venerdì 11 febbraio 2011

SESTO CAPITOLO

Il ritorno verso il centro fu perseguitato da un alone di tensione e silenzio. Faceva ancor più freddo che all’andata, la stanchezza stava prendendo il sopravvento sulle menti dei cinque ragazzi. Luca camminava davanti a tutti, con in mano la sua torcia faceva strada a Peter e Giulia e ad Irene e Azzurra, che lo seguivano in quest’ordine. Avevano visto molto ma non avevano concluso nulla. Impiegarono quasi mezz’ora ad arrivare nella piazza della Fontana. I grandi lampioni disposti ad arco intorno alla vasca vuota si ergevano a gruppi di due. Erano più opere d’arte che lampioni con il loro stelo che di assottigliava al centro e si affusolava attorcigliandosi allo stelo dell’altro fino ad arrivare alla sommità, a circa cinque metri da terra, dove due grandi globi bianchi sgusciavano fuori da una sorta di involucro protettivo che li faceva somigliare a ghiande.
La fontana non funzionava d’inverno per via del gelo. Le tubature rimanevano vuote fino al 30 marzo quando per la festa di saluto alla Primavera, l’acqua riprendeva a zampillare cristallina dalle bocche di tanti piccoli pesci sul fondo della vasca.
“Sono le due del mattino. Credo che il comune apra per le otto. Irene deve aprire il locale, Azzurra ha lezione ed io pure. Peter e Giulia: non rimanete che voi!” Luca parlava a voce bassa stringendosi nelle spalle per il freddo.
“Ma non si era parlato di un’altra, ehm… spedizione?” Chiese Giulia.
“Oh si, certo. Ma dovremo pur sapere dove cercare. Il comune non è un edificio abbandonato in un luogo dimenticato da tutti, o quasi” aggiunse ricordandosi della guardia “dovremo agire in fretta e sapere in quale punto dell’edificio si trova quel che cerchiamo aiuterà certo le nostre ricerche!”
“Si ma così facendo se qualcosa andrà storta, sarà noi che verranno a cercare!” Fece Peter gettando un’occhiata a Giulia che annuì.
“oh, ma voi non andrete a chiedere notizie su Onofrio. Chiederete un certificato di nascita di Giulia. Il suo cognome è Lattanti. Onofrio fa Lamarre di cognome, stessa lettera, stesso scaffale!”
I ragazzi sorrisero all’amico.
Prima di lasciarsi Peter disse a Giulia che si sarebbero visti lì, in quella piazza il giorno dopo. Per le dieci. La ragazza evitò lo sguardo severo di Luca che avrebbe preferito che la cosa fosse sbrigata all’apertura dell’ufficio interessato e fece un cenno di assenso con il mento.

