioni assolsero il proprio compito fino ad una delle strade che Clark avrebbe dovuto imboccare. In quella strada funzionava un solo lampione su quattro. La luce era debole e giallognola. Gli ricordava quel dannato vicolo, e aveva un uomo alle spalle. Ma che diavolo voleva da lui? Se avesse voluto ucciderlo quello sarebbe stato il momento migliore. Ma si era fatto vedere nel bar vicino a lui, lo aveva seguito per parecchi isolati. insomma avrebbe voluto gridare che diavolo vuoi tu da me? ma non aveva il coraggio di fare nulla. L’unica cosa che riuscì a fare fu voltarsi e osservare la strada deserta dietro di sé. Dove si fosse nascosto questo proprio lo ignorava. A quel punto però non aveva altra scelta che proseguire e raggiungere l’appartamento di Sykes. Diavolo, non aveva nemmeno portato con sé la pistola. Si tocco il fianco e si accorse di avere solo la fondina. Perché diavolo l’aveva indossata se non aveva portato l’arma? Poi rammentò che la fondina l’aveva addosso quando di era addormentato. La pistola doveva trovarsi sul suo comodino. Al buio, nella sua stanza da letto. Molto utile pensò. Con passo svelto sotto la pioggia battente che non accennava a smettere di cadere, attraversò la via semibuia. Il ticchettio delle sue scarpe sulla strada era attutito dallo scrosciare della pioggia. Arrivò a destinazione col cuore in gola. Guardò verso la finestra e con sollievo notò che era illuminata. Sykes era in casa ed era ancora sveglio. Il sorriso gli morì sulle labbra quando vide una seconda figura muoversi dietro le tende. Una donna. Accidenti, non poteva presentarsi a casa dell’amico in quelle condizioni riferendo di essere inseguito nella notte da uno sconosciuto. Che, peraltro, non aveva più visto. Lo avrebbe fatto rinchiudere all’istante. Fece qualche passo in direzione del palazzo ma ci ripensò. Poi pensò a Bonnie. La loro segretaria. Con lei aveva avuto una tenera amicizia che era culminata in un bacio e che si era dissolta in una primavera calda di due anni prima. Forse Bonnie era a casa. Forse poteva andare da lei. Si volse con lo sguardo che gli sfiorava i piedi fradici e s’incamminò nella direzione opposta a quella da cui era venuto. I lampioni tutti accesi gli diedero un po’ di coraggio. Nelle automobili posteggiate ai lati della strada intravide con la coda dell’occhio la figura scura e lucida di pioggia del suo inseguitore. “si può sapere che vuoi da me?” urlò voltandosi alla strada deserta. Stupefatto sgranò gli occhi. Non poteva essere sparito così. Dove era finito. Stava impazzendo? No. Era solo stanco e anche un po’ ubriaco. Girò su sé stesso e riprese il cammino. Un lieve chiarore andava gonfiandosi all’orizzonte. Il buio della notte andava via via esaurendosi per lasciare spazio alla luce. L’odore di foglie bagnate si fece nauseante. Stava pensando a Bonnie, alle sue labbra color ciliegia. Al suo sapore dolce e fresco. Bonnie, col vestitino rosso a pois bianchi sulla gonna. Bonnie con le scarpette ticchettanti e gli occhi nocciola grandi sopra il nasino pieno di lentiggini. Bonnie… “Eccolo laggiù. Sapevo che lo avremmo trovato qui!” L’alba venuta alla luce nella pioggia era pallida e lugubre. Bentley Clark se ne stava in piedi con un mano poggiata su una pietra tombale grigia, alta circa un metro e venti. “Signor Bentley?” “Si?” “Sono Gosmah, mi riconosce?” Clark guardò il suo interlocutore con attenzione ma non lo riconobbe affatto. “Ora dobbiamo andare. Il signor Sykes l’aspetta.” “Lei conosce Greg?” “Certo che lo conosco. Ho lavorato con lui tempo fa. Conosco anche la signorina Bonnie.” “Bonnie? Mi porta da lei adesso?” “Certamente. Venga mi dia il braccio, l’accompagno.” I due infermieri si allontanarono sostenendo un uomo anziano, fradicio di pioggia. Sulla lapide di pietra in un’immagine scolorita dal tempo, il viso avvizzito di Bonnie sorrideva rigato di pioggia. BONNIE PATRICIA HANCOCK 1927 - 1985 La casa di cura era un edificio grigio e di forma cubica. Le finestre erano quadrati scuri e anonimi. Clark camminava in mezzo ai due infermieri. Quando furono quasi sulla porta d’entrata un’infermiera sulla cinquantina uscì ad accoglierli. “Era al cimitero?” domandò scuotendo il capo alla vista dell’uomo. “Si. Come l’altra volta.” “Ha bevuto?” “Direi di si.” “Portatelo di sopra” Samuel, l’infermiere più anziano, tolse il lucchetto dalla porta dell’ascensore, e aiutò l’anziano a salirvi. All’interno sul lato opposto all’entrata un cartello