venerdì 7 gennaio 2011

quinto capitolo

LA BIBLIOTECA

Peter atterrò su un cumulo di vecchie sedie accatastate. La caviglia sinistra cedette piegandosi e spingendo il piede verso l’interno. Il dolore fu acuto e vivo e lo costrinse a mordersi un labbro, per evitare di urlare. Il suo copro si accasciò sul pavimento lurido, “Accidenti!” Volse lo sguardo verso l’apertura e vide spuntare le scarpe da ginnastica viola di Giulia, “aspetta un istante” le disse rimettendosi in piedi. Si avvicinò al cumulo intricato di legno e prese a spostare le sedie, ne tolse quante più poteva, facendo attenzione a non gravare troppo sulla caviglia offesa. “Che succede, Peter? Posso scendere?” Peter alzò ancora gli occhi verso l’apertura e sbuffò sonoramente. “D’accordo, vieni giù. Ma con calma ti prendo io.”
“Non sono mica una bambina…” fece l’altra di rimando, ma dopo pochi istanti senti le mani del ragazzo afferrarle il polpacci e spingerle le gambe verso sinistra “Hey!” protestò la ragazza tentando di scalciare, “e sta ferma!” quando fu passata completamente attraverso la piccola finestra, lui la prese tra le braccia e la fece atterrare sana e salva lontano dal catasto malefico. “Potevo farcela da sola” .
“Si potevi. E potevi anche farti male come è successo a me. Ora fatti da parte che scende Irene e, per favore, accendi la tua torcia e fai un po’ di luce qui dentro!” poi Peter si rivolse a Irene che aspettava ancora fuori. “Irene puoi scendere, fa piano. Ti afferrò io.” Irene si mise a sedere e infilò le gambe nell’angusta apertura, in pochi istanti si ritrovò all’interno, una zaffata di muffa le assalì le narici costringendola a tossire.
“Che schifezza!” il fascio di luce proiettata da Giulia si posò su alcuni barattoli riposti su quel che sembrava un armadietto del pronto soccorso. Giulia indugiò sul contenuto dei flaconi e delle piccole scatole marchiate da una croce rossa. “ma che diavolo?” Un urlo diaframmatico scaturì dalle sue labbra. Peter e Irene rimasero paralizzati per un istante, poi corsero in direzione dell’amica che era finita col sedere sul pavimento e ora, con la torcia stretta al petto, li guardava tremando. Irene si accucciò accanto a lei e Peter fece un mini giro di ricognizione nei dintorni, “Che cos’hai visto Giulia?” le chiese senza smettere di puntare la torcia in ogni direzione. “Guarda tu stesso” rispose la ragazza puntando la torcia sull’armadietto del pronto soccorso. Le tre falangi di un anulare con tanto di fede, galleggiavano in una sospensione brunastra. Peter si ritrasse istintivamente andando a cozzare con un pilastro di cemento alle sue spalle. “ma che diavolo succede qui?” la voce di Luca arrivò forte e chiara dall’apertura a pochi passi da loro. “Ci avete fatto prendere un colpo!” proseguì. “Si, altro che!” si unì Azzurra.
“ragazzi, qui qualcosa non va! Non riesco a capire.” Peter scosse la testa cercando di trovare il modo per riferire agli altri due quanto appena visto, evitando che Azzurra desse di matto e cercasse di tornarsene a casa, mandando all’aria la ricerca.
“C’è un dito in un barattolo!” Esplose Irene.
“Che? Un dito?” il volto di Azzurra si contorse per il disgusto, “che significa? Un dito? Ma di chi?” le parole rotolarono fuori della sua bocca incontrollabili e goffe. Lei si sentì goffa. La paura le attanagliò il petto costringendola a fare qualche passo indietro per andare a sedersi su un vecchio tronco d’albero, caduto chissà quanto tempo prima.
“qui si mette male. Ragazzi dovremmo chiamare la polizia!” disse Irene scuotendo la testa incapace di staccare lo sguardo dal dito sottospirito. “Non possiamo chiamare la polizia” Ribatté Peter andandole accanto. “Ah davvero? E perché no?”
