lunedì 12 settembre 2011

CAPITOLO 11

I rovi sembravano richiudersi al loro passaggio. Mentre lasciavano quel posto dimenticato, con le narici ancora ebbre di un umido appiccicoso. Ognuno di loro aveva in testa qualcosa di diverso: Azzurra pensava al suo letto caldo con un angolo morbido scostato in attesa solo del suo corpo scosso dai brividi; Giulia immaginava le dita nei barattoli come fagiolini sott’aceto, un unico grande baccello. Che sarà mai; Peter stava pensando alle grosse mani di Lamarre ed al suo viso contratto mentre trasmetteva la sua conoscenza a Luca e cercava d’immaginare quello che Luca aveva visto durante quella sorta di rito magico a cui lui non riusciva a credere completamente; Irene non pensava a nulla in particolare fin quando non le venne in mente che, una volta a casa, avrebbe dovuto sciogliere quella meravigliosa treccia. Con molta attenzione le aveva detto Onofrio, con molta, molta attenzione. Luca, infine, era agitato da una strana consapevolezza che preferì tenersi per se.
“Non credo sia il caso di leggerlo adesso quel dannato libro!” Sbottò Luca all’improvviso.
“in effetti non credo nemmeno io, sono le tre del mattino. C’è solo una cosa che sono disposta a fare ora: dormire!”
“Giulia ha ragione. Anch’io sono stanco Luca. Abbiamo tutti bisogno di riposare. Irene che fai, apri il locale domani?”
“Certo, domani è sabato. Ci vediamo da me domattina?”
“Io e Azzurra abbiamo lezione domani. Non credo che riusciremo a venire.”
Azzurra tentò di ribattere ma lo sguardo severo di Luca la convinse a tacere.
Irene fece spallucce e riprese a camminare davanti a tutti, nessuno poté vederlo ma il suo sguardo ebbe un cambiamento repentino, i suoi occhi si socchiusero fino a diventare fessure scure. Che Irene fosse tornata era tutto da vedere e Luca, chissà come lo aveva capito.
I ragazzi arrivarono in piazza stanchi ed infreddoliti, con l’unico intento di dirsi buonanotte e di tornare alle loro case. Dopo brevi saluti frettolosi, tutti s’incamminarono. Irene sparì in uno dei quattro vicoli bui che dalla piazza si snodavano a raggiera, Giulia e Azzurra andarono via insieme lungo la via principale, chiacchierando sottovoce. Luca e Peter andarono dalla parte opposta, verso il loro appartamento.
Una volta arrivati, Peter si tolse i vestiti lasciandoli cadere sul pavimento del bagno. Stava per entrare nella doccia ed aprire l’acqua, quando Luca entrò cogliendolo di sorpresa.
“Luca, accidenti a te! Mi hai spaventato, ma che fai? Non vedi? Sono nudo! Non ti sarai mica montato la testa dopo il discorsetto con la tua vicina di casa”
“So che ti piace scherzare Peter ma, credimi, questo non è proprio il momento adatto.”
Peter lo osservò in silenzio, prese un asciugamano e se lo avvolse intorno ai fianchi. Poi tirò giù il coperchio del water e vi si sedette sopra. Luca abbandonò lo spettro della porta e si avvicinò all’amico.
“Che c’è che non va Luca? Ti ho visto stasera con Irene, le hai risposto come si risponde ad un estraneo declinando un invito poco gradito.”
“Quella non è Irene!” Rispose il ragazzo lasciando l’altro interdetto
“Luca, non la conosco da molto ma quella ragazza è decisamente Irene!”
“Ti sbagli. Non so cosa le ha fatto, non so come lo abbia fatto ma quella ragazza non è la Irene che conosciamo.”
“quindi tutto quello che Onofrio ci ha raccontato è una bugia, questo vuoi dire?”
“Probabilmente non tutto.”
“E cosa intendi fare?”
