sabato 13 agosto 2011

CAPITOLO 10

Quel nome fece più danni che una molotov in una fabbrica di carta. Con gli occhi sgranati e le bocche spalancate, i ragazzi fissarono l’uomo di fronte a loro che, dopo avere legato i lunghi capelli sulla nuca, si arpionò le ginocchia con le grosse mani e cominciò il racconto:

“Quello che sto per dirvi vi lascerà certamente interdetti, pieni di dubbi e di incredulità. Vi assicuro però, che ogni mia parola è veritiera e che la mia unica intenzione è aiutarvi a ritrovare il vostro amico e a dare un po’ di pace alla mia anima.
io non lo so quali siano le vostre conoscenze in campo scientifico, non so nemmeno quali siano le mie. Ma so per certo che in questa storia la scienza c’entra anche se non saprei in che modo esattamente. Uno di voi prima mi ha chiesto delle dita mozzate. Ragazzi, se sapeste… tutto cominciò parecchi anni fa quando mio padre e tua nonna, Luca, vivevano in un posto non molto lontano da questo.”
“Mia nonna e tuo padre si conoscevano?”
“direi… intimamente. Erano amanti! Ma lascia che ti racconti come è andata, non fare quella faccia, tua nonna non è sempre stata la vecchietta che hai conosciuto. Un tempo era una bellissima donna caparbia, caparbia come un mulo. Purtroppo però sposò la persona sbagliata e per un certo periodo la sua vita fu molto infelice.”
Giulia interruppe l’uomo sorridendo: “hai letto le favole dei fratelli Grimm ultimamente? Perché sembra proprio la trama di una favola questa.”
“Lascialo finire Giulia” le disse Irene in tono conciliante.
Giulia fece una panoramica sugli amici e poi fece un cenno all’uomo: “continui allora, signor Lamarre!”
“Grazie. Dicevo che Keziarica aveva sposato l’uomo sbagliato, non per sua scelta ma per un’imposizione dei suoi genitori. Gente gretta, povera d’affetto ma profondamente interessata ai soldi. Il tuo bisnonno, Insolito Dettori, aveva un unico scopo: maritare la figlia all’uomo più potente di stries e trarne il massimo vantaggio.”
“Stries? Mai sentita nominare!” gli occhi di Luca si fecero fessure sottili mentre lo diceva osservando il suo interlocutore.
“Ci sono molte cose che dovrai conoscere. Lascia che ti racconti.”
“D’accordo, perdoni l’interruzione.”
“Dicevo che il tuo bisnonno costrinse tua nonna a sposare quest’uomo. Molto ricco e molto strano. Subito dopo il matrimonio andarono a vivere in un’enorme casa nera, con tegole grigie che grondavano l’acqua rugginosa di intersezioni di ferro che delimitavano le quattro acque del tetto, lasciando ampie pozze rossastre, simili a sangue rappreso sul selciato tutt’intorno. Frankeburgen, questo era il nome del marito di tua nonna, aveva una grande stabilimento nautico, dove si producevano imbarcazioni di varie metrature, proprio in fondo al crinale che ospitava la sua dannata casa, uno stabilimento enorme con più di cento operai, non ci metteva piede, non gli interessava il lavoro, la sua passione era: la tassidermia.”
“cioè l’imbalsamazione degli animali” fece Azzurra.
“di cani, per l’esattezza.” Continuò Peter
“L’isola dell’imbalsamatore di cani. Il libro di mia nonna!”
“Esattamente. Tua nonna ha raccontato la sua avventura in un libro e mio padre ha fatto lo stesso con la sua. Purtroppo le vicissitudini della vita li hanno divisi, ma questa è un’altra storia.
“Lasciare l’isola… e’ un’isola, basta salire su una barca e prendere il largo”
“Per arrivare dove? Mio caro Peter, non è così semplice. L’Isola non è solo un cumulo di terra emersa. E’ un mondo a se.”
“Come può un’isola da sola rappresentare un mondo a se? Dai, stiamo cadendo nel ridicolo. Pensi davvero che io possa crederti? E dove sarebbe quest’isola?” sbottò Luca.