“Perché ci troviamo in una proprietà privata, le cui entrate sono state sbarrate, quindi abbiamo commesso un’effrazione. Ci troviamo anche in una zona vietata, cosa pensi che direbbero?”
“ma non l’abbiamo aperta noi la finestra, era già così!” protestò Irene.
“Si, ma vai a spiegarlo ad un agente nerboruto incazzato per essere stato disturbato durante il sonnellino di mezzanotte!”
“Peter ha ragione.” Intervenne Giulia “non possiamo chiamare la polizia. L’unica cosa che possiamo fare ora è andare avanti. Salire al piano superiore e trovare quel dannato libro” Irene puntò il fascio di luce della sua torcia sul volto dell’amica “sempre che esista quel libro!” fece poi.
“Hey, ragazze. Qui c’è una porta” Peter poggiò la mano sul pomello e lo girò verso destra. La porta cedette e i ragazzi si ritrovarono di fronte una rampa di scale buia e fredda. Il colore dell’intonaco era irriconoscibile, si sarebbe potuto dire verdolino, ma forse era solo l’effetto della muffa. I ragazzi salirono le scale, in fila indiana. Le torce illuminarono grandi gradini d’ardesia, macchiati dal tempo e consumati al centro dal passaggio di chissà quante paia di scarpe. Peter contò 15 scalini. In cima alla rampa si apriva un’altra porta stranamente in buone condizioni. Il legno era macchiato dall’umidità ma non aveva perso del tutto il suo vecchio color ciliegio. Il pomello era d’ottone, appena ossidato ai bordi. Al tatto era freddo e poggiandovi la mano sopra, Peter, sentì uno strato ruvido e fastidioso sotto le dita. Il ragazzo aprì la porta e puntò il fascio di luce della sua torcia dritto nel buio più profondo. Poté intravvedere un corridoio. Il buio era totale e gettava un manto nero su ogni cosa. La luce della torcia riusciva ad illuminare soltanto i granelli di polvere che si muovevano spinti dal suo respiro. Respiro che divenne affanno appena la luce della sua torcia si posò sul volto arcigno di un uomo con una folta barba, che lo fissava accigliato. Peter sussultò e fece un passo indietro. “Che c’è? Cos’hai visto?” Domandò Giulia subito dietro di lui. “Non ne sono sicuro, lascia che dia un’altra occhiata!” il ragazzo infilò nuovamente la testa tra lo stipite e la porta, affacciandosi ancora sul corridoio. Puntò ancora la torcia sul viso dell’uomo e si accorse che si trattava di una foto, una vecchia foto a grandezza naturale del busto di un uomo barbuto, una foto per altro riflessa in un grande specchio appannato dal tempo e dalla polvere.
“vecchiaccio!” fece di riamando cercando di darsi un contegno, mentre il cuore correva all’impazzata. “Venitemi dietro e attente a dove mettete i piedi. Le assi mi paiono vecchie e marce.”
“Guarda che non è la prima volta che mi avventuro in un vecchio edificio.” Disse Giulia alzando il mento verso il suo interlocutore. “Si, ma le pomiciate non contano!” Rise Irene dandole un colpetto sul sedere. “hey! Ma che dici. Io pomiciare? Ma quando mai.” Le ragazze lasciarono che l’allegria avesse la meglio sul senso di oppressione che quel posto gelido metteva loro addosso.
