martedì 24 maggio 2011

CAPITOLO 8

Giulia intravide Luca e Azzurra non appena voltato l’angolo apprestandosi, insieme a Peter, ad imboccare il viale che conduceva al locale di Irene. Alzò una mano e l’agitò per salutarli ma i ragazzi non risposero. Giulia notò una strana concitazione ed ebbe un sussulto quando anche Peter se ne accorse e chiese: “Ma che diavolo succede?” Senza pensarci i due presero a correre. La salita era dura e il viale era lungo circa duecentocinquanta metri. Il locale di Irene si trovava proprio in cima. I ragazzi sentivano le tempie pulsare e le gambe dolere per lo sforzo, I polmoni bruciare per l’apporto ridotto di ossigeno. Man mano che salivano e si avvicinavano agli altri due si rendevano conto che qualcosa di terribile era accaduto. Il volto di Azzurra era paonazzo e sembrava proprio che stesse piangendo. Luca scuoteva la testa e poggiava la mano sulla spalla dell’amica. Quando finalmente Peter e Giulia giunsero in cima, ansanti e rossi in volto per lo sforzo, Luca crollò su se stesso finendo seduto per terra con la testa ciondoloni.
“Luca!” Strillò Giulia correndo verso l’amico.
“Non sono svenuto. Mi sono solo mancate le forze per un istante.” Il ragazzo alzò gli occhi e Giulia si accorse che aveva pianto.
“ma si può sapere che succede?” Domandò voltandosi verso Azzurra.
La ragazza singhiozzando si avvicinò all’amica porgendole un biglietto bagnato e sporco.
Giulia lo prese e lesse il messaggio:

avete qualcosa che mi appartiene. La rivoglio. Troviamoci al molo di marmo questa sera. Irene ha belle mani…credo che comincerò dall’anulare. Alle 21. Puntuali.


“si riferisce al dito nel barattolo.” Asserì Luca con un filo di voce.
“Non avresti dovuto prenderlo!” La rimproverò Azzurra.
“Ormai l’ha preso! Non si può tornare indietro. Cerchiamo di capire come restituire il dito a questo maniaco piuttosto!”
“C’è una cosa che non si vede ma che io ho potuto scorgere sul quel biglietto” disse Luca rimettendosi in piedi.
“cosa?” chiese Peter
“Lo schizzo di un’isola. Quasi identico a quello che c’è sulla copertina del libro di mia nonna. Credo che chiunque abbia lasciato quel biglietto abbia a che fare con quella dannata isola! ”
“Luca, quell’isola non esiste! Non ci sono isole a Strise, non ce ne sono mai state!” Ribatté Giulia.
“Forse non è a Strise che si trova!” Propose Peter
“E dove si trova allora?” Quasi urlò Azzurra in preda alla disperazione.
I ragazzi le si fecero accanto “Sta’ calma Azzy. La troveremo!” Le disse Luca abbracciandola .
“Certo. Come abbiamo trovato Tiziano!” Rispose lei rivolgendogli un’occhiataccia.
“Hey, non ho rapito io Irene e nemmeno ho fatto sparire Tiziano. Sto solo cercando di tirare le somme e di rimettere a posto le idee. Non possiamo litigare tra noi. Dobbiamo cercare di mantenere la calma e di ragionare.”
“Luca ha ragione” Fece Peter “Il locale è chiuso?”
Azzurra annuì.
Luca emise un sospiro “bene allora andiamo. Giulia il dito lo hai tu, giusto?”
Giulia lo guardò di sottecchi, abbassando leggermente il capo “lo aveva Lei nel locale.”
“Nel locale?” chiese Azzurra tra i denti.
“Lo abbiamo messo nel ripostiglio, dietro vecchi barattoli di caffè! Lo credevamo al sicuro”
“Un dito putrido e rinsecchito? Al sicuro da cosa??”
“Da tutto questo” Rispose Peter mestamente “se chi ha rapito Irene lo vuole, significa che non lo ha trovato all’interno. Avete fatto un buon lavoro Giulia. Ora però dobbiamo entrare a prenderlo.”
“Qualcuno sa se Irene aveva un’altra chiave da qualche parte?” Ancora Peter.
“Credo ne abbia una a casa sua. Una volta le si era spezzata la chiave nella serratura e mi aveva spedita a prendere la copia. Però allora avevo le chiavi di casa. Ora come entriamo?” chiese Giulia.
“Non ha genitori ? qualcuno a cui possiamo chiedere le chiavi di casa sua?”
“No, Peter. I suoi sono morti da tempo. Vive sola con Silenzio, il suo gatto.”
“Be’ magari un vicino… Magari possiamo passare dal tetto…” Propose Peter massaggiandosi il collo.
Giulia si voltò a guardarlo “al trentunesimo piano?”
“Ma poi perché ci agitiamo tanto? Ha detto che se gli riportiamo il dito ci restituisce Irene. Facciamolo! Riportiamoglielo. Chi la vuole quella schifezza!” Sbottò Azzurra.
“Se qualcuno è arrivato a rapire una persona, significa che quel dito ha una certa importanza” rifletté Luca incontrando lo sguardo di approvazione di Peter “quel dito può svelarci dove si trova Tiziano. Se lo restituiamo potremmo non rivedere il nostro amico mai più. E io non voglio rinunciare a lui. Siamo cresciuti insieme è come un fratello per me”
“Luca ha ragione. Ragazze fatevi forza. Troveremo il modo di uscire da questa situazione. Dobbiamo entrare in casa di Irene e trovare il doppione della chiave, prenderemo il dito e andremo all’appuntamento.”
“E daremo da mangiare a Silenzio. Povera bestia sarà disperato!”
“Giulia, il gatto ha visto Irene questa mattina.”
“Luca, i gatti sentono quando qualcosa non va!”
“Ragazzi, fatela finita. Il gatto non sarà disperato e gli daremo da mangiare. La cosa importante ora è riuscire ad entrare” così dicendo Peter si avvicinò ad Azzurra e le posò una mano sul braccio “andrà tutto bene” le disse e lei volle credergli.

