mercoledì 8 giugno 2011

CAPITOLO 9

Il buio si era impadronito delle strade, il freddo ansante stagnava in ogni angolo aggiungendo inquietudine agli animi dei quattro ragazzi, che stringendosi l’un l’altro camminavano sotto la pioggia ancora battente.
Il locale distava all’incirca un chilometro dal palazzo bianco, come lo avevano soprannominato, ma pareva lontano anni luce.
Finalmente arrivarono in cima al viale alberato che si presentava scuro e tetro come non mai. Luca infilò la piccola chiave dorata nella serratura, questa scattò immediatamente e la porta si socchiuse. All’interno la lampada ad olio sul bancone era ancora accesa e l’ambiente puzzava di liquore. I ragazzi entrarono e si guardarono intorno rabbrividendo. Proprio davanti al grande bancone una pozza di quello che doveva essere liquore al caffè si allargava tra cocci di vetro scuro. Irene doveva aver lottato. Sul bancone notarono una tazza di vetro per infusi coperta di impronte di sporcizia, il bordo ancora macchiato dalle labbra di chi vi aveva bevuto. Peter prese il bicchiere e lo annusò “qualcuno qui ha infranto qualche legge!”
“E’ liquore?” chiese Azzurra.
“Già. E deve averne bevuto parecchio a giudicare dalla bottiglia semivuota che si trova qui nel lavandino”
Giulia si sporse e guardò aldilà del bancone, nel lavandino campeggiava una bottiglia di Reine Francisse Pouche. Un liquore dolce a base di malto d’orzo utilizzato un tempo per la preparazione di caffè corroboranti.
“Da lassù mancano almeno tre bottiglie di altro liquore!” Aggiunse Giulia osservando il ripiano sopra il bancone.
“Questo è un pazzo! Rischia la galera per questo. Non lo conosce il codice?”
Il codice sugli alcolici redatto nel 2056 ribadiva che non si potevano assumere sostanze alcoliche -quali vino, birra e distillati in genere- se non a scopo terapeutico. L’alcool nella sua forma comune era stato bandito dalle società di tutto il mondo. Solo pochi esercizi, tra cui il locale di Irene, erano autorizzati alla distribuzione di liquori, liquori che dovevano essere somministrati in dosi esigue e sempre miscelati con sostanze non alcoliche. L’ebbrezza non era tollerata, la pena per ubriachezza consisteva in sessanta giorni di carcere, lavori di pubblica utilità e in una ammenda di 500 eurolire.
“fantastico abbiamo a che fare con un pazzo ubriacone, che se ne infischia della legge e quindi non ha nulla da perdere! Io dico di chiamare la polizia, come farà Irene a spiegare la sparizione delle sue bottiglie?”
“Azzy, sai perfettamente che non possiamo chiamare la polizia. Per le bottiglie in qualche modo faremo. Ora, Giulia, recupera il barattolo. Dobbiamo andare!”
Giulia entrò nel retrobottega, un localino completamente rivestito di legno chiaro. Occupato da una scrivania sulla destra, un piccolo bagno sulla sinistra ed uno scaffale di metallo sulla parente di fronte alla porta. Due tendine a quadretti rossi e bianchi coprivano i ripiani dello scaffale, Giulia scostò quella di destra e spostò alcuni altri barattoli, contenenti perlopiù caffè . Il barattolo col dito era ancora al suo posto.
La ragazza lo prese e lo osservò per un attimo cos’avrai di così speciale? Sussurrò e infilatolo nello zaino uscì dallo stanzino.
“Fatto. Possiamo andare!”
“Ok. Prima di incamminarci vorrei che escogitassimo un piano. Qualcosa per evitare che il bevitore misterioso faccia sparire anche noi. Io e Azzurra andiamo per primi. Peter tu osservi la scena da lontano e ti unisci a noi solo ad un mio gesto.”
“Quale gesto?”