“Siate serie ragazze, non abbiamo molto tempo e dobbiamo trovare il libro” la voce di Peter era bassa e roca, il ragazzo cercò di schiarirsi la gola più volte ma senza troppo successo. Le due ragazze seguivano il maschio puntando le torce in tutte le direzioni, poi Irene si accorse del candelabro “Avete dei fiammiferi?” Chiese. Irene tirò fuori dalla tasca una scatolina bianca con i fianchi marroni “Tieni” Irene accese un fiammifero e poi le quattro candele impolverate. Le candele si accesero in uno sfrigolare di umidità “Ma che diavolo?” fece Peter lasciando cadere la mano che teneva la torcia lungo il fianco. “Non sarà meglio spegnerle, potrebbero vederci da fuori” Disse Giulia “Nessuno può vederci da fuori, ricordi? Le finestre sono tutte murate” Rispose Irene continuando a guardarsi intorno. “Wow, che meraviglia, questo posto è fantastico. Perché diavolo lo hanno abbandonato?” Peter fissò le due ragazze per un istante e poi si sentì precipitare. Con la mano libera afferrò una tavola spezzata e rimase appeso sul vuoto. Che poi non era altro che lo scantinato. “Peter!” urlò Irene correndo verso di lui “dammi l’altra mano!” la ragazza s’inginocchiò accanto a lui “non in ginocchio, Ire. Stenditi sulla pancia e dammi il braccio.” Giulia si sdraiò accanto all’amica e illuminando il viso del ragazzo allungò anch’essa un mano affinché l’amico potesse afferrarla. In pochi minuti Peter tornò accanto alle ragazze, sbuffando e ansimando per lo sforzo. “Credo sia per questo che l’hanno abbandonata. Costa troppo ristrutturarla.”
“E’ davvero un peccato.”
“Si, Giulia. E’ davvero un gran peccato!”
“Hey, ci sono altri candelabri laggiù.” Urlò Giulia e appiattendosi contro la parete andò verso il grande scrittoio, camminando in quel modo avrebbe evitato di finire di sotto. Le assi di legno scricchiolarono al suo passaggio ma nessuna cedette e Giulia raggiunse il candelabro e accese le candele, sempre quattro. Altre luce si propagò nell’ambiente buio rivelando una grande scala che dal centro del salone saliva al piano superiore, un grande bancone addossato alla parete opposta. Alle cui estremità si ergevano due colonne di legno massiccio che raggiungevano il soffitto, su una campeggiava una targa di ottone che brillò al passaggio della luce della torcia che Peter vi puntò contro ma che, da quella distanza, non rivelò altro.
L’ingresso della biblioteca era maestoso, la scalinata ricordava quelle delle vecchie navi da crociera “Mi ricorda lo scalone principale del Titanic” Sorrise Giulia.
“Speriamo di non fare la fine dei suoi passeggeri!” ironizzò Peter muovendo qualche passo cauto.
“Avete notato le foto alle pareti? Ce ne sono decine” Disse Giulia muovendo il candelabro in direzione del muro, per osservare meglio le foto che vi si trovavano. “Queste persone hanno tutte la barba. Ma di quanto tempo fa sono? Che strane, è come se appartenessero ad un qualche tipo di setta. E cos’hanno al collo?” Giulia percorse il perimetro del salone, facendo luce sulle fotografie. In ogni foto gruppi sparuti di anziani signori con la barba fissavano l’obiettivo in pose d’altri tempi. Indossavano camicie bianche e calzoni scuri e tutti portavano al collo qualcosa di strano. “Ma che diavolo hanno al collo?” Poi un’intuizione si fece largo nella sua testa e finalmente capì “Oh Dio! Che schifo!”
“Che c’è?” chiese Peter avvicinandosi e guardando a sua volta.
“Riesci a vedere cos’hanno appeso al collo? Sono dita. Proprio come quello che si trova nel barattolo giù di sotto. Quel dito doveva finire al collo di qualcuno. Ma che cos’è questo posto. Davvero si trattava di una biblioteca. Oppure era il tempio di una qualche setta.”
“Tutto questo è disgustoso. Ma noi dobbiamo trovare il libro. Abbiamo bisogno di informazioni per ritrovare Tiziano” Tagliò corto Peter puntando la luce nella direzione opposta.
“accidenti a Tiziano e alla sua imbecillità! E’ solo colpa sua se ci troviamo in questa situazione!” Esplose Irene.
“Dai Ire, cerca di stare calma. Ora troviamo il libro e ce ne andiamo…”
“E poi? Mio caro Petey, cosa facciamo? Dovremmo trovare l’isola e da come si stanno mettendo le cose, non sono più molto sicura di volerla trovare. Dita mozzate appese al collo di strani vecchi con la barba. Chi sono? Chi ci ha mandato qui? E se fosse una trappola, se avessero finito le dita da appendersi al collo e volessero le nostre?”