avvisava il personale di chiudere le porte dell’ascensore al fine di evitare che i ricoverati lo utilizzassero per muoversi nell’edificio ed allontanarsene. Una volta nella sua stanza, lo aiutarono a spogliarsi, scuotendo il capo alla vista della fondina vuota sul fianco scheletrico. Gli fecero indossare un pigiama asciutto al posto di quello bagnato che aveva addosso e fecero per farlo sdraiare a letto. Passando davanti allo specchio l’uomo sbarrò gli occhi in preda al terrore “Eccolo!” urlò. “Chi?” domandò l’infermiere trasalendo per l’urlò inaspettato. “l’uomo che mi stava pedinando l’altra notte!” L’infermiere sorrise lievemente e passando un braccio intorno alle spalle del vecchio gli disse gentilmente : “io vedo solo lei riflesso nello specchio” “Me? io non sono quel vecchio!” “Temo di si, signor Bentley. Temo di si” La signora Washington riprese a cantare, le note di am i askin too much si persero nei corridoi male illuminati. E nella mente di Bentley Clark gli anni quaranta ripresero vita e con loro tornarono in vita Bonnie e Sykes. Il vecchio malato di Alzheimer nello specchio scomparve per lasciare il posto a Clark Bentley, detective privato.

UNA CONSEGNA PARTICOLARE

Certo la pioggerella estiva che ti picchietta sulla testa, oppure anche un acquazzone di fine estate, con le gocce d’acqua fresca che esplodono al contatto con la pelle arsa dal sole, sono sensazioni piacevoli a cui difficilmente ci si vorrebbe sottrarre. Una pioggia battente che ti inzuppa i vestiti in una sera fredda di inizio novembre, però, e tutta un’altra cosa. Ogni volta la stessa storia pensò Ellis camminando veloce lungo il marciapiede. Con le scarpette nere il cui timido tacco ticchettava veloce sull’asfalto, saltellava di qua e di la, nell’intento peraltro vano, di evitare pozzanghere sempre più grandi. Sperò che almeno le avessero lasciato pochi pacchetti per la consegna di quella sera. E che diamine, era pur sempre una donna. E alle donne, solitamente, si riservava un trattamento di favore. Al diavolo la parità dei sessi, a lei andava benissimo la cavalleria. Le cene a lume di candela pagate dal lui di turno e le porte aperte da perfetti sconosciuti, tutti intenti a mostrare il proprio animo nobile ad una signora. Ma, a quanto pareva, nel suo campo la cavalleria era un bene prezioso quanto raro. Non c’era tempo per smancerie del genere. L’unica cosa che le si richiedeva era fare le consegne del sabato e di farle bene. Raggiunse la stazione quasi di corsa. Il treno era fermo e tutt’intorno era silenzioso e buio. Pareva impossibile che di lì a qualche minuto sarebbe partito. La banchina era deserta, davanti alla locomotiva un uomo in divisa blu con un berretto in testa le faceva cenno di sbrigarsi. Nell’avvicinarsi, come per incanto, i finestrini di ogni vagone si accesero illuminando le sagome di decine di persone che si muovevano all’interno degli scompartimenti tutti intenti a trovare il proprio posto. “Sei sempre la solita, Ellis. Stavamo tutti aspettando te.” “Perdonami Sam. Questa maledetta pioggia mi ha rallentato un po’” “ora sali e prendi posto. Si parte tra meno di un minuto!” La voce di Sam era roca e cavernosa. Ellis pensò che, con l’atmosfera che si respirava in quell’ambiente a quell’ora di notte, chi di dovere avrebbe potuto scegliere con più cura. L’interno del treno era una meraviglia. Sembrava tutto uscito da un vecchio film in bianco e nero. Il velluto rosso che ricopriva le poltroncine era pulito e vivace come se fosse appena stato realizzato. Lungo il corridoio che si apriva tra i sedili un tappeto di un bel colore blu pervinca si allungava fino alla fine del vagone, per riprendere poi al vagone successivo e così via fino alla fine del treno. Piccole lampade di vetro soffiato scendevano dalle pareti divisorie tra uno scomparto e l’altro come diafane campanule. Ogni scomparto comprendeva quattro poltroncine poste le une di fronte alle altre. Tutti i presenti presero posto e nel silenzio più assoluto il treno prese a muoversi. Dapprima lentamente, poi sempre più veloce. Fino a raggiungere una velocità considerevole pensando che si trovavano ancora in città. Le prime volte Ellis ebbe un po’ di timore. Temeva che la velocità fosse troppo elevata. Ma poi, col tempo, capì che non aveva nulla di cui temere. Tutto era a posto e tutto andava proprio come doveva andare. Il viaggio durava sempre quattordici minuti esatti. Quando il treno si fermava, tutti lasciavano il