“Cerchiamo le dita”
“quindi facciamo quello che ci ha detto lui”
“Non come ci ha detto lui, però! Ora fai la tua doccia. Ci aspetta un’altra giornata piena domani”
“Buonanotte”
“Notte”
Luca uscì dal bagno mentre Peter girava la manopola dell’acqua calda. Il getto lo colpì sulla testa e poi sul petto, inviando piccoli brividi alla sua spina dorsale. Quando l’acqua divenne troppo calda la miscelò con quella fredda e rimase immobile per quasi un quarto d’ora. Quando emerse dal bagno accompagnato da un aura di vapore l’appartamento era immerso nel buio e la porta della stanza di Luca era chiusa. Peter immaginò che stesse dormendo ma si sbagliava. Luca era uscito di casa dopo averlo lasciato ed era tornato a vagare nella notte fredda e buia. Aveva bisogno di schiarirsi le idee e di escogitare un piano per scoprire chi fosse davvero Onofrio Lamarre.

Nei vicoli stretti e lucidi di pioggia i passi di Luca riecheggiavano regolari. Il suo respiro diveniva condensa prima di disperdersi nell’ umidità notturna. Camminò parecchio e dopo circa mezz’ora finalmente giunse a destinazione.
Il molo di marmo era deserto e pareva ancor più vuoto della sera prima quando, con gli altri amici, lo aveva perlustrato in lungo e in largo alla ricerca del rapitore di Irene. Irene. Che diavolo le aveva fatto quell’uomo? Era diversa. Non la riconosceva. Aveva un atteggiamento diverso? O magari, solo uno sguardo differente. Non sapeva dirlo con esattezza, sapeva solo che, di qualsiasi cosa si trattasse lui lo avrebbe scoperto.
Il rumore dell’acqua sul fianco candido del molo stava aumentando di intensità, il ritmo con cui le piccole onde si infrangevano sul marmo stava aumentando. Luca non vi prestò subito attenzione, immerso com’era nei suoi pensieri. Ma quando la chiglia di una barca andò a cozzare poco distante dovette richiamare a se la presenza di spirito e concentrarsi su quanto stava ai suoi piedi.
Era una piccola barca con la carena nera e l’interno bianco, proprio come quella che aveva visto nel sogno lucido indotto da Lamarre. Era vuota tranne che per una piccola scatola rettangolare posata sul fondo, proprio al centro dell’imbarcazione.
Luca si guardò intorno, il cuore aveva cominciato a battere più velocemente martellandogli i timpani con il pompare furioso del sangue nelle vene. Nonostante il freddo un rivolo di sudore si fece strada sul suo viso e le mani presero a tremare. Per prendere la scatola sarebbe dovuto salire a bordo. E se fosse stata una trappola di Onofrio Lamarre ? No, meglio non fidarsi. Mentre stava così ragionando la barca con una altro schiocco contro il molo prese a muoversi nella direzione opposta, allontanandosi da lui pian piano.
“Ma che diavolo succede?” disse ad alta voce.
A quel punto gli fu chiaro che doveva recuperare quella maledetta scatola. Se non altro per vedere cosa c’era dentro. Accidenti a te Lamarre, spero per te che non si una trappola o, giuro, te la farò pagare!
Così pensando prese una rincorsa di qualche metro e spiccò un salto. Quando atterrò sulla piccola barca questa oscillò paurosamente, per un attimo immaginò di finire in acqua, poi si stabilizzò e tutto intorno tornò tranquillo. Doveva far presto, se la polizia lo avesse trovato in acqua in una barca lo avrebbe arrestato senza indugi, avrebbe passato la notte in carcere e avrebbe dovuto sborsare almeno duemila eurolire di multa.
Prese la scatola tra le mani, era leggera e si accorse solo allora che era di legno. Un legno grezzo tipo quello usato per le cassette della frutta. Più scuro però e con un odore acre a cui non sapeva bene attribuire una provenienza.