Il palazzo in cui Irene viveva era uno tra i più alti di Strise. Quarantadue piani circondati dal vetro dei terrazzini due metri per uno. I ragazzi arrivarono verso le diciassette. La pioggia aveva ripreso a cadere incessante. Sotto un ombrello rosso si stringevano Azzurra e Giulia nel suo bel cappotto pied de poule. Luca e Peter dividevano invece un vecchio ombrello nero, col manico d’osso, riesumato dal portaombrelli impolverato dell’università.
“come ci arriviamo lassù?” domandò Giulia ficcando le mani nelle tasche del cappotto.
“non esiste un portiere? Qualcuno nel palazzo che abbia un doppione delle chiavi?”
“Peter, pensi che anche se ci fosse un portiere ci darebbe le sue chiavi di casa?” Ribatté Giulia con il viso arrossato dall’ombra rossa dell’ombrello.
“Facevo per dire, qualcosa bisogna pure inventarsi. Dobbiamo entrare nell’appartamento.”
“Intanto entriamo nel palazzo e saliamo.” Propose Luca aprendo il pesante portone. Peter non poté fare a meno di notarne la bellezza, era un portone a doppio battente, di vetro verde spesso e smerigliato con inserti neri e triangolari che, dalle maniglie d’ottone al centro, si aprivano a raggiera verso i quattro angoli esterni.
L’atrio era ampio e arioso con i pavimenti e le pareti completamente rivestiti di marmo bianco. la base della scala si apriva in con un immenso gradino lungo circa tre metri e saliva in quella che, guardandola dal basso appariva come una spirale quadra che si stringeva via via, fino ad arrivare ad un minuscolo quadratino al piano attico. Certo dovevano avercene messo del tempo per realizzarla.
“Wow” la sua voce riecheggiò nello spazio vuoto attraverso la tromba delle scale “questo posto è fantastico!” aggiunse in un sussurro.
“Dobbiamo salire” s’intromise Giulia senza dar troppo peso a quanto le stava intorno.
Ogni piano ospitava tre appartamenti. Le porte erano nere con un piccolo inserto di vetro verde giada di forma triangolare nella parte superiore. Accanto ad ognuna di esse campeggiava un campanello d’ottone a molla, con la levetta per farlo trillare al centro.
L’appartamento di Irene era il numero 92. Stava proprio al centro del ballatoio. La sua porta era del tutto identica alle altre tranne per un piccolo dettaglio, la porta era socchiusa.
Dallo spiraglio non arrivava che buio ed un profumo leggero di camomilla. I quattro amici si guardarono l’un l’altro stupiti e sopraffatti dal terrore. Chi aveva rapito Irene era stato lì, nel suo appartamento e, forse, non se n’era ancora andato.
Peter prese in mano la situazione e traendo un profondo respiro appoggiò la mano sulla porta e spinse piano il battente. Un lieve cigolio accompagnò l’operazione. Azzurra portando si una mano alla bocca sussurrò al ragazzo di fare attenzione, mentre Luca gli si faceva subito accanto pronto ad entrare con lui.
“Voi aspettate qui.” Disse poi sottovoce voltandosi.
I due ragazzi scomparvero all’interno inghiottiti dal buio.
Giulia prese la mano dell’amica e la strinse forte. D’un tratto qualcosa strisciò attorno alla caviglia delle ragazze che lanciarono un lieve urlo soffocato. Ogni goccia del loro sangue divenne ghiaccio, gli stomaci si fecero piombo ed un terrore cieco le paralizzò.
Miaaaoo
Il gatto passò ancora tra le loro caviglie, e puntando il muso nero verso l’alto emise un altro verso.
“Silenzio! Gattaccio disgraziato, mi hai quasi spaventato!” Disse Giulia con la voce ancora tremante.
“Quasi?” Fece Azzurra mostrando i segni della presa dell’amica sul polso.
“Scusa” si limitò a rispondere la ragazza con un mezzo sorriso.
L’amica sorrise a sua volta e accucciandosi prese ad accarezzare il gatto che dal canto suo continuava a fare le fusa.