proprio posto e, ordinatamente, raggiungevano le uscite più vicine. Ad ogni uscita si trovava un operatore del treno – gli operatori del treno erano personaggi silenziosi che comunicavano con gesti del capo ed erano preposti alla consegna dei pacchetti- quando Ellis arrivò davanti all’operatore in divisa gialla, sorrise e gli guardò le mani. Tra quelle mani l’uomo stringeva una piccola scatola grigia. Ellis tirò un sospiro di sollievo. Scatola piccola uguale poche consegne. Meno male perché a giudicare dai finestrini bagnati, pioveva anche lì. La scatola era leggera e quando, dopo essersi allontanata dalla stazione, vi guardò dentro vide che c’erano solo quattro scatole: tre nere e una bianca. Non era mai contenta quando le scatole nere superavano quelle bianche. Però era così che andavano le cose, e lei non poteva farci proprio nulla. Che meraviglia gli anni cinquanta. L’aria era frizzante anche sotto la pioggia. Tutto era quieto e rassicurante. le strade erano deserte eppure non aveva il minimo timore di percorrerle. Cercava di camminare sulle punte dei piedi per evitare che il rumore dei tacchi disturbasse la quiete di quel posto incantevole. La prima consegna riguardava un abitazione a pochissima distanza dalla stazione. Questo almeno doveva riconoscerlo. Le fornivano i pacchi disposti in maniera tale che trovasse i luoghi di consegna in ordine di percorrenza. Non aveva mai dovuto girare in tondo o passare più volte per una stessa strada. compiva un percorso quasi in linea retta e lasciava il pacchetto. Tutto lì. La prima consegna avvenne in breve tempo. Nessuno sulla veranda. Finestre buie, nessun cane da guardia in vena di rappresaglie. Pacchetto nero. Stringendosi nelle spalle per il freddo insistente che aggrediva il corpo esile, proseguì il suo cammino ed in poco più di un quarto d’ora, raggiunse la seconda abitazione. Una casupola piccola su un solo piano. Lungo lo steccato il viburno svettava in nuvole bianche che limitavano la vista una volta entrata vide che Il giardino era anch’esso piccolo ma molto curato. Il prato era tosato di fresco e ciuffi di erica coloravano di viola alcuni punti accanto alla casa. infilò la mano nella scatola ed estrasse il secondo pacchetto. Pacchetto nero. Lo lasciò sulla porta di casa e si allontanò assaporando l’odore d’erba tagliata che la pioggia aveva cercato inutilmente di abortire. Cominciava ad accusare una certa stanchezza. La pioggia continuava a cadere come rovesciata da catini invisibili sulla sua testa. Accelerò il passo e con il fiato corto raggiunse la terza abitazione. Questa volta si trattava di un palazzo a quattro piani. Non molto grande ma sicuramente una nota stonata nell’ambiente quasi campestre che aveva attraversato fino ad allora. Il portone d’ingresso era male illuminato da una lampadina che proprio di restare accesa con continuità non ne voleva sapere. Dentro tutto pareva dipinto del giallo opaco di altre lampadine lagnose e poco propense a svolgere il loro lavoro. Tutto faceva pensare ad altri tempi, tempi decisamente più bui. Ma almeno era al riparo dalla pioggia. Prima di salire le scale infilò la mano nella scatola ed estrasse il terzo pacchetto. Sopra c’era riportato il numero 6 seguito dalla lettera F. dato che al piano terreno non si trovava alcun appartamento dovette salire fino al terzo piano per trovare l’appartamento giusto. Ad ogni piano due lunghi corridoi si snodavano a destra e a sinistra del vano scale. E ogni lato ospitava sei appartamenti. Il 6F si trovava alla sua destra ed era l’ultimo in fondo al corridoio. Dall’interno provenivano strepiti sommessi e un suono particolare riconducibile ad un singhiozzo. Quando i rumori si fecero più insistenti Ellis si spaventò e, dopo aver lasciato il pacchetto bianco davanti alla porta, si allontanò di corsa. Di nuovo fuori, sotto la pioggia. Aveva ancora un pacchetto da consegnare. Poi se ne sarebbe tornata al treno e poi ancora a casa. Il quarto pacchetto era una consegna facile facile. Una piccola abitazione incastonata tra altre piccole case, lungo un viale alberato. Le foglie cadute e bagnate dalla pioggia formavano un tappeto molliccio sotto i suoi piedi. Il suono dei suoi passi completamente attutito si perse nella notte mentre dopo aver lasciato il pacchetto nero davanti alla porta verde designata, faceva ritorno alla stazione. Il treno era lì ad attenderla come ogni volta. Avvolto dall’oscurità e da una lieve bruma che all’arrivo