“L’isola è poco distante da qui, tant’è vero che il vostro amico Tiziano l’ha trovata. Il problema non è solo sapere dove si trova, ma quando. Lasciate che vi racconti tutta la storia. Poi forse capirete.”
Irene, che fino a quel momento era rimasta in piedi appoggiata allo stipite della porta, si avvicinò a Giulia e le si sedette accanto. Una refolo profumato raggiunse Giulia mentre la veste bianca si sgonfiava addosso a Irene nell’atto di sedersi.
“Signor Lamarre” fece Azzurra sporgendosi un poco “che significa quando?”
“Ogni cosa a suo tempo, mia cara.”
“Noi non abbiamo tutto questo tempo. Tiziano è scomparso da due giorni ormai. Non possiamo starcene qui con le mani in mano ad ascoltare i racconti strampalati di un gigante pazzo che ha rapito una nostra amica…”
“Giulia, ti prego. Non essere maleducata. Lui non mi ha rapito e, ti assicuro, non è pazzo.”
“E’ la sindrome di Stoccolma! Ecco, si è invaghita del suo rapitore. Irene sveglia! Sei in casa di uno sconosciuto con i piedi scalzi e con indosso una camicia da notte stile moglie di Frankenstein. Non mi sembra il tuo stile, te lo assicuro.”
“Ragazze facciamolo parlare. Non abbiamo appuntamenti stasera e fuori sta diluviando.” Le parole di Peter invitarono gli altri a rimanere in silenzio, lasciando che il rumore della pioggia invadesse per qualche istante la stanza e un sibilo d’aria gelida sfiorasse loro le guance.
“Silenzio dunque, e lasciatemi raccontare. Ho bisogno di farlo in modo che possiate capire. Luca, ti spiace alzarti e prendere quella grande candela poggiata sul tavolo?”
Luca fece come gli si chiedeva e muovendosi incerto per via della penombra, arrivò al grande tavolo tondo a pochi passi da lui e prese la candela. Con l’oggetto in mano si voltò verso l’uomo attendendo altre indicazioni. Lamarre gli chiese di metterla al centro della stanza e del piccolo semicerchio che gli amici, seduti per terra, avevano formato. La luce di quella particolare candela rischiarò parecchio l’ambiente ed irradiò la stanza di un tepore giallo e fumoso.
“Vieni qui, ragazzo. Ho bisogno che tu ti sieda davanti a me.”
Luca ubbidì e si sedette con le gambe incrociate di fronte all’uomo.
“Non preoccuparti. Userò una tecnica particolare per mostrarti cos’è accaduto tanti anni fa e come è nata tutta questa storia. Nel posto da cui i nostri avi arrivano i sensi si sono sviluppati in maniera diversa dalla nostra. Io posso indurre pensieri tu puoi afferrarli. Si, Luca, ti è capitato di leggere frasi non scritte, frasi che nessuno vedeva tranne te. Quelli sono messaggi inviati dalla mente di qualcuno. Dimmi ne hai letti molti?”
“Solo un paio. Di persone diverse con diverse grafie. Uno era sul libro di mia nonna, l’altro era sul quotidiano di stamattina.”
“Si. Ne ero certo. Ora chiudi gli occhi e rilassati, non preoccuparti, farai parte di quel che ti racconterò solo come spettatore, nessuno potrà vederti ne sentirti, ma tu potrai vedere e sentire perfettamente.”
Così dicendo il gigante barbuto poggiò i pollici sulle palpebre chiuse del ragazzo, che per tutta riposta ebbe un lieve sussulto. I pollici cominciarono a muoversi in orario, il sinistro e antiorario il destro. Luca percepì diversi colori, poi immagini sfocate e bisbigli, all’improvviso una forte luce quasi lo accecò nell’atto di riaprire gli occhi. Dopo qualche attimo di stordimento mise a fuoco la scena e si accorse di stare guardando un’enorme finestra ad arco. Strinse gli occhi e si voltò a guardare alla sua destra. Un lungo corridoio, con altre enormi finestre sul lato sinistro. Il corridoio pareva immerso nella penombra, anche se le finestre certamente gettavano sul pavimento la luce del giorno. In fondo contro la parete si trovava una