“Ora stai esagerando, rasenti l’isteria. Cerca di calmarti! Nessuno si prenderà le nostre dita. Intesi? Nessuno. Ora saliamo al piano superiore e cerchiamo quel dannato libro.”
La voce di Peter suonò alle orecchie della ragazza come uno schiaffo in pieno volto,
Irene annuì respirando a fatica. Il freddo si era fatto più intenso o forse si trattava della paura che gela il sangue in determinate circostanze. I ragazzi presero coraggio e puntando la luce delle candele verso la cime della scalinata cominciarono a salire.

Fuori il freddo non era certo da meno. Luca stava seduto accanto ad Azzurra tirando sassolini di ghiaia contro la facciata degradata dell’edificio. “Che staranno facendo?” Chiese Azzurra con un filo di voce. “Non lo so. Credo stiano cercando il libro.”
“Credi che riusciranno a trovarlo?”
“Credo proprio di si!”
“E come fai ad esserne così sicuro?”
“perché chiunque sia l’uomo venuto a casa mia la scorsa notte, vuole che troviamo il libro e avrà escogitato qualcosa per far sì che questo avvenga. Vedrai che lo troveranno. Speriamo facciano in fretta. Mi si congela il cervello qui fuori.”
“Già!”
Un rumore di rami spezzati si fece largo all’improvviso nella notte gelida e silenziosa. Il cuore dei due ragazzi precipitò nel petto e risalì per palpitare furente nelle loro gole. Togliendo loro il fiato
“Che diavolo è stato?” Chiese Azzurra in un sussurro.
“Shhht!” Fece Luca posandosi un dito sulle labbra. Prese la mano della ragazza e la trascinò verso un filare d’alberi poco distante.
La luce di una torcia si fece largo tra i cespugli. Rumore di passi sulla ghiaia e poi il respiro affannoso di qualcuno che arrancava sul selciato. Dopo alcuni minuti di terrore spuntò un uomo sulla cinquantina con una grossa pancia a stento trattenuta da un giubbino coloro blu scuro. Sulla testa aveva un berretto dello stesso colore e portava un cinturone con un manganello ed un mazzo di chiavi appesi ai lati. Luca capì che si trattava di una guardia comunale. Ne aveva viste altre lungo il molo di marmo e nei pressi della zona proibita lì vicino. Avrebbe fatto il suo giro e se ne sarebbe andato. Bastava rimanere in silenzio ed aspettare. Sempre che non avesse notato la finestrella aperta o che gli altri non fossero saltati fuori brandendo il libro.
L’uomo fece il giro dell’edificio, trascinandosi dietro tutto il suo peso. Azzurra notò che aveva i piedi piatti e si rassicurò pensando che qualsiasi cosa fosse accaduta non sarebbe mai riuscito a prenderli. La grossa guardia passò accanto alla finestra dello scantinato aperta, ma non si accorse di nulla. I ragazzi lasciarono andare un sospiro di sollievo e si guardarono l’un l’altra sorridendo. Dopo pochi istanti l’uomo sparì così com’era venuto, portandosi dietro la pancia e l’affanno. Ancora qualche scricchiolio e poi di nuovo il silenzio. Un silenzio di tomba.


Peter impugnò il corrimano sul lato destro della scalinata, lo scosse con forza ma quello non si mosse di un solo millimetro “La scala è ancora molto solida. Salite comunque tenendovi al corrimano. Non si sa mai!”
“Si paparino.” Ironizzò Irene salendo i primi scalini. La luce delle candele che le ragazze tenevano in mano si diffuse anche al piano superiore. La polvere si mosse in turbinii lucenti al loro passaggio. Il legno degli scalini gemette sotto il loro peso. Ma i ragazzi riuscirono a salire senza altri imprevisti. Peter volse lo sguardo verso il basso, e rimase per qualche istante immobile ad ammirare l’immensa entrata della vecchia biblioteca. “E’ davvero un peccato.” Sussurrò tra se e riprese a camminare. Alle sue spalle qualcosa si mosse negli specchi e nei riflessi del vetro che ricopriva i vecchi ritratti. Un immagine scura e silenziosa. Che pian piano si avvicinò alle scale e prese a salire. Al buio.