non aveva notato. Il capotreno dalla voce lugubre e greve le si materializzò dinanzi e la esortò a prendere posto. Tutto riprese vita, come all’andata. Ai propri posti gli altri consegnatari stavano seduti in silenzio. L’unica cosa che Ellis notò guardandoli meglio era che erano completamente asciutti. Scesa dal treno corse verso casa. sognando un bagno caldo e un bel sonno sotto il piumone color lavanda… Mani forti le afferrarono entrambi i polsi e con una forza ancora maggiore la trascinarono velocemente lungo il marciapiede, poco sotto la sua abitazione. Ellis tentò di dibattersi, come un piccolo pesce all’amo. Ma non fece altro che procurarsi dolore. Quindi desistette dall’intento di liberarsi e seguì docile il suo aggressore. “si metta seduta!” le intimò l’uomo dopo averla condotta in una stanza che lei ben conosceva. “io non prendo ordini da lei!” “Per favore, Ellis. Si sieda.” La voce era quella gentile del signor Haslam. Ellis sbatté le palpebre più volte, un po’ perché infastidita dalla luce forte che c’era nella stanza, un po’ perché non si aspettava di trovare qualcuno sveglio nel condominio a quell’ora della notte e ancor meno, pensava che qualcuno l’avrebbe condotta dentro in quel modo. Dopo pochi minuti di silenzio. Guardandosi intorno smarrita ed infreddolita si accorse che davanti a lei, poggiato sul tavolo a cui sedeva, c’era un vecchio registratore a cassetta, il nastro era fermo. Il marchingegno era spento. Dopo qualche istante l’uomo che l’aveva condotta nella stanza premette un pulsante ed una lucina rossa si accese. “mi dica nome e cognome, per cortesia.” “Ellis Blondett.” “sa dove si trova?” “Sono nel seminterrato del palazzo in cui vivo. Questo è il locale lavanderia, in realtà, ma spesso lo usiamo per le riunioni di condominio.” “cosa faceva in giro a quest’ora della notte?” Ellis spiegò quello che faceva ogni sabato notte da quattro anni a quella parte. Parlò del treno e delle consegne senza mai un esitazione. Il signor Haslam se ne stava in piedi in un angolo e la osservava attentamente. L’uomo sconosciuto, invece, scarabocchiava su un vecchio taccuino con la copertina consunta. “Quindi lei vorrebbe farmi credere che ogni sabato notte esce di qui, eludendo la sorveglianza, per salire su un treno fantasma che la porta indietro nel tempo per effettuare la consegna di stupidi pacchetti a sconosciuti!” “Io non eludo alcuna sorveglianza! Esco di casa e svolgo un lavoro molto importante. E le assicuro che non si tratta di stupidi pacchetti!” “Lei non si trova in un condominio! Questo è un manicomio! Lei è ricoverata in un dannato manicomio!” “Casa di cura” lo corresse il signor Haslam. “Manicomio? Signor Haslam glielo dica lei! Ma di che diavolo va blaterando? Lei è un pazzo!” Ellis era indignata e stupefatta da quanto quell’individuo rude e maleducato le stava dicendo. Il sangue le ribolliva nelle vene pompando nelle tempie e facendole girare la testa. E il signor Haslam, che era sempre così gentile, se ne stava lì impalato e, diavolo, non diceva nulla. “Signor Haslam, per favore dica qualcosa!” “Sono il dottor Haslam, Ellis. Per favore risponda al detective Le Grant.” “Non sapevo che lei fosse dottore, signor Haslam. E perché mai dovrei rispondere a questo maleducato?” L’uomo col taccuino si tolse la giacca evidentemente infastidito dal caldo umido che si respirava in quella stanza e dalle ciarle che quella svitata gli stava rifilando da più di un’ora. Era tardi e voleva giungere ad una conclusione. Sua moglie avrebbe partorito a giorni e ogni istante passato fuori di casa equivaleva ad una lamentela da parte sua. “che mi dice della signora Loomet?” “che dovrei dirle, non è che la conosca poi così bene. Non andiamo granché d’accordo. Lei fa la sua vita, io faccio la mia.” “Oh, lei la fa sicuramente la sua vita. La signora Loomet invece ha smesso di vivere la sua poche ore fa.” “Che vorrebbe dire?” “E’ morta! Qualcuno le ha piantato un cacciavite nella schiena una decina di volte e l’ha lasciata in una pozza di sangue nella sua camera. La stanza 6F. le dice nulla?” Ellis non riusciva a capire perché le dicessero quelle cose. Non riusciva a realizzare che qualcuno fosse morto a pochi passi da lei e non sapeva che cosa intendesse dire con quell’allusione sulla stanza 6F. l’unico 6F che aveva visto quella sera era sul pacchetto bianco della penultima consegna. “Io non so nulla di morti ammazzati e di cacciaviti. Non ho cacciaviti, io. Che cosa