La mattina seguente il freddo punzecchiò la pelle di Peter mentre, avvolgendosi una lunga sciarpa rossa intorno al collo, usciva di casa. Il cielo era limpido a nord, contro le montagne. Ma verso il mare le nubi sembravano aver finito la loro corsa, accartocciandosi contro un immaginario orizzonte solido; ed ora sembrava stessero tornando indietro.
La piazza brulicava di persone infreddolite, i negozi tutt’intorno erano aperti e merci di ogni tipo erano esposte alla vista, in attesa di essere acquistate. Giulia stava camminando in direzione della fontana, Peter la osservò mentre si avvicinava a passo svelto, mangiando un croissant e gettando sguardi indagatori a destra e a manca.
Sorrise.
Giulia aveva in testa un berretto di lana bianca. Salutò l’amico facendo un cenno con il mento. L’altro rispose allo stesso modo. Il palazzo del comune, dove si trovava la nuova anagrafe -Chiamata così nonostante si trovasse lì da più di mezzo secolo- stava in via Civerio. Una via lunga e lastricata di pietre ottagonali che si snodava ai due lati della piazza. L’edificio sorgeva proprio al centro della piccola cittadina ed era una costruzione imponente, costruita in stile liberty per il capriccio un po’ retrò dell’allora sindaco, tale: Ulberto Sannistro. Il sig. Sannistro aveva accumulato una fortuna con la ditta di famiglia durante la Ricostruzione. Si era fatto ben volere regalando briciole di edilizia ad un popolo disperato che lo ripagava con moneta sonante senza rendersene conto. Il lato oscuro di quell’uomo tozzo e di aspetto poco attraente fu presto posseduto dal demone Denaro che finì per impadronirsi anche del lato buono, trasformandolo in un sindaco despota, poco disposto al dialogo. Fu trovato ucciso il giorno del suo settantesimo compleanno, nella stanza padronale della fantastica villa che aveva fatto costruire al centro del suo piccolo regno. In quella stanza ora si trovava l’ufficio anagrafe del comune. Dove il suo sangue si era allargato in una pozza scura e viscida, si ergevano file di scaffali di ferro verniciato e di lui nessuno ricordava quasi più nemmeno il nome.
Camminando a passo svelto contro un vento sempre più irrequieto, i ragazzi giunsero a destinazione in mano di cinque minuti. Il palazzo dell’anagrafe era imponente e splendidamente decorato da piccole ninphee de pavé- come amava definirle il nuovo sindaco- ai bordi delle grandi finestre, da splendidi fiori e fili d’erba che parevano spuntare e crescere dal ferro battuto utilizzato nelle ringhiere che ai piani più alti proteggevano piccoli poggioli semi-tondi, la cui base sottostante riportava decorazioni a raggiera che si aprivano dal centro verso l’esterno; da un sottotetto finemente dipinto con fiori gialli, foglie di vite azzurre e grappoli d’uva viola e cremisi.
Peter rimase con il naso all’insù per parecchi minuti prima di entrare. Boston, la città in cui era nato e cresciuto da genitori italiani, non conosceva più bellezze di quel tipo. Tutto era stato ricostruito dopo il terremoto del 2026. E tutto era stato costruito per essere funzionale all’uomo. Nessun fronzolo, solo grandi spazi attrezzati per permettere agli abitanti della città di vivere sereni, senza dipinti ma con la certezza di sopravvivere ad un altro disastro di quelle proporzioni. I dipinti dell’art nouveau come li chiamavano molto tempo prima, sebbene non paragonabili alle opere dei grandi Maestri della pittura, suscitavano in Peter un senso di profonda ammirazione ed irrequietezza. Avrebbe voluto saperne di più, vederne di più. Invece che limitarsi a scorgere il seno della venere di Botticelli o il muso di un ermellino in braccio alla dama di Leonardo sui vecchi libri d’arte di suo padre. In Italia era rimasto molto da vedere ancora e fu in quel momento che decise che non avrebbe fatto ritorno a casa con l’anno nuovo. Voleva scoprire quel che c’era da scoprire di magnifico. Aveva visto meraviglie di ogni genere durante le sue immersioni, aveva perfino visitato il ponte del Titanic, ormai quasi dissolto nelle acque buie dell’atlantico, a bordo di un piccolo batiscafo da ricerca. Aveva visto gli incanti della natura, ora voleva vedere quelli degli uomini.
Mentre la sua mente così vagava sulla soglia del Municipio, Giulia lo chiamò strattonandolo per la manica del giaccone. Peter si voltò a guardare l’amica e ridestandosi dalla profondità dei suoi pensieri le sorrise un po’ imbarazzato e annuendo ad un suo gesto la seguì verso una grande scala di marmo bianco.
L’ufficio anagrafe si trovava sul piano ammezzato. Appena salite le scale sulla sinistra. La porta bianca e alta era chiusa. Giulia bussò; qualcuno dall’interno le rispose di entrare e lei lo fece seguita da Peter. L’ufficio era ingombro di scrivanie, a loro volta ingombre di carte, libri mastri, registri e vario materiale di cancelleria. La donna seduta alla scrivania di destra, la prima accanto alla porta, fece loro cenno di accomodarsi.
“Si? Di cosa avete bisogno?” chiese infine l’impiegata. Una donna bionda un po’ sovrappeso.
“Mi servirebbe un certificato di residenza.” Rispose Giulia sorridendo.
“Le serve per la scuola?” Chiese l’altra alzandosi dalla scrivania.