massiccia scrivania di legno chiaro, forse frassino. Ma il legno era grigio, tutto intorno a lui era grigio. Si volse dalla parte opposta, il corridoio svoltava sulla sinistra, da quel nuovo spazio si apriva un cono d’ombra che tagliava trasversalmente l’ultima parte di corridoio, alzò gli occhi verso l’alto per ispezionare meglio l’ambiente, notò solo che il soffitto era altissimo e che da esso pendevano ad intervalli di circa due metri, delle lampadine sbiadite coperte da larghi coni di metallo. Si rigirò ancora di scatto, il cuore gli balzò in gola quando vide una donna seduta alla scrivania prima vuota. Era una donna minuta con i capelli chiari raccolti in una crocchia. Indossava una camicetta bianca con un motivo floreale proprio sopra il seno destro. Luca cercò di avvicinarsi meglio per poterla raggiungere ed osservare meglio, ma mentre compiva gli ultimi passi il corridoio fu folgorato dal trillo assordante di una campanella a tamburo posizionata sulla parete sgombra. Una fiumana di uomini e donne in tute scure da lavoro, si riversò nel corridoio travolgendo i suoi pensieri ed impedendogli di arrivare alla donna della scrivania. Mentre quelli gli passavano accanto si rese conto che stava vedendo ogni cosa in bianco e nero, un bianco e nero virante al seppia. Come se si trovasse al cinema, davanti ad una vecchissima pellicola di celluloide.
Come per incanto si ritrovò davanti ad un pendio. Lo stabilimento si trovava alle sue spalle, era fuori. Un timido vento autunnale mosse i suoi capelli a tempo con i fili d’erba, alzando gli occhi la vide: la casa nera.
Era nera davvero ed enorme come non ne aveva mai viste. Le finestre erano sbarrate da battenti di legno e la porta, proprio al centro della facciata era aperta. Non socchiusa, spalancata. Fu dinnanzi all’entrata in un attimo. Come in un sogno, e forse era di quello che si trattava, di uno strano sogno in bianco e nero. L’odore che lo investì entrando gli favorì un conato. Uscì nuovamente, respirando con la bocca per evitare alla nausea di sopraffarlo. L’odore dell’erba appena tagliata e bagnata di pioggia gli diede gran sollievo. Sapeva di dover entrare per sapere. Prese un bel respiro e rimise piede in casa continuando a respirare con la bocca. Si guardò intorno attonito, sulla destra un finestra sbarrata lasciava filtrare lance di luce fioca, dove vorticavano lucenti corpuscoli di polvere. Sotto la finestra un vecchio tavolaccio di legno scuro e grezzo su cui poggiavano tanti barattoli di vetro, contenenti un liquido giallognolo e denso dove galleggiavano dita mozzate. Luca si ritrasse ed incespicando tento di restare in piedi appoggiandosi al tavolo dietro di lui. La sua mano affondo nella pelliccia di un animale. Si voltò a guardarlo, era un cane di grosse dimensioni, con il pelo lungo e bianco. quel povero animale morto era una nota stonata in quell’ambiente scuro e polveroso. Il suo pelo era candido e ben spazzolato, qualcuno si era preso cura di lui. Era uno dei cani di Frankeburgen. Con la mano ancora affondata nel candido pelo si volse verso una nuova luce. Una luce fioca ma colorata di un giallo intenso. Voci sommesse arrivavano da una stanza poco lontano. Luca si guardò intorno, il cane e tutta la stanza erano spariti. Era in un altro posto adesso e per la prima volta udiva delle voci.
Fece pochi passi ed entrò in una stanza con pareti fatte di mattoni crudi. Su sgabelli a tre gambe sedevano molti uomini barbuti, con in dosso cappelli di feltro grigi e bianche camicie ampie.
Dobbiamo lasciare l’isola
Io non me ne vado senza il mio anulare
Non potremmo avere pace senza il nostro dito
Keziarica!
Si, kezia, aiutaci. Prendi i barattoli.