sta succedendo qui?” “Ellis. Si calmi. Abbiamo trovato un pacchetto bianco, uno di quelli che lei ama confezionare nella sala degli svaghi al piano di sopra. C’era scritto 6F sopra ed era scritto con quello che pensiamo sia succo di frutta. E’ normale, non vi è consentito l’utilizzo delle penne. Lei scrive con il succo di frutta. Il pacchetto era davanti alla porta della vittima.” “Quale vittima ? ma di che parla? Io ho lasciato il pacchetto bianco davanti all’appartamento 6F. nel 1950. A diversi isolati di distanza dalla stazione. Insomma, come devo dirvelo?” “Non esistono stazioni di treni nelle vicinanze. La stazione più vicina si trova a 15 chilometri da qui. non c’è nulla qui fuori. Non c’è niente di niente.” “in realtà” intervenne il dottore “c’è un vecchio vagone abbandonato a circa due chilometri da qui. potrebbe parlare di quello. Nella sua testa potrebbe trattarsi di un treno. Tutto quello che avviene durante le crisi allucinatorie è vivido e concreto per lei. La signora Blondett è convinta di vivere davvero queste avventure. Per lei è tutto reale.” Ellis osservava il signor Haslam stupefatta con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Un lacrima calda le scese lungo la guancia. Un brivido le percorse la schiena facendola tremare vistosamente. “Ha bisogno di un cambio asciutto e di essere sedata. Non otterrà nulla da lei stanotte.” “Sono le tre del mattino. Fuori imperversa una delle peggiori tempeste degli ultimi trent’anni. Cosa dovrei fare. Tornare a casa, rischiando di finire fuori strada oppure cosa?” “potrebbe dormire qui. una delle celle è libera. Non sarà come stare a casa propria ma è sempre meglio che rischiare un incidente.” L’uomo pigiò il tasto di stop sul registratore. “E va bene. Passerò qui la notte. Ma veda di farmela trovare ben sveglia e collaborativa domattina. Non mi va di passare qui più tempo del necessario!” La cella di Ellis era tutta bianca. Le pareti imbottite le davano una sensazione di calore e familiarità. In fondo quella era stata la sua casa per quattro anni. All’improvviso le luci si spensero. Il tranquillante che le avevano somministrato cominciava a fare effetto. Un sonno leggero le abbassò le palpebre e per qualche minuto cadde in un sonno lieve e sereno. “hai combinato un bel pasticcio, Ellis.” Era la voce roca del capotreno che l’apostrofava da un angolo buio della stanza. Poi fu come se un faretto lo illuminasse dall’alto e l’uomo corpulento nella sua divisa blu con tanto di berretto, prese vita e le si fece accanto. Ellis non lo vedeva bene in volto, ma riconobbe la sua voce. “Di che parli, Sam? Quale pasticcio?” “Ho dovuto rimediare al tuo errore. Hai consegnato il pacchetto sbagliato.” “Quale? Dove?” “il pacchetto bianco al 6F. a quell’indirizzo andava il pacchetto nero.” “Ma, ho tirato fuori il terzo pacchetto, come al solito.” “hai sbagliato itinerario, Ellis. La pioggia ti ha portato fuori strada.” “E’ impossibile.” “Non potrai più effettuare le consegne” “no. Non potete farmi questo. Io ho bisogno di questo lavoro!” “Se vuoi mantenere il tuo posto, devi fare una cosa per noi!” “Cosa, che cosa devo fare?” “Un’ ultima consegna!” “D’accordo. Quando?” “Ora, subito. Tieni la scatola.” L’uomo sciolse i legacci dai polsi e dalle caviglie di Ellis. Le consegnò la scatola che conteneva un unico pacchetto nero. Sopra c’era scritto 7C. Nella cella che gli avevano assegnato, il detective Le Grant si accingeva a coricarsi. Le pareti imbottite erano orrende e gli mettevano addosso un’ansia incontenibile. Ma, se non altro attutivano i rumori. Niente lo avrebbe disturbato. Avrebbe fatto una bella dormita e il giorno dopo avrebbe chiuso il caso. Quella dannata sciroccata avrebbe raccontato tutto e lui se ne sarebbe tornato a casa sua. Il sonno lo accolse poco dopo aver toccato il letto. Prima di addormentarsi si sorprese a pensare a quanto fosse bizzarro dormire nella cella di un manicomio che avesse lo stesso numero del suo appartamento in centro. Ellis camminava a piedi nudi lungo il corridoio dell’ala est dell’ospedale psichiatrico della contea. Erano quasi le quattro del mattino quando raggiunse la cella 7C. lasciò il pacchetto nero sulla porta, poi entrò ad ultimare il suo compito. “Brava ragazza” fece il dottor Haslam togliendosi dalla testa il berretto da capotreno. Percorse il corridoio e scese le scale fino al seminterrato. Tolse la cassetta dal registratore portatile e se la infilò in una della tasche.