In cima alla scalinata si trovava un altro largo corridoio, delimitato da una balaustra di legno. Su entrambi i lati si aprivano due grandi porte a vetro, con l’intelaiatura di ciliegio e grandi maniglie d’ottone che ne percorrevano l’intera larghezza a circa un metro e venti da terra. I vetri erano talmente sudici che vi si poteva vedere attraverso, anzi fungevano da specchi. Peter puntò la torcia sulla porta alla sua destra, la luce della sua torcia si riflesse sul vetro quasi accecante. Si voltò dalla parte opposta per fare lo stesso. Una sagoma scura apparve riflessa sul vetro lurido, immobile, Peter non riuscì a distinguerne i tratti del volto, ma si rese conto inesorabilmente che si trattava di un intruso ed ebbe la sensazione che non fosse nemmeno tanto amichevole. Peter rimase impietrito, la torcia gli cadde dalle mani e un urlo roco uscì a forza dalla sua bocca serrata dallo spavento. Le ragazze si guardarono l’un l’altra chiedendosi cosa avesse visto questa volta. Peter riprese la torcia e provò ad accenderla ma l’urto con il pavimento doveva averla guastata. “Dammi la tua torcia” disse con voce tremante a Giulia. “predi le candele sono più lunimose…”
“Dammi la torcia!” le intimò avvicinando il viso a quello di lei. “Peter ci stai spaventando” disse Irene guardandolo circospetta. Giulia passò al ragazzo la torcia che dovette recuperare dallo zaino. Peter l’accese e la puntò sulla porta a vetri di sinistra. La luce accecante fece ancora la sua apparizione, dell’ombra scura di poco prima non era rimasto alcunché. “Restate qui.” Sussurrò e, impugnando la torcia come un’arma, si avviò a passo svelto verso l’entrata della sala di lettura numero uno. Così almeno diceva la targhetta sull’entrata. E aggiungeva: si prega di fare silenzio. Peter aprì la porta a vetri, un cigolio sinistro scaturì dai vecchi cardini rugginosi. La torcia fendette l’aria pesante e fredda. Non riuscì a vedere molto a parte grandi scansie addossate alle pareti e una grande scrivania alla sua sinistra. “Venite qui con quelle candele.” Disse a voce alta. “senti un po’ tu. Guarda che qui nessuno ti ha eletto capo della spedizione, quindi smettila di dare ordini e spiegaci che cavolo sta succedendo!” Sbottò Giulia puntandogli la luce delle candele sul volto. “Non siamo soli.” Le ragazze sgranarono gli occhi e accolsero la notizia come uno schiaffo in pieno viso. “Che…che vuol dire, non siamo soli?” La voce di Giulia si fece bassa e tremante. “Quando ho illuminato la porta di questa sala prima, ho visto una sagoma riflessa sul vetro. C’è qualcuno qui. Non so come abbia fatto ad entrare visto che l’unica entrata è piantonata da Luca e Azzurra…” un rumore secco gelò loro il sangue, ancora. “Cos’è stato?” domandò Irene.
“Sembrava il rumore di un libro che cade sul pavimento.”
“Veniva da quella parte” fece Peter puntando la torcia in direzione del rumore che avevano sentito. Sulla scrivania accanto all’ingresso c’era un altro grande candelabro con sei candele. Ridotte ormai a sei moccoli, ma sarebbero certo bastati ad illuminare la scena quel tanto che serviva per capire cosa stava succedendo.
Giulia avvicinò una candela accesa ai sei moccoli sul candelabro che Peter teneva in mano. Li accese tutti e sei. Una luce intensa illuminò il volto del ragazzo che subito allontanò da se la luce e allungando il braccio la proiettò nella enorme stanza impolverata. Lunghi scaffali si alzavano fino al soffitto. Ogni ripiano era stipato di libri con le costole consunte e i colori tanto sbiaditi dall’umidità e la sporcizia da sembrare tutti uguali. I ragazzi rimasero in silenzio ad aspettare che qualche altro rumore gli facesse prendere un colpo. Ma non accadde nulla. Tutto taceva. L’unico rumore, divenuto ormai assordante, era il loro respiro affannoso che creava nuvolette di condensa ad ogni esalazione. “Qualcuno sta cercando di dirci qualcosa, il libro deve essere qui.”