L’interno l’appartamento era immerso in un buio totale. I ragazzi rimasero immobili alcuni istanti, trattenendo il fiato, in attesa. Nessun rumore. Attraversarono due stanze, a tastoni, senza nemmeno rendersi conto di dove si trovassero.
“Qui non c’è nessuno.” Disse infine Luca.
“Già!” ribatté Peter posando una mano sulla parete alla ricerca dell’interruttore.
Click.
Luci accese.
Il buio sparì insieme alla tensione. L’appartamento era in ordine. Chi aveva fatto irruzione era stato molto attento a non lasciare nulla fuori posto. All’improvviso un’idea terribile si fece largo nella mente di entrambi.
“E se avesse preso le chiavi?”
Peter guardò l’amico “ho pensato la stessa cosa.”
“Se così fosse…”
“Se così fosse cosa?” Chiese Azzurra.
“Vi avevo pregato di rimanere fuori.”
“Abbiamo sentito una porta aprirsi. Abbiamo pensato che fosse meglio entrare e chiudere la porta, piuttosto che farci trovare davanti alla porta scassinata. E poi abbiamo visto la luce.”
“ok, d’accordo. Avete fatto bene. Qui è tutto a posto. Stavamo dicendo che magari le chiavi le ha prese il rapitore.”
“Rapitore?” Fece eco Azzurra rabbrividendo.
“Beh, è così che si chiamano quelli che portano via le persone contro la loro volontà!”
Giulia si fece avanti tenendo il gatto in braccio “ci manca il sarcasmo. Quello non ha preso nulla.”
“Come lo sai?” Chiese Peter.
“Perché le chiavi sono qui.” E alzando un poco l’animale mostrò loro il collarino rosso a cui erano appese due piccole chiavi dorate.
“Irene è un genio!”
“No Luca. E’ solo molto pratica. Non aveva campanellini a disposizione e ha usato le chiavi.”
I ragazzi si guardarono intorno. L’appartamento era grande. I pavimenti di legno chiaro, lucidi e coperti qua e la da tappeti pelosi di colore scuro. Marroni o rosso antico. Un bel divano bianco stazionava al centro del salone i cui si trovavano, di fronte una grande libreria stracolma di libri di ogni dimensione e colore. Sembrava la casa di una vecchia signora piuttosto che quella di una giovane donna.
La cucina era anche più ordinata. Il piano di lavoro era d’acciaio, lungo almeno due metri. Correva dalla finestra al frigorifero e su ogni centimetro ci si poteva specchiare. File di piatti colorati erano disposte dentro pensili con ante di vetro. Il lavandino era di marmo nero lungo un metro e ottanta centimetri, a due vasche. Anch’esso perfettamente pulito. In altre circostanze avrebbero fatto il giro della casa ma, in quell’occasione, il tempo non era dalla loro parte.