lunedì 28 maggio 2012

DARE E AVERE

Quando mi svegliai, quella mattina, con la bocca impastata e le gambe intorpidite, non mi aspettavo che la giornata potesse concludersi in maniera diversa dal solito. Un giro di bevute nei bar più infimi del quartiere, con perfetti sconosciuti, interessati più a farsi offrire un drink che alle ciance sulla mia giovinezza sfrenata. Se ne stavano tutti lì, ogni sera la stessa storia, con la stessa faccia grigia ad annuire a tutto quello che dicevo, con gli occhi annacquati dall’alcool di pessima qualità che ci veniva servito in bicchieri che, dubito, avessero mai visto acqua calda e detersivo. Queste erano le mie serate da qualche anno a quella parte.
Con le ossa rotte da un materasso vecchio e bitorzoluto, mi misi a sedere sul letto, infilai i piedi nelle scarpe slacciate, inforcandole a mo’ di ciabatte e mi trascinai fino al bagno. Lo specchio mi restituì, come sempre del resto, l’immagine cruda e volgare di un perfetto alcolizzato di mezza età. Pelle cerea, occhi arrossati con il cristallino appannato, ed una dentatura malandata che produceva un effetto devastante sul già fin troppo devastato aspetto della mia persona. Dove mi fossi perso non riuscivo proprio a ricordarlo. Era stato da qualche parte, in fondo a qualche vicolo buio o nel bagno fumoso di uno dei tanti night-club che ero solito frequentare. Non lo so, davvero. Quando uscii dal bagno, la vidi. Una busta gialla, di carta spessa e di dimensioni considerevoli. Non si erano nemmeno presi la briga di spedirmela, evidentemente non valevo nemmeno il costo di un francobollo. Me l’avevano infilata sotto la porta, chissà quando. Con le mani che tremavano, non certo per l’emozione, raccolsi la busta, era pesante. L’aprii non senza difficoltà e lessi quello che era scritto sul biglietto di cartoncino che conteneva:
È ORA DI TENERE FEDE AL PATTO. ALLE SETTE DI QUESTA SERA ALL’ANGOLO TRA GREENWICH AVENUE E LA SETTIMA SUD. PREGO, INDOSSI UN VESTITO DECENTE E PORTI IL CAPPELLO. UN SUO DISATTENDIMENTO COMPORTERA’ CONSEGUENZE TRAGICHE.
Tenere fede al patto. Quale patto? No, non se ne parlava proprio. Io avevo altro da fare quella sera. A quell’ora sarei stato sicuramente sbronzo e dimentico della mia squallida vita. Però un momento, pensai, magari si beve gratis. Chi può saperlo…. Magari per una volta mi sarebbe andata bene. O magari no. Che voleva intendere con conseguenze tragiche? Un brivido si impadronì della mia spina dorsale e la percorse a suo piacimento per qualche secondo. Non avevo un’idea chiara di cosa significasse ma, devo ammetterlo, non avevo una bella sensazione. 
La giornata trascorse tra il divano disfatto, che campeggiava in salotto, ed il letto. Non mangiai molto, avevo lo stomaco sottosopra. Ero vistosamente sottopeso, ma continuavo a ripetermi sempre che era meglio essere magri che grassi. Fa male alla salute l’obesità. Mi viene da ridere a questo mio pensiero. Ero un alcolista da così tanto tempo che nemmeno mi ricordavo da quanto non passavo una giornata pienamente sobrio. L’alcool mi avrebbe ucciso, ma io temevo l’obesità.
L’unica entrata che avevo veniva da un piccolo appartamento che tenevo affittato in centro. Me lo lasciò mio padre, alla sua morte, quasi vent’anni prima. È l’unica cosa buona che avesse fatto per me dal momento della mia nascita. Anche lui amava il bicchiere e anche la cinghia, ma questa è un’altra storia. 
All’arrivo del crepuscolo mi rasai per bene e indossai l’unico abito buono che possedevo. Un vestito grigio con lievi sfumature verdi che acquistai tanti anni fa a Londra, in uno dei miei tanti viaggi alla ricerca del divertimento. Il cappello era classico e di colore grigio, lo calcai sulla testa e mi tirai dietro la porta di casa.
Ero in anticipo. Lo sono sempre stato. Non è mai stata mia abitudine arrivare tardi agli appuntamenti. Greenwich avenue era poco affollata anche perché da qualche minuto aveva cominciato a piovere con una certa intensità. Immaginatevi un uomo come me, stretto nel suo unico vestito buono, intento a cercare riparo dalla pioggia per non rovinarlo. Una scena tanto ridicola quanto tragica. Stavo riflettendo sul fatto che, nonostante tutto, quel giorno non bevvi molto. Ero ancora in pieno possesso delle mie facoltà e tremando per il freddo improvviso e per una subdola capatina di madame astinenza, me ne stavo sotto un’insegna scolorita ad attendere l’arrivo di chissà chi.