“Si” rispose Giulia felice dell’imbeccata “proprio così!”
“E il suo nome è?”
“Lattanti, Giulia Estonia.” Alla pronuncia del secondo nome Peter si volse a guardarla stupito. La ragazza lo guardò di rimando e liquidò l’espressione interrogativa e un po’ divertita dell’amico con un alzata di spalle.
La donna che apparve molto più corpulenta di quanto non fosse sembrata da seduta, si mosse però leggera tra le scrivanie – e dovette scansarne tre prima di arrivare agli archivi- si avvicinò al quarto scaffale da sinistra e con il dito indice passò in rassegna le lettere dell’alfabeto. Una volta trovata la lettera L aprì il cassetto e sfogliò alcune cartelle fino ad estrarne una. “Eccoti qui!” Esclamò soddisfatta. Aprì la cartella giallo senape e di nuovo prese a scorrere la pagina con l’indice:
“Latta… Lattani…Lattante…lattanti! Scaffale 365 b 41” Con aria soddisfatta ripose la cartella e sparì in una stanza attigua chiudendosi alle spalle una porta con inserti di vetro smerigliato sulla parte alta dei battenti.
La ragazza si voltò a guardare Peter e tenendo la testa bassa gli rivolse una domanda a voce bassa: “hai da scrivere?”
“No. Dovrei ricordarmelo però: scaffale 365 come i giorni dell’anno B come balena e 41 come il mio numero di scarpe. La balena nuota 365 giorni all’anno nella mia scarpa. Come quando andavo a scuola!”
“Sei un genio! Credi che la chiudano a chiave?”
“Penso di si. Anche se vorrei non fosse così!”
L’impiegata nel suo vestito a fiori blu e bianchi riemerse dall’archivio stringendo al petto una nuova cartella, questa volta color verde fòrmica.
“Eccoci qua, signorina Lattanti. Abita sempre in via baraveneri? ”
“si. Sempre lì”
La donna di rimise a sedere alla sua scrivania e poggiati i documenti sul piano di lavoro, estrasse un foglio di carta intestata e prese a compilarlo, con una grafia minuta e regolare. Quando ebbe finito di scrivere appose un timbro circolare sulla sua firma e porse il documento alla ragazza.
“Fanno sei eurolire e cinquanta.”
Giulia tirò fuori una banconota e qualche moneta dalla tasca dei pantaloni e porse il denaro all’impiegata che lo prese e lo mise in una cassettina rossa di metallo.
“cavolo! Sei eurolire e cinquanta per un foglio di carta e un timbro!” Sbottò Giulia uscendo all’aria aperta.
“già, un furto! Pensala così: hai sacrificato le tue eurolire per qualcosa di grande.”
La ragazza pensò che non era poi così consolante quel pensiero ma cercò comunque di riporlo in angolino della sua mente così come ripose il certificato nella tasca interna del cappotto pied-de-poule.
“a che ora incontriamo Luca e le altre?” domandò quindi al ragazzo
“alle quattro di questo pomeriggio. Ora che fai?”
“Sono le dieci e quaranta. Ho sentito parlare della Volta della Memoria, avrei voglia di visitarla mi accompagni?”
Giulia sorrise “l’ho visitata parecchie volte. Mio nonno mi ci portava quasi tutti i giorni quando ero bambina. Ma ora è già un po’ che non ci vado. Dai seguimi! Ti porto a fare un tuffo nella storia della nostra bella città!”
Il sole splendeva ancora nel cielo, sebbene minacciato dalle nuvole che pian piano andavano muovendosi verso i monti. L’aria era fredda e secca e faceva arrossare le guance e screpolare le labbra. I due ragazzi camminavano svelti l’uno accanto all’altra, in silenzio. Giulia non metteva piede alla Volta dalla morte del nonno, avvenuta sei anni prima. Non sapeva come avrebbe reagito, magari sarebbe scoppiata a piangere o magari a ridere, non ne aveva idea. In quel momento, camminando accanto al nuovo amico, con il cuore agitato per la straordinaria avventura che stavano vivendo, si rese conto che non le sarebbe importato.
La volta della Memoria si trovava dentro il palazzo del tribunale. Vi si accedeva attraversando un lungo corridoio circolare che correva sotto la costruzione principale. Il corridoio era ampio, con il pavimento di marmo bianco e le pareti dipinte di un delicato color crema. Ad ogni metro erano state ricavate delle nicchie nelle pareti, nicchie che ospitavano i busti di personaggi vissuti a Strise e morti per proteggerla durante la venuta della grande Onda così come alcuni la chiamavano.
Gli occhi delle statue parevano seguirli con aria severa lungo tutto il percorso. Peter si sentì leggermente a disagio; Giulia, dal canto suo, si sentì a casa.
Finalmente arrivarono ad una grande porta di girevole con vetri spessi e lunghe maniglie d’ottone che correvano in orizzontale a metà di ogni battente. Da dietro i vetri Peter poteva scorgere una luce soffusa tinta di giallo ed alcune immagini appese alle pareti. Giulia spinse la porta infilandosi nella sala e Peter la seguì. Gli occhi del ragazzo si illuminarono, il soffitto o Volta come sarebbe stato più consono chiamarlo era completamente affrescato. Il ragazzo poté scorgere stralci di paesaggi, volti affannati e braccia che parevano muoversi davvero. Al centro soffitto un Tondo riprendeva un onda gigantesca che correva verso la cittadina, risucchiando alla sua base uomini, animali e tutto quanto si trovasse sulla sua strada. Rimase con il naso all’insù per parecchio finché Giulia non lo prese per mano e lo condusse davanti alla targa all’ingresso che recava le seguenti parole:

il mare d’argento andava increspandosi sotto il cielo metallico, partorendo piccole onde schiumose, che divenivano più grandi ad ogni soffio finché il mare tutto non formò una sola onda, grigia sotto il cielo plumbeo e, quando quest’abominio d’acqua arrivò all’abside della chiesa si seppe che Strise non era più. Ed ora giace nel buio liquido e con lei i nostri ricordi e le nostre risa”. Gianni Mitrale,scrittore e sopravvissuto.

Peter deglutì immaginando quale spaventosa sensazione potesse generare in un essere umano la vista di un’onda di quelle proporzioni. L’impotenza di quanti ebbero la peggio ed annegarono travolti insieme ai loro pensieri angosciati, magari rivolti ai figli o agli amanti. Che strazio doveva essere stato per quelli che erano rimasti e per coloro che avrebbero preferito non esserci più.
“la mia città fu colpita da un terremoto devastante nel 2026. Tutto è stato ricostruito. Quello che la mia gente conosceva non esiste più. E’ triste sentir parlare e leggere di meraviglie ormai perdute. Sapere che non le vedremo mai più se non nelle illustrazioni di un qualche libro d’arte o di storia.”
“Già. Vieni ti mostro le fotografie. Sono bellissime. Mio nonno piangeva sempre davanti ad una in particolare.”
Camminando di fianco alla ragazza, Peter, poté vedere le immagini della città com’era prima della catastrofe. osservò Villa Martini in una giornata estiva, invasa dalle risa dei bambini e dagli sguardi attenti delle loro madri, lo scodinzolio allegro dei cani e la vegetazione verde vivo che pareva voler uscire dalla stampa; e ancora si lasciò conquistare dal cielo viola illuminato da un lampo sopra un grande scorcio di Strise in una foto presa dal sagrato del santuario del monte Mozzo. All’improvviso Giulia si fermò, Peter percepì un lieve tremito delle sue labbra.
“Questa era la preferita di mio nonno.” Disse in un sussurro.
Il ragazzo si trovò di fronte un’immagine identica per dimensioni alle altre. Ma, non sapeva spiegarsi in che modo, forse i colori o l’inquadratura, qualcosa la rendeva speciale. In qualche modo capiva perché fosse l’immagine preferita di qualcuno.
Era una foto di via Strise, scattata dall’imboccatura di Piazza Parosio, in una giornata d’inverno, con le luminarie per il Natale accese e centinaia di teste brulicanti sotto il crepuscolo vermiglio. La folla pareva muoversi e le luminarie brillare di luce propria. Era una foto fantastica.
“E’ tutto sott’acqua” disse Giulia all’improvviso “E si può visitare con poche eurolire”
Peter sgranando gli occhi rispose “si può visitare la via via prinicipale di Strise che ora si trova sott’acqua? E come?”
“mai sentito parlare dei batiscafi?”
“Certo ma non ho mai sentito parlare di batiscafi che portano turisti a visitare una città sommersa! Ho sentito della possibilità di vedere da un’imbarcazione una città poco sotto il livello del mare. Io ho visitato il Titanic a bordo di un batiscafo, ma è diverso! E comunque si tratta di resti archeologici.”
“sta calmo, non ti agitare. E’ stata una trovata del comune per attirare i visitatori. Sfruttano una cosa orrenda per crearne di bellissime”
“forse hai ragione. Scusa, è che a volte mi lascio trasportare. Una visita alla città liquida potrebbe essere il titolo del prossimo racconto che scriverò!”
“Tu scrivi?”
“si. Per un paio di riviste di Boston. Non divento ricco ma almeno faccio quello che mi piace”
“forte…” la frase fu interrotta dal mugugno del suo stomaco.
“Credo sia arrivato il momento di andare a pranzo” propose lui e aggiunse “mi accompagni?”
“Come no! Conosco un posticino…”
I ragazzi uscirono dall’edificio. Con gli stomaci intenti ad ingaggiare un dibattito a suon di borbottii camminarono lasciandosi alle spalle l’imponente palazzo del tribunale. Salendo lungo l’imponente facciata bianca, saltando con lo sguardo di piano in piano e di finestra in finestra si sarebbe potuto notare che ad una delle finestre del quinto piano qualcuno osservava la strada,e a guardarlo meglio, potendosi avvicinare un po’, si sarebbe potuto notare che guardava loro.

1 commento:

Ila S. ha detto...

Ciao! Finalmente sono riuscita a leggere il capitolo. La storia è affascinante e solo il pensiero di un'onda anomala che si abbatte sulla città.... beh, mi vengono i brividi anche perchè lo ammetto: è uno dei miei incubi più ricorrenti...! Mi piace anche che la storia sia ambientata in un futuro che non ha niente a che fare con tutti i classici racconti ambientati su navicelle spaziali e micro computer. I personaggi si muovono in un ambiente semplice, reso tale da un disastro, il che ci dovrebbe anche far pensare..... Ritornare ad una vita forse più salutare, più reale. Senza pc, senza internet, senza videogiochi e diavolerie varie. Mi piace leggere questo racconto anche perchè è ricco di suspence!. Dai continua!!! Attendo prossimo capitolo. Ciao a presto! Ila