Silenzio scrollò la testolina una volta rimesso a terra. Il suo collare era più leggero.
Le chiavi le aveva Giulia in tasca.
“Vieni piccolino. E’ l’ora della pappa!”
Diedero da mangiare al gatto ed uscirono chiudendo la porta con la chiave di casa che trovarono appesa nell’ingresso.
Mentre gli altri uscivano dall’appartamento, Luca si affacciò sulla tromba delle scale. L’immenso atrio era candido e lucido come uno specchio. Il lucernaio a cupola proiettava sul quel fondo candido una luce fioca e grigia e la sua sagoma piccola piccola che guardava di sotto. All’improvviso un’altra sagoma apparve dal lato opposto al suo. Era più piccola, quindi doveva trovarsi più in alto. Luca alzò di scatto la testa e guardò verso l’alto. Al penultimo piano, affacciata alla balausta di ferro nero battuto, una figura scura con un cappello floscio calato sulla testa. Assomigliava alla sagoma vista in biblioteca. Non riuscì a scorgerne i lineamenti, dato che il fioco chiarore del lucernaio ne schiariva le spalle, lasciando in ombra il volto.
Come un ossesso prese a correre su per le scale, ignorando gli amici che lo chiamavano, chiedendosi cosa diavolo stesse succedendo. Salì di corsa, ignorando i polmoni che bruciavano affamati d’aria e salì, salì sempre più veloce e sempre più ansimante. Arrivato all’ultimo piano si guardò intorno senza vedere nessuno. Sulla parete opposta all’ultimo gradino, notò una piccola porta nera di ferro anch’esso nero. Posò la mano sulla maniglia verniciata e spinse. La porta era più pesante di quanto immaginasse, si aprì con un cigolio. Fuori imperversava una tempesta d’acqua di proporzioni quasi catastrofiche. Il terrazzo era enorme, spazzato da sferzate di vento che smuovevano l’acqua nelle pozzanghere formatesi qua e la. Piante di ogni genere erano posizionate lungo i bordi e si muovevano nella tempesta come mute comparse in una pièce teatrale, al centro la grande cupola di vetro smerigliato, tenuto insieme da un’intelaiatura di acciaio verniciato di nero che la divideva in spicchi larghi alla base più o meno un metro l’uno , Inserti di colore giallo, verde ed azzurro lo facevano assomigliare alla cupola di un grande transatlantico di lusso. Luca nemmeno fece caso alla mano di Peter che gli stringeva il braccio destro scuotendolo “Che succede? Che fai qui?”
“Era di nuovo lui!” Riuscì a rispondere a stento per il fiato corto.
“Lui chi?” Gli domandò l’amico socchiudendo gli occhi per il forte vento e la pioggia che gli sferzavano il viso.
“Quel dannato uomo nero! Era sulle scale e ci stava spiando. Ma come al solito è sparito. Ma dove è andato, non ci sono vie di fuga qui!”
“Luca, calmati. Potrebbe essere entrato in uno degli appartamenti o essersi nascosto in qualche angolo buio aspettando che passassimo per poi uscire dal portone di sotto. Giulia, dai un’occhiata di sotto.”
Giulia annuì e rientrò per guardare di sotto. Azzurra visibilmente preoccupata si fece accanto ai due ragazzi. Si guardò intorno infreddolita e zuppa di pioggia. Il terrazzo era deserto. A nord si trovava il monte Mozzo, sventrato dalle detonazioni e dalle vecchie ruspe d’imprese che in un passato ormai lontano lo avevano sfruttato e deturpato. Sulla sua sommità miriadi di grandi pale eoliche vorticavano sotto l’influsso del vento possente. In basso verso sud la distesa di case colorate, con i tetti a quattro acque coperti di tegole grigie. Il molo di marmo, candido e disseminato di lampioncini accesi nell’oscurità di un vespro prematuro. La via principale adorna di illuminazioni d’ogni forma, la grande chiesa ed il municipio con le sue decorazioni Liberty, che da quella distanza parevano solo macchie sulle facciate scure di pioggia. Più in là, sotto la superficie dell’acqua, ad un centinaio di metri dal molo, il riflesso cupo e tremolante di quella che un tempo era stata la vera Strise, immobile nella tomba d’acqua che la sommergeva ormai da decenni. Il piccolo sommergibile attraccato in attesa dei visitatori del giorno dopo era una macchiolina gialla poco sotto la superficie.
Giulia rientrò riferendo di non aver visto nulla. L’atrio era deserto e non si udiva alcun rumore. Luca si lasciò trascinare all’interno da Peter e Azzurra. Nella scala le luci si erano accese in bocce giallognole, ad ogni piano. Stava arrivando la sera e con lei, si avvicinava l’ora dell’appuntamento. Dovevano correre al locale di Irene e prendere il dito. Da lì al molo di marmo avrebbero impiegato non meno di un quarto d’ora. Il tempo stringeva così come si stringevano i loro stomaci nella morsa dell’incertezza.