Alle sette in punto, ne sono certo perché in quel momento suonarono le campane di almeno due chiese nelle vicinanze, un uomo apparve alla mia sinistra e mi tese la mano: “signor Crowd. Felice di conoscerla. Mi segua per favore.” La voce di quell’uomo mi mise i brividi. Aveva qualcosa di familiare, ma non avrei saputo dire cosa. Non in quel momento almeno.
“Seguirla dove, mi perdoni?”
“Intanto al riparo da questa pioggia. Non vorrà arrivare scolo all’appuntamento.” 
“Credevo fosse questo l’appuntamento.” 
“Oh, no. Mio caro signor Crowd, questo non è il vero appuntamento. Mi segua prego.” 
“E se non volessi farlo. Insomma, non so nemmeno chi lei sia. Dove mi sta portando?” 
“In un posto che le sarà sicuramente congeniale. E poi, ricorda il biglietto che ha ricevuto? Se non verrà con me le conseguenze saranno tragiche” 
“E chi le procurerebbe queste conseguenze, lei?” L’uomo si volto verso di me, e con tutta la serenità del mondo rispose: “può scommetterci!”
Non so per quale motivo, ma quella risposta sul suo viso smunto, sotto capelli ispidi e biondicci che parevano fili ritti, Il modo pacato in cui si voltò e la luce che aveva negli occhi mi misero addosso una paura del diavolo. Non potei ribattere, perché in qualche modo sapevo che non stava scherzando, non stava scherzando affatto. Vedendo che non ebbi a ribattere nulla sorrise e si voltò.
cominciammo a camminare, lui davanti con un’andatura spedita e gagliarda. Io, subito dietro, con il capo chino e le gambe che mi dolevano per uno sforzo sciocco al quale, però, non ero più abituato. Proseguimmo per parecchi isolati. la pioggia continuava a cadere sottile e fastidiosa. 
Avevo il viso madido e le scarpe umide. Ma, in qualche modo, il mio vestito buono era quasi del tutto asciutto. D’un tratto arrivammo in una strada stretta e male illuminata. Non era trafficata se non da noi due, su entrambi i lati si aprivano vetrine molto grandi con contorni di legno dipinto di verde. All’interno si potevano distinguere locali bui e deserti. Qualche mobile sgombro, una cassa per i conti.
Voltammo sulla sinistra. E subito dopo entrammo in una tavola calda. All’interno la luce era accecante. Un bancone di legno massiccio percorreva tutto il perimetro del locale. Sgabelli tondi si ergevano dal pavimento e seguivano il bancone nella sua lunghezza. L’uomo che mi aveva accompagnato fin lì si tolse il soprabito scuro e passò dall’altra parte del bancone con un cappellino bianco in testa e in dosso una casacca dello stesso colore. Notai una piccola porta gialla sulla parete di fronte a me, con un pertugio quadrato che doveva nascondere chissà quali segreti. Al convergere della vetrina con la stessa parete stazionavano due grossi contenitori fatti di quello che, pensai, fosse alluminio. Alla distanza di un metro circa gli uni dagli altri si trovavano piccoli agglomerati che comprendevano contenitori per sale e pepe e tovagliolini. Mi aspettavo che, da un momento all’altro, mi servissero un caffè caldo con una fetta di torta di mele. Invece la campanella alla porta trillò e qualcuno entrò nel locale, facendo ticchettare i tacchi di piccole scarpe rosse sul pavimento di legno chiaro. Mi voltai a guardare: si trattava di una donna alta con lunghi capelli rossi che le ricadevano dietro le spalle. Sul lato sinistro della fronte aveva una forcina o qualcosa del genere che le teneva ferma una abbondante ciocca e con sé portava solo un’aria malinconica, che la rendeva incredibilmente bella. Indossava un vestito rosso con le maniche corte ed una generosa scollatura. Non feci in tempo a salutarla che subito la campanella trillò nuovamente. Questa volta entrò un uomo. Distinto, dai modi affettati e con un viso tagliente adombrato da un cappello che differiva dal mio, solo per una banda nera che, ahimè, io non avrei potuto permettermi. L’uomo non disse nulla, andò subito a sedersi di fianco alla donna. Io stavo di fronte alla parete, loro di lato. Eravamo tre perfetti sconosciuti, in un dinner troppo illuminato presidiato da un uomo mefistofelico vestito da gelataio. 
“Signori. Posso offrirvi un caffè?” chiese l’uomo che mi aveva condotto fin lì. Annuimmo tutti senza emettere alcun suono. 