“mi passerò la mano tra i capelli”
“va bene”
“chi va all’anagrafe?” Chiese Giulia
“Nessuno. Non credo sia il caso che uno di noi se ne vada in giro da solo di notte. Incontriamo il nostro amico. Vediamo che succede. La cosa importante adesso è riavere Irene. Il signor Lamarre dovrà aspettare.”
Giulia si avvicinò all’amico “non mi hai detto che devo fare”
“Tu aspetterai il segnale di Peter. Diciamo che infilerà le mani nelle tasche del giaccone. Così facendo eviteremo di cadere in trappola tutti insieme, se una trappola ci aspettasse e confonderemo il nostro avversario, che poi sarà anche già confuso dall’alcool che si è scolato”
“mi pare sensato. Tutti pronti!” chiese Peter alzando la testa e guardando gli amici negli occhi.
“Pronti!” fecero quasi in coro.
La strada scendeva giù verso il paese e verso il mare con i suoi nuovi confini. La pioggia continuava a scendere. Il molo di marmo si trovava ad una decina di minuti dalla via principale. Era un enorme scalo interamente costruito con grandi blocchi di pietra calcarea. Lungo più di un chilometro e con tre bacini di allaggio più grandi ed uno piccolo dove era attraccato il sommergibile turistico. Proprio a ridosso del piccolo bacino si trovava un chiosco di legno con base esagonale e tetto ricoperto da piccole tegole rossastre, sui cui lati campeggiava la scritta:

VISITA ALLA CITTA’ SOMMERSA – BIGLIETTERIA

A distanza di due metri gli uni dagli altri si alzavano alti più di due metri splendidi lampioni in ferro battuto, con due bocce bianche ciascuno. I lampioni venivano accesi tutti solo durante feste o manifestazioni. Nelle sere qualunque ne rimaneva acceso solo uno su quattro. La luce sul molo non era dunque sfavillante. I punti d’ombra erano parecchi e Luca che camminava con Azzurra al suo fianco lungo la banchina, sperava che l’uomo con cui avevano appuntamento si fosse posizionato in un punto visibile da Peter e Giulia, che stavano appostati ognuno dietro una colonna del porticato, che si estendeva sotto la costruzione ospitante le aule della scuola pubblica di prima e seconda istruzione. Il liceo e l’università si trovavano invece sulle alture a non molta distanza dal palazzo in cui viveva Irene. Al centro, la costruzione, di divideva lasciando aperto un varco, sormontato da un arco a tutto sesto alto più di venti metri, realizzato in marmo bianco. ai lati erano scolpite momenti della catastrofe avvenuta nel 2014. Ed in cima, sopra la chiave si volta realizzata in granito, dominava la scritta:
Alle vittime dell’Onda. Strise tutta in lutto vi ricorda.
Luca continuò a camminare con l’amica al fianco. Non vedendo nessuno cominciò ad innervosirsi. Il molo era quasi terminato. Lo sciabordio dell’acqua alla fine della banchina si faceva sempre più forte e dell’uomo e di Irene nessuna traccia.
Aveva quasi perso la speranza, stava per voltarsi verso gli amici nascosti a qualche centinaio di metri quando, appesa ad un lampione acceso, notò una busta bianca. La busta si muoveva al vento legata attorno al palo scuro con un nastro rosso. Luca si avvicinò con il braccio proteso e appena possibile la staccò con uno strattone, l’aprì e lesse:

credevate davvero che sarei stato qui ad aspettarvi tutto solo? Ho un altro indirizzo per voi. Via n.o. solito capella, vicino alla biblioteca bruciata. C’è un varco nella rete metallica. Vedrete una candela accesa. Non mancate, la vostra amica aspetta!

“accidenti a lui! Maledizione!” Luca scagliò il biglietto per terra. Azzurra si precipitò a raccoglierlo prima che finisse in acqua.
“meglio non perderlo, se ne avessimo bisogno potrebbe servirci come prova.”
Luca annuì frastornato poi fece cenno ai due amici nascosti di farsi avanti e quelli lentamente si avvicinarono.