Le candele illuminavano la sala. Peter notò che ogni scaffale recava due targhette: una a destra e una a sinistra, si avvicinò e fece luce con la torcia. Sulle targhette era riportato un numero e una lettera. Quello era lo scaffale numero tre e si divideva in due parti la lettera E ed F. Irene mosse pochi passi e si accorse quasi subito del grosso tomo a pochi metri da lei. “Ragazzi, c’è qualcosa qui!” Gli altri due le si fecero accanto, Giulia si avvicinò al volume e, dopo aver poggiato il candelabro sul pavimento, vi si inginocchiò accanto e vi passò una mano sul dorso. PUBBLICA BIBLIOTECA DI SESTRI PONENTE-INVENTARIO VOLUMI IN CARICO. Giulia alzò lo sguardo sugli amici sorridendo. “Se c’è un libro che parla di quella dannata isola lo troveremo!”
“Comincia a dare un’occhiata.”
“Si, comincia con quello della nonna di Luca” aggiunse Peter.
Giulia aprì il registro e lo sfogliò “e’ diviso per titoli. Vediamo…” con l’indice seguì ogni iscrizione, voltò alcune pagine, poi altre ancora e finalmente si fermò. “Eccolo: l’isola dell’imbalsamatore di cani - Keziarica Dettori. Credo che qualcuno lo abbia preso molto tempo fa. Risulta consegnato il 22 aprile del 2081 ad un certo Onofrio Lamarre.”
“Lamarre. A voi dice qualcosa?” Chiese Peter.
“Mai sentito nominare.” Rispose Giulia. Il ragazzo guardò Irene che scosse il capo.
“Va’ avanti vedi se riesci a trovare qualcos’altro sull’isola.”
Giulia ricominciò a far scorrere l’indice sulla pagina ruvida e odorosa di muffa. Snocciolò borbottando alcuni titoli noti e altri a loro sconosciuti:

l’isola della paura
L’sola delle balene
L’isola delle campanule
L’isola del sole invernale
L’isola del tesoro
Isolati da brivido
Isolati nel ghiaccio
L’isolotto di Matilde

“Tutto qui. Con la parola isola qui non c’è nient’altro.”
Rimasero un istante in silenzio poi Irene ebbe un’intuizione, ancora, e propose: “rileggi un po’ i titoli, prima dell’isola del tesoro di Stevenson.”
“C’è l’isola della paura di Lehane, l’isola delle balene di una certa Camilla Canova…”
“Dopo, parla d’inverno…”
“L’isola del sole invernale?”
“Si, quello. Chi è l’autore?”
Giulia spostò lo sguardo sulla colonna degli autori e lo sguardo le si illuminò: “Teresio Lamarre!”
I ragazzi esultarono ridendo e battendo le mani. Peter chiese su quale scaffale si trovasse e subito il sorrise morì sulle labbra di Giulia. “Accidenti! Anche questo è stato consegnato a Onofrio il 22 aprile 2081. Ma chi diavolo è questo?”
“Credo sia il nipote dello scrittore. Un po’ come Luca.” Rispose Peter e Irene aggiunse: “Già. E dove diavolo lo troviamo?”
“Possiamo fare una ricerca all’anagrafe, magari con un po’ di fortuna…” Irene sembrava ancora scossa dall’episodio della presenza nel corridoio.
“Andiamocene di qui.” Propose Peter raccogliendo la sua torcia che non riuscì a riaccendere.
I ragazzi scesero le scale in silenzio e ripercorsero il perimetro dell’entrata costeggiando i volti degli uomini barbuti con il dito appeso al collo. Fecero attenzione alle assi marce e ridiscesero nello scantinato. Giulia gettò uno sguardo fugace alla cassettina del pronto soccorso e, senza pensarci troppo allungò una mano, prese il barattolo con il dito in formaldeide e lo mise nello zaino. Dall’apertura arrivava la fioca luce della luna che nel frattempo si era fatta spazio tra le nuvole. Peter posizionò una delle vecchie sedie sotto la finestrella e aiutò le ragazze ad uscire. L’aria fresca sferzò piacevolmente le facce dei tre quando emersero dall’edificio polveroso. Azzurra saltò su come una molla seguita a ruota da Luca. “Allora ragazzi, cosa avete trovato?” Domandò la ragazza.