Luca sentendo nominare sua nonna si volse a guardare nella direzione i cui guardavano gli uomini ma mentre quasi la scorgeva, si ritrovò su una grande barca, con la chiglia nera e il fondo bianco. era una delle imbarcazioni dello stabilimento di Frankeburgen, poteva leggere chiaramente il marchio impresso a fuoco sul lato destro della chiglia. Il movimento della barca sul mare mosso gli dava la nausea. Sulla barca con lui si trovavano almeno una ventina di uomini ed una donna, voltata di schiena. I barattoli con le dita erano proprio sotto di lui in una grossa cassa di legno senza coperchio.
Il mare era molto mosso, il cielo livido e gonfio di pioggia si aprì sventrato da un fulmine. L’ultima cosa che Luca vide prima di aprire gli occhi fu un enorme opale fluorescente che stava per inghiottirli.

“Bentornato, ragazzo.”
Le mani di Lamarre stavano poggiate sulle sue. Erano enormi mani calde e asciutte che gli infondevano una sensazione di benessere inspiegabile.
“Come ti senti? Forse ti senti un po’ sottosopra ma la nausea passerà presto.”
Luca non disse una parola, si volse a guardare gli amici che lo osservavano in silenzio e con una certa apprensione.
“Quindi è così che è andata?” Domandò Peter rivolgendosi ad Onofrio Lamarre.
“Si. Frankeburgen ha tagliato le dita ai suoi dipendenti rivoltosi, lo ha fatto per togliere ad altri la voglia di ribellarsi ai suoi soprusi. Ma la sua punizione andava ben oltre la fisicità. Vedete a Stries si crede che l’anima di una persona a cui sia stata amputata una parte del corpo non possa riposare in pace se non seppellita con la parte mancante. Per questo ho voluto che mi riportaste il dito nel barattolo.”
“Ma lei nel messaggio diceva che era suo il dito. Ma le sue mani sono intatte.”
“Quello era il dito di mio padre. Provvederò a riportarlo alla sua tomba. Ci sono molti altri che aspettano che le loro dita gli vengano restituite. Dovete aiutarli”
“Non possiamo aiutarli adesso. Dobbiamo prima trovare Tiziano” Ribatté Giulia
“Non ve lo permetteranno. Vogliono quello che gli appartiene e faranno di tutto per averlo! Noterete degli uomini neri, senza volto, con lunghi cappotti e cappelli. Vi perseguiteranno…”
“Li abbiamo già visti. Uno di loro ha lasciato un messaggio sotto la nostra porta” Disse Luca con un filo di voce. I ragazzi si voltarono a guardarlo, Irene gli posò una mano sulla spalla e la strinse leggermente.
“quale messaggio?” chiese Lamarre
“NON SOLO UNO, diceva così”
“Non solo uno, si riferisce a mio padre!”
“Si al suo libro sull’isola”
“No. Non al libro. Si riferisce al dito. Non vogliono che l’unico a beneficiare del vostro aiuto sia mio padre. Ci sono altre anime inquiete che chiedono aiuto, non potete esimervi.”
“Perché noi?” Chiese Azzurra visibilmente agitata
“Perché Luca può aiutarli. Può leggere i messaggi di sua nonna e trovare i barattoli che lei ha nascosto tanti anni fa”
“E Tiziano?” Fece Giulia
“Tiziano è sospeso. Vedete, quella sera quando quella barca arrivò da questa parte, Keziarica, andò alla casa nera e rubò i barattoli. Victor la sorprese e cercò di ucciderla. Quando era bambino Victor ebbe un incidente nello stabilimento di barche e perse il dito mignolo. Suo padre lo fece chiudere in un ciondolo che gli mise al collo e da cui non si separava mai. Quella sera tua nonna gli strappò dal collo il ciondolo e sparì con esso. Frankeburgen rivuole il suo mignolo o non potrà riposare in pace.”
“Ma io non lo so dove sta il ciondolo, mia nonna è scomparsa tanti anni fa e non mi ha mai parlato di nessun ciondolo.”
“Non ne ha mai parlato a nessuno. Ha nascosto il ciondolo. Qui in questa dimensione e voi dovrete trovarlo se rivolete indietro il vostro amico”
“Ma non saprei dove cercare…”
“Il libro, Luca. Trova il messaggio nel libro di tua nonna.”
“Quale dimensione?” chiese Azzurra
“Onofrio credo che dovresti spiegare loro come funziona il salto tempo-dimensionale”
“Tempo-dimensionale??!”
“Vedi Peter, non si può viaggiare nel tempo in una stessa dimensione, per via dei paradossi. Ma si può viaggiare nel tempo se ci si sposta da una dimensione all’altra. Esistono varchi tempo-dimensionali in diverse parti del nostro pianeta. La nostra città esiste anche in altre dimensioni, solo si è sviluppata in maniera differente. Ma ora è tempo di trovare indizi sul ciondolo. Trovalo Luca e riavrai il tuo amico.”
“ma che ne sarà di Frankeburgen, mia nonna ha portato con se il ciondolo per un motivo preciso, io andrei contro il suo volere, riportandolo a quel mostro!”
“Capisco che possa sembrare cinico, ma qualsiasi cosa accada, sarà in un'altra dimensione.”
“Troviamo il ciondolo e poi? Come glielo riportiamo? Come si arriva sull’isola?” Giulia stava perdendo la pazienza.
“Non è così semplice. Dovrete prima trovare le altre dita. Rimetterle al loro posto e poi cercare il ciondolo.”
Irene impiegò dieci minuti buoni a rivestirsi. Tenne la treccia.
Uscendo dall’appartamento di Onofrio Lamarre, Luca ebbe una strana sensazione. Come se qualcosa di importante non fosse stato svelato, come se non fosse pienamente soddisfatto del racconto fatto dall’uomo appena lasciato. Fece per rivolgersi a lui nuovamente ma la porta si chiuse proprio in quell’istante e gli altri erano già una rampa avanti a lui.
Fuori la pioggia aveva smesso di cadere, ma dai cornicioni marci continuava a stillare acqua rugginosa, color sangue.

1 commento:

Ila S. ha detto...

Ciao Lu, con questo capitolo mi hai scatenato definitivamente una curiosità assurda. Non capisco perchè tu non ne sia pienamente soddisfatta, a me è piaciuto moltissimo. Sei uscita dal tunnel e hai agganciato il filone giusto e questo mi sembra davvero importante. Mondi paralleli, dimensioni diverse, come ben sai mi hanno sempre affascinato e sapere di potermici tuffare dentro mi fa riflettere. Non vedo l'ora di sapere come andrà a finire, mi sembra di crescere anch'io con il tuo romanzo e ti assicuro che è la stessa sensazione che provo quando leggo autori di un certo calibro. Quindi come vedi, l'importante è stuzzicare la fantasia del lettore e al diavolo King e la Cornwell HAHAHAAHAHAH!!!! :-))) BRAVAAAA!!!
Ila. S.