“dobbiamo andare alla biblioteca.” Disse loro non appena gli furono accanto. Azzurra che aveva poco prima letto il biglietto lo porse agli amici perché lo leggessero anche loro.
“Bastardo!” sibilò Peter passando il foglietto a Giulia.
“Ragazzi, quella è una zona pericolosa. Non ci sono controlli da quelle parti. Qualsiasi cosa accada non verrà nessuno a salvarci!”
“Giulia ha ragione” disse Azzurra fissando Luca.
“So perfettamente che può essere pericoloso. Per questo andremo solo io e Peter!”
“Niente da fare. Io vengo con voi. Irene è anche amica mia. Ho solo detto che è pericoloso. Non intendo starmene con le mani in mano.”
Azzurra deglutì a vuoto “anch’io vengo con voi. Non sono mai stata molto coraggiosa ma voglio riportare Irene a casa”
I ragazzi guardarono le ragazze “E sia! Allora andiamo.”
Quindi ripartirono in fila indiana, lasciandosi alle spalle lo sciacquio ritmico dell’acqua. Attraversarono il molo tagliando verso l’arco e immettendosi nella lunga e stretta stradina che portava alla via principale. Aveva smesso di piovere. Ma nessuno dei ragazzi sembrò accorgersene.

La zona vietata era buia e fredda come non mai. Attorniata dalla natura incolta e da un alone di mistero che la faceva assomigliare ad una città fantasma. I bambini di Strise raccontavano le storie più assurde su quel posto. Una volta Luca era rimasto sveglio per quasi una settimana dopo un racconto di Tiziano. Luca non ricordava esattamente di cosa si trattasse ma sorrise teneramente a quel ricordo. Tiziano gli mancava e voleva riabbracciarlo. Ma non c’era tempo ora, per i sentimentalismi. Irene era la priorità. Di lei doveva occuparsi e… La candela!
Una luce fioca e tremolante si fece largo nell’oscurità.
“Andiamo ecco la candela!” fece Luca proiettando se stesso verso il debole chiarore. I compagni lo seguirono correndo con lui.
Passarono di fianco alla biblioteca annerita dall’incendio. Il tetto era collassato in parte, le finestre murate erano state sfondate per permettere l’intervento dei pompieri. ora apparivano come tanti buchi scuri aldilà dei quali misteri ancor più oscuri giacevano in cumuli di cenere.
Il rapitore aveva detto la verità, la rete metallica presentava uno squarcio a forma di L rovesciata. Peter afferrò l’angolo in alto e lo tirò verso i basso, permettendo ai ragazzi di passare. Luca fece lo stesso per lui dalla parte opposta. Poi riposizionò la rete in modo che ad un controllo veloce risultasse tutto in regola.
Il sentiero che si apriva davanti a loro era buio e stretto. I loro volti erano venivano colpiti da basse fronde e cespugli troppo cresciuti. Camminarono quasi a tentoni per almeno duecento metri, prima di trovarsi di fronte un enorme quartiere abbandonato.
“Questo dev’essere il posto. Via Solito Capella. Per cosa sta N.O. non l’ho mai capito.” Bisbigliò Luca.
“non saprei” aggiunse Giulia sempre sottovoce.
Peter fece un passo avanti, uscendo definitivamente dalla selva attraverso cui avevano camminato “come lo troviamo?”
Luca non lo sapeva. Il biglietto diceva in via Solito ma non specificava dove esattamente. Il quartiere era grande, costituito da undici grandi edifici di cemento scurito dal muschio, disposti a semicerchio i quattro davanti, per lungo i quattro dietro e di traverso gli ultimi due. Ogni edificio nel buio, pareva la murata di una nave fantasma. Quello era quanto rimaneva della vecchia Strise. Un ammasso di palazzoni grigi e umidi abitati da chissà quali strani esseri. Ad un tratto, una luce comparve ad un piano alto del palazzo di mezzo. Era ancora la luce fioca di una candela. Lo avevano trovato o meglio si era fatto trovare.
Peter mosse il primo passo “credo ci stia invitando ad entrare!”