La barca nel frattempo, anche grazie al salto si era allontanata dal molo di un paio di metri, doveva tornare indietro, non rimaneva che usare le braccia a mo’ di remi. Si tolse il giaccone e appallottolandolo alla meglio lo lanciò sulla banchina di fronte a lui. Tirò su le maniche del maglione e fece per accucciarsi sul fianco destro e infilare il braccio in acqua, quando una luce accecante lo ridusse ad una cecità momentanea. Col cuore in gola e un tremito incontrollabile piazzo la mano destra davanti al viso a mo’ di scudo e cercò di capire chi fosse l’ombra nera che torreggiava sopra di lui puntandogli contro una torcia. Pensò subito ad un poliziotto della ronda notturna, era fregato. Non avrebbe più rivisto gli amici e non avrebbe più potuto cercare e salvare Tiziano, ne si sarebbe laureato e la sua vita sarebbe stata un disastro…
“Luca! Ma che stai facendo in acqua? Sei impazzito?” Lo incitò Peter a denti stretti cercando di fare meno rumore possibile.
“Peter!” ringhiò Luca di rimando “mi hai fatto prendere un colpo! Ma che fai qui?”
“Vieni via dall’acqua, che ti spiego.”
Luca infilò il braccio in acqua e con sole due bracciate si avvicinò alla banchina. Peter gli porse la mano per aiutarlo a salire. Con la scatola sotto braccio sinistro il ragazzo si puntello con il piede destro sulla parete di marmo accettando la mano di Peter con la sua destra. Con un lieve sforzo fu accanto all’amico, che nel frattempo aveva spento la torcia e fissava la scatola che aveva sottobraccio.
“E quella cos’è?” chiese indicandola col mento.
“Non ne ho idea. Era dentro la barca.”
“Come facevi a sapere della barca? Hai ricevuto un altro messaggio dimensionale ?”
“Non riderci troppo su. Non so cosa ne pensi tu ma io so che c’è qualcosa di vero in quello che ha detto quel tipo. E direi che è la barca a sapere di me. Sono arrivato qui per puro caso, passeggiando senza una meta precisa e quando mi sono fermato qui l’ho sentita sbattere e ho visto la scatola e, dato che qui era completamente deserto, ho pensato di prenderla.”
“Be’ adesso l’hai presa che aspetti ad aprirla?”
“Voglio aprirla a casa, con calma; e poi qui fa freddo.”
Così dicendo si abbassò a raccogliere il giubbotto che aveva lanciato e se lo mise addosso rabbrividendo.
Senza dire altro i due s’incamminarono insieme verso casa.
Quando furono quasi arrivati Luca si fermò di colpo e domandò: “non mi hai ancora detto cosa ci facevi al molo”
Peter rispose candidamente: “ quando sono uscito dal bagno ho visto che la tua stanza era chiusa, e tutte le luci spente, ho pensato che stessi dormendo. Dopo essermi infilato il pigiama però, mi sono accorto che dalla porta d’entrata arrivava troppo luce. Ho guardato meglio e mi sono reso conto che la porta era aperta per un quarto. Così, sono entrato nella tua stanza e rendendomi conto che non c’eri, mi sono infilato i pantaloni ed il resto e sono uscito a cercarti. Con tutto quello che è successo temevo potesse capitarti qualcosa!”
“Si, ma come hai fatto a capire che mi trovavo al molo?”
“Semplice: non lo sapevo affatto, mi sono solo affidato all’istinto! E poi quello è davvero un bel posto dove riflettere. Ci ho provato e mi è andata bene , tutto qui.”
Luca lo guardò con aria di chi vorrebbe ancora qualche spiegazione, poi fissò gli occhi nell’amico e capì che stava dicendo la verità e che doveva smetterla di vedere complotti ovunque.
Il palazzo in cui vivevano era a pochi metri da loro, stavano camminando a passo svelto per il freddo e per la voglia di vedere cosa c’era all’interno della scatola che Luca teneva tra le mani. Quando, come un lampo, qualcuno si fece loro accanto, da dietro e sussurrando con voce roca gli intimò di fermarsi e di consegnare la scatola.