“Avete il libro con voi?” Aggiunse Luca.
Peter fissò i due con aria cupa e rispose: “il libro è stato preso in prestito nel 2081 da un certo Onofrio Lamarre, che ha ritirato anche quello di tua nonna nella stessa data. Il libro che stavamo cercando si intitola L’isola del sole invernale. Certo che dev’essere proprio una gran bell’isola a giudicare da questi titoli” Luca percepì appena il sarcasmo dell’amico “E questo Lamarre dove lo troviamo?” domandò irrequieto.
“Non abbiamo nessun indirizzo. Abbiamo pensato di fare un salto all’anagrafe e farci dire dove si trova.” Rispose Irene.
“E chi ti dice che ce lo diranno?” Domandò ancora Luca.
“Perché non dovrebbero?”
“Tu vorresti che il tuo nominativo e il tuo indirizzo venisse dato a degli sconosciuti?”
Irene socchiuse gli occhi e chiaramente rispose di no. “Quindi perché mai dovrebbero darci l’indirizzo di qualcuno? Ragazzi ho paura che dovremmo commettere qualche altra piccola infrazione”
“Cosa? Intrufolarci in un edificio pubblico per spulciare nei registri e trovare l’indirizzo di un individuo che potrebbero anche essere un pazzo maniaco?” chiese Giulia con una punta d’isterismo nella voce, Luca guardò l’amico e poi ancora lei e fece un cenno deciso con il capo: “Si. Non abbiamo altra scelta!”
“Fantastico! Io ci sto.” L’improvvisa esuberanza della ragazza lasciò tutti di sasso. Ma lei si era divertita troppo quella sera. Non aveva mai avuto tanta adrenalina in circolo e la cosa le era piaciuta parecchio.
“Cos’altro avete trovato?” il volto atterrito di Azzurra diceva che lei era di tutt’altro avviso.
“Be’” rispose Giulia “un sacco di foto con uomini barbuti e questo” così dicendo tirò fuori dallo zaino il barattolo con il dito e lo mostrò all’amica.
“ma che hai fatto? Perché lo hai preso?” La rimproverò Peter.
“E perché no? Chi vuoi che se ne accorga. E’ solo un dito in un barattolo, mica è un cadavere!” Azzurra sbiancò facendo qualche passo indietro, mentre Giulia riprendeva il discorso “voglio scoprire perché quegli uomini avevano tutti un dito appeso al collo. Voglio capire di che si tratta.”
“Un dito appeso al collo? In che senso?” Azzurra era ormai sul punto di vomitare.
“Nel senso che abbiamo visto un sacco di foto d’epoca, e tutte ritraevano vecchi uomini barbuti con un dito mozzato appeso al collo”
“nel corridoio c’era un grande ritratto di un altro uomo con la barba. Mi ha fatto prendere un colpo. Non ho notato se avesse anche lui la simpatica collana, ma credo ci fosse una targhetta sotto il ritratto, ma non riesco a ricordare cosa ci fosse scritto.”
“Ragazzi sono stanco morto, andiamocene da questo posto.” Propose Peter infilando le mani in tasca. Giulia rimise il barattolo nello zaino, insieme alla torcia. Irene fece altrettanto con la sua torcia e tutti s’incamminarono verso la città.
Nella grande biblioteca fatiscente immersa nel buio su una piccola targhetta d’ottone sotto il grande ritratto nel corridoio si sarebbe potuto leggere un nome: TERESIO LAMARRE.

2 commenti:

Ila S. ha detto...

Ciao! La prima parola che mi viene in mente è: avvincente. Questo capitolo me lo sono letta tutto d'un fiato, caspita era lunghissimo!!!!!
Spero che nonostante i tuoi impegni, riesca a sfornare il prossimo.
A presto, Ila

Ila S. ha detto...

Hei??? Sto aspettando di leggere l'altro capitolo... quando hai intenzione di sfornarlo????
Grazie, Ila