“Si, lo credo anch’io” lo seguì Luca.
Le ragazze si presero per mano e s’incamminarono dietro i ragazzi. Nella fitta vegetazione era stato aperto un passaggio che conduceva agli edifici. Una breve salita e poi un lungo corridoio di cemento pieno di crepe e pieghe, come una coperta spinta via da qualcuno. Quel qualcuno, lo sapevano bene, era l’onda di tanti anni prima.
Più volte rischiarono d’inciampare, ma continuarono a camminare imperterriti fino alla seconda entrata, più che entrata vera e propria pareva un antro, buio e madido. Il paragone con l’atrio del palazzo in cui viveva Irene e in cui si erano trovati fino a poco tempio prima fu inevitabile.
L’odore appiccicoso di muschio e intonaco decrepito si insinuò nelle loro narici e, raggiungendo i polmoni, li fece tossire. Di fronte all’ingresso si stagliava una grossa porta di ferro smaltato, color mattone su cui erano fiorite aree più o meno estese di ruggine.
“Un ascensore!” esclamò Giulia spalancando gli occhi.
“Wow, ho letto qualcosa a riguardo quando ero al liceo, ma non credevo che ne avrei mai visto uno!” Ribatté Azzurra sorridendo all’amica.
“Io ne ho visto un altro durante una spedizione di archeologia urbana quando avevo sedici anni. Ma quello era senza pannello di comando…” con un dito sfiorò una scatoletta di vetro incorniciata da metallo lasciando una traccia di pulito sulla polvere e la sporcizia che vi si era depositata. Una levetta rossa stava in posizione ON. Sopra di questa due piccole valvole dello stesso colore.
Poco sotto la piccola cassetta c’era il pannello di comando, un pannello molto elementare per la verità, composto solo dal tasto di chiamata.
“Chissà se possiamo vedere l’interno…” Giulia fece per aprire la pesante porta, ma Luca la fermò “Giulia. Siamo qui per Irene, non per fare un giro turistico nel passato!”
“hai ragione, perdonami.”
“qualcuno accenda una torcia, per favore.” Supplicò Luca, ricordando che di torce non se n’era proprio parlato.
Giulia aprì il suo zaino ed estrasse la torcia che aveva usato alla biblioteca, l’accese ed il cono di luce aprì un varco nel buio, ferendo gli occhi dei presenti ed illuminando corpuscoli di polvere danzanti e sporcizia.
Le scale erano rese viscide dall’umido e dal sudiciume che vi si era depositato negli anni. Un corrimano corroso e malfermo correva sulla parete poco sopra la rampa, ma nessuno dei ragazzi osò mettervi mano.
Più salivano e più il fiato si faceva corto. Le ampie finestre erano chiuse, l’aria era resa irrespirabile dall’umidità e da cumuli di rifiuti e calcinacci stipati in ogni angolo.
“qui non si respira! Ma dove diavolo è?” Azzurra era sul punto di fermarsi e tornarsene indietro quando, giunti ormai al quarto piano, sentirono qualcuno bisbigliare.
“Silenzio!” Sibilò Luca alzando la mano destra con l’indice alzato.
Il bisbiglio si fece più intenso. Sul pianerottolo c’erano due porte. Da sotto la prima, quella sulla destra apparve un timido bagliore. Luca di fece accanto alla porta e poggiò l’orecchio per cercare di ascoltare. Pochi istanti dopo la porta si aprì, Luca indietreggiò di riflesso e con lui anche gli altri.
“Ce l’avete fatta, finalmente!” davanti a loro l’ombra di un uomo alto almeno un metro e novanta, con lunghi capelli grigi e la faccia coperta di rughe e cicatrici. La candela che teneva in mano, all’altezza del petto, lo illuminava dal basso verso l’alto facendolo somigliare ad uno spauracchio da fiaba.
“Prego, entrate. Mi casa es tu casa”
“Come prego?” chiese Azzurra passandogli accanto.
“Dov’è Irene?” Chiese Luca con voce ferma.