I due ragazzi sentirono il cuore balzargli in gola e pulsare all’impazzata, l’odore che Luca aveva sentito prelevando la scatola dalla barca si fece più intenso, nauseante. Mentre con la coda dell’occhio cercava di sbirciare il volto dello sconosciuto, Peter ebbe un moto di coraggio e voltandosi verso l’amico gli strappò la scatola dalle mani e corse a perdifiato nella direzione opposta al palazzo. Luca rimase spiazzato, non quanto lo strano individuo alle sue spalle. Rendendosi conto che non lo avrebbe seguito corse verso il portone d’entrata e se lo chiuse alle spalle. Da uno degli ovali ricavati nei due battenti di quercia, lo osservò guardarsi intorno smarrito, come se il non sapere bene cosa fare gli avesse mandato in tilt il cervello. Per quanto si sforzasse, però, Luca non riuscì a vederne il volto. L’unica cosa che vide perfettamente era l’impermeabile scuro ed il cappello floscio calcato sulla testa. Era l’uomo, se così poteva chiamarlo – ricordando le parole di Lamarre – che aveva visto anche fuori della caffetteria e alla biblioteca. Una specie di spettro. Chi poteva dirlo davvero, a quel punto tutto poteva dimostrarsi il contrario di tutto. La chiacchierata con Onofrio Lamarre, non solo gli aveva confuso le idee, ma lo aveva anche iniziato ad un mondo nuovo, fatto di intuizioni e visioni non proprio comuni. Aveva una nuova coscienza di se adesso e, per quanto non ne fosse molto contento, l’avrebbe usata contro chiunque avesse osato frapporsi tra lui e il ritrovamento di Tiziano.

Un movimento repentino dell’individuo in nero lo fece tornare alla realtà con un sussulto. In un attimo così com’era venuto sparì, lasciando al suo posto, per un attimo, un leggero alone bianchiccio.
Luca fece una panoramica dello spiazzo di fronte a lui, quando guardò a destra la seconda volta, si accorse di Peter che faceva capolino da una delle colonne del portico sotto uno dei palazzi di fronte. Luca aprì la porta: “psss” sibilò attirando l’attenzione dell’amico, poi con una mano gli fece cenno di avvicinarsi e quello prese a correre nella sua direzione. Luca spalancò il portone per permettergli di entrare in corsa. Peter si precipitò all’interno con la scatola stretta sotto il braccio destro. Con un leggero affanno, dato più dall’adrenalina in circolo che dalla corsa, si rivolse all’amico: “che fine ha fatto l’amico?”
“E’ svanito nel nulla. Come un fantasma.”
“perché diavolo non mi ha seguito?”
“Non lo so. Non ne ho idea, credo che separandoci lo abbiamo messo in crisi e, non sapendo che fare si è ritirato, sparendo.”
“Che dici di salire di sopra e vedere cosa c’è di tanto importante in questa scatola?”
“Si. Saliamo.”
Una volta rientrati nell’appartamento i due si sedettero sul divano. Peter la porse all’amico perché l’aprisse.
“No, fallo tu. Dopo il gesto eroico compiuto non posso permettermi di toglierti quest’onore!”
“Spiritoso! Come diavolo…” dopo aver armeggiato un po’ con la scatola, Peter, capì che l’unico modo per aprire quello che, si rese conto, era praticamente un cubo di legno senza fessure, era fracassarlo.
Lo posò sul tappeto ai piedi del divano ed andò a prendere un martello. Tornò e si inginocchiò sul pavimento. Con due colpi bene assestati il legno cedette e si aprì un varco su uno dei lati. Peter prese la scatola e avvicinandola al viso vi sbirciò dentro.
“Io non vedo nulla.”
“Ti spiace?”
“Figurati.” E così dicendo la porse all’amico.
Luca vi guardò dentro a sua volta e scuotendola si accorse di un leggero tintinnio all’interno.
“passami il martello, dobbiamo allargare il buco.”
Diede un paio di colpi e la scatola finalmente cedette e aprendosi in due liberò una chiave dorata che cadde tintinnando sul pavimento, aldilà del tappeto e rivelò un messaggio rimasto incastrato in una delle due parti della scatola. Era un foglio di carta bianco panna, coi i bordi decorati da piccolissimi fiori viola e foglie verdi e gialle. Peter lo osservò chiedendosi a cosa potesse servire, forse a contenere la chiave di cui, tra l’altro, non si era avvertita la presenza fino all’apertura. E una chiave all’interno di una scatola di legno, piccola sì ma abbastanza grande da rendere difficoltoso il trasporto con una sola mano, si sarebbe certo sentita.