“perfetto!” Ad ognuno fu servita la sua tazzina di caffè. 
“ora che ci siamo tutti, vi spiegherò di che si tratta.” La nostra attenzione si spostò dal fondo scuro delle tazzine vuote, al volto del nostro interlocutore. 
“Siete qui per pagare un debito” “io non ho debiti!” protestò l’uomo improvvisamente sprovvisto del suo atteggiamento audace. Con un cenno della mano, l’altro lo zittì. Poco dopo riprese a parlare: “Non dovete interrompermi. Sono io qui a parlare. Voi, dovete solo ascoltare. Ci siamo intesi?” Annuimmo ancora, questa volta senza proferire parola. 
“Ognuno di voi, dicevo, ha un debito. Avete un vecchio debito con me. è da molto che aspetto di riscuotere quanto pattuito. Ricordate? Mi avete chiesto aiuto ed io ve l’ho dato. Ora sono qui per riavere quanto mi appartiene.” 
“Ma, di che sta parlando?” domandò la donna con voce flebile lisciandosi una ciocca di capelli. L’occhiata dell’uomo dietro il bancone mi mise i brividi. Deglutii con forza producendo un rumore sordo e fastidioso che tutti udirono ma che parvero ignorare. 
“Tu volevi l’amore, ricordi? Hai firmato un contratto con me per averlo! Io ti ho accontentata e ora voglio qual che mi appartiene!” la voce tuonò rimbombando come se all’improvviso quel locale modesto si fosse trasformato in un grande teatro nero. 
“Tu hai desiderato la ricchezza e la fortuna. Io ho fatto in modo che tu avessi quello che avevi chiesto ed ora sono qui per riscuotere quel che è mio di diritto!” Poi si voltò nella mia direzione, sapevo cosa stava per dire. Io avevo desiderato vivere una vita all’insegna del divertimento e della sregolatezza, essere libero da qualsiasi impegno sentimentale, perché volevo avere quante più donne possibile. Di una non me ne sarei fatto nulla. Ero giovane, dannazione. Ero un ragazzino. Stavo fantasticando su Sandra Carrera, una vicina di casa poco più grande di me. avevo solo diciotto anni e desideravo più di ogni altra cosa che le ragazze mi trovassero carino e che desiderassero passarlo con me il tempo, anziché a ridacchiare e pettinarsi i capelli tra loro. Era il 1919 e il mondo era ancora ingenuo, io ero un ingenuo. Quando tentai di baciare Sandra, lei corse dai genitori e suo padre mi bastonò per bene. Mio padre fece altrettanto e da quel momento decisi che non volevo una sola Sandra, ne volevo cento, mille, le volevo tutte! E volevo fuggire, volevo che la mia vita fosse diversa, spensierata. Fu poco dopo che incontrai il signor Videl, che a pensarci ora potrebbe essere l’anagramma di un’altra parola. Mi disse che poteva offrirmi quello che volevo, disse che viaggiava per l’America per aiutare le persone come me. allora pensai che doveva trattarsi di un commesso viaggiatore, che stupido. Mi fece firmare un contratto. 
“Che cosa le devo?” gli domandai. 
“Oh, nulla che debba servirti più di tanto, visto il desiderio che hai espresso!” 
Era la mia anima che gli dovevo. E ora era lì per prendersela. 
“Il mio amore è morto in guerra.” Esplose la donna gettando la testa sul bancone e lasciandosi cogliere dai singhiozzi. 
“Le mie ricchezze mi hanno lasciato arido e senza amore. Non ho nulla, solo il mio conto in banca!” Sbottò l’altro uomo. 
“Io ha sperperato tutto nella mia vita di dissolutezza e sono diventato un alcolizzato con una vita senza più donne e, senz’altro, senza alcun divertimento.” 
“io vi ho dato quello che mi avete chiesto. Voi l’avete perduto e ora non avete più nulla per cui vivere! È per questo che sono qui. la vostra anima non vi appartiene più da tempo. È sempre stata mia. Dal momento che avete firmato il contratto. Ora un altro fortunato individuo ha chiesto i miei servigi ed io ho bisogno di voi per realizzare il suo desiderio!” 
“Povero sventurato” gemette la donna. 
“Se si può chiedere, qual è il desiderio che ha espresso?” 
“Vuole dipingere un quadro che rimanga nella storia. Che tutti ricordino. Che tutti conoscano. E ha questa scena in mente.” 
“Dovremmo fare i modelli per un quadro?” Domandai esterrefatto. “Oh no, mio caro signor Crowd. Voi sarete il quadro!” E tutto si congelò nel momento stesso in cui quell’essere odioso pronunciò quelle parole. VOI SARETE IL QUADRO! Questa frase mi torna alla mente in continuazione, mentre passo l’eternità standomene seduto al bancone di una tavola calda. Non mi si vede nemmeno in faccia.