“Non ti hanno insegnato l’educazione ragazzo? Stai entrando in casa di ospite che non hai mai conosciuto e poni domande come se fossero ordini? Dov’è il dito? Non sai che usanza portare in dono qualcosa quando si fa visita a qualcuno?”
“Senti come ti chiami , questa non è una visita di cortesia. Tu hai qualcosa che noi rivogliamo e noi abbiamo qualcosa che tu rivuoi, perciò facciamola finita. Dov’è la nostra amica?”
“Che sbadato, sono davvero un gran maleducato. Dimenticavo che voi siete qui per la vostra amichetta Irene.” Il nome dell’amica pronunciato da quel balordo era come un insulto.
Peter fece un passo avanti ed uscì dall’ombra : “amico, non vogliamo guai. Vogliamo solo riavere la nostra amica e ridarti ciò che è tuo.”
“Oh, ma io non sono tuo amico. Io sono quello che ha rapito la vostra amica e rivoglio il mio dannato dito. Ora!” la voce dell’uomo si fece perentoria mentre alzando la mano sinistra mostrava il suo dito anulare mozzato.
Peter deglutì a vuoto.
“Il dito è suo?” chiese Giulia.
“proprio così e lo rivoglio.”
Luca fissò l’uomo negli occhi “siamo qui per questo, per restituirglielo ma prima vogliamo essere certi che Irene sia sana e salva.”
L’energumeno rimase in silenzio qualche istante poi, dopo aver tratto un lungo respiro : “Vieni di qua Ire, sono arrivati i tuoi amici.”
“Ire?” la faccia di Giulia si accartocciò in una smorfia.
Gli altri rimasero ammutoliti mentre nelle loro teste miriadi di pensieri si fecero avanti per poi essere ricacciati indietro da dinieghi interiori e poco plausibili soluzioni.
Irene avanzò con in mano una candela. Era vestita di bianco, cosa assai insolita per lei. Aveva i capelli raccolti in una treccia che le ricadeva morbida sul seno destro ed era scalza.
“Irene!” quasi urlò Azzurra vedendola.
“Ire, ma che…” Giulia non riusciva a raccapezzarsi.
“Tranquilli ragazzi, non sono diventata la moglie di Frankenstein. Ho solo finito gli abiti puliti e se non raccolgo i capelli, con questa umidità, divento una kochia scoparia!”
“Ire… le scarpe?” Giulia le fissava i piedi perfettamente puliti.
“Sono nell’altra stanza vicino al fuoco. Sto cercando di farle asciugare, anche se pare ardua come impresa.” Così dicendo diede un’occhiata all’uomo con la candela il quale per tutta risposta diede un’alzata di spalle.
“ok. Irene sta bene. E’ giusto restituire il dito al legittimo proprietario…”
L’uomo fece un passo avanti lasciandosi scappare un mezzo sorriso. Luca lo stoppò alzando una mano davanti al suo petto “prima però vogliamo sapere chi sei? Perché hai rapito Irene e che significa questa storia delle dita mozzate!”
L’uomo smise di sorridere, poi guardò Irene che gli stava alla destra. La ragazza gli fece un cenno col capo a cui i ragazzi finsero di non badare.
“Spero non abbiate impegni per questa sera. Se volete sapere, saprete. Ma voglio che vi sia chiaro che non potrete più tornare indietro.”
“Che sarà mai?” Fece Giulia abbozzando un sorriso.
“il totale stravolgimento della vostra esistenza. Ed ora sedetevi è una lunga storia quella che ho da raccontarvi”
I ragazzi si guardarono l’un l’altro poi guardarono il pavimento che risultava essere davvero pulito. Si sedettero uno ad uno con le gambe incrociate, tutti con gli sguardi rivolti al viso dell’uomo che si sedette a sua volta di fronte a loro.
“Allora, ragazzi siete pronti?”
“Un momento.” Fece Peter “Non sappiamo nemmeno il tuo nome!”
“hai ragione ragazzo” e tendendogli la mano destra disse: “Onofrio Lamarre, al tuo servizio!”