Luca invece era tutto concentrato sul foglio e il movimento delle sopracciglia lasciava intendere all’amico che erano di nuovo alle prese con un messaggio dimensionale, come ormai amava definirli lui.
Peter aspettò pazientemente che l’altro finisse. Quando finalmente staccò lo sguardo dal foglio aveva un’aria stravolta, come se avesse letto l’annuncio della sua stessa morte.
“Hey, amico! Stai bene. Che c’è scritto?”
Luca abbassò la mano che stringeva il foglio, lasciandosela cadere sulle ginocchia piegate. Poi la riportò alla vista e cominciò a leggere ad alta voce:

mio caro nipote,
perdona l’intrusione nel tuo mondo. Non avrei mai voluto un tuo coinvolgimento in questa terribile storia. Purtroppo non mi si lascia altra scelta.
Non fidarti di Lamarre. Non fare nulla di quel che ti ha chiesto. A parte ritrovare il ciondolo. La chiave che ti ho consegnato nella scatola apre un tabernacolo. Si tratta del tabernacolo della chiesa della Chiamata. Una volta preso il ciondolo distruggilo! Le dita degli altri disgraziati si trovano in una tomba del cimitero di Strise. Sulla lapide c’è il nome di un certo Sentenzio Coppetti. Prendi i barattoli con le dita e distruggi anche loro. Non deve rimanere nulla.
Fa’ come ti ho chiesto mio caro Luca e tutto andrà a posto.
Ti voglio tanto vero bene.

La nonna.


“quindi tutto quello che ci ha detto quell’uomo erano fandonie, lo sapevo!” Sbottò Luca dando una manata al divano.
“Come facciamo ad essere certi che questo messaggio arrivi proprio da tua nonna?”
“Perché mi ricordo che mia madre mi diceva la stessa cosa: ti voglio tanto vero bene, non solo tanto bene ma tanto VERO bene. Nessuno poteva saperlo a parte lei.”
“Non per mettere in dubbio le tue convinzioni, ma con tutto quello che è successo, con le rivelazioni degli ultimi tempi, fantasmi, mostri tassidermisti, dico solo che magari lo sapeva anche qualcun altro.”
“No, Peter. E’ una cosa che sento nelle ossa. E’ il richiamo del sangue. Quel messaggio è di mia nonna. E noi dobbiamo fare quel che ci chiede!”
“Ma nel primo messaggio, quello nel libro, si parlava di una vecchia barca nera…”
“Il fatto che si trattasse di un libro scritto da mia nonna non significa che il messaggio fosse suo!”
“io dico di dargli un’altra occhiata! Rischiamo di prendere la strada sbagliata.”
Luca scosse la testa come per cacciar via ogni ipotesi e ogni cattivo pensiero “non ci capisco più niente! Cosa diavolo dobbiamo fare? Il messaggio nella scatola è di mia nonna, ne sono certo!”
“e se qualcuno l’avesse sentita dirti quelle cose? Se si fossero serviti di quella parola, a te familiare, per trarti in inganno? Non c’è proprio nulla di sicuro. Dobbiamo agire seguendo il nostro istinto.”
“hai ragione. Questa dannata capacità di leggere i pensieri o come diavolo ha detto quel Lamarre, mi ha stufato. Non fa che confondermi le idee. Troviamo Tiziano a modo nostro, con la nostra testa.”
“e che mi dici di Irene? Non sembra molto in se. O sbaglio?”
“Non sbagli. Ha qualcosa di strano. Risolviamo questo dannato rompicapo, troviamo Tiziano ed evitiamo di metterla a parte delle cose più importanti.”
“Ma ci vediamo nel suo locale per discutere”
“Parlerò con le altre ragazze. Spiegherò loro la situazione. Ci vedremo qui e Irene ne starà fuori finché non saremo sicuri che sia di nuovo in se. Ora andiamocene a letto. Io domani ho un po’ di cose da sbrigare.”
“del tipo?”
“devo farmi un giretto in batiscafo… e uno al cimitero!”