giovedì 27 ottobre 2011

addio a Marco Simoncelli


addio persona meravigliosa, gentile, pulita, grande. Mancherai a tutti, non sarà più lo stesso senza di te. Ti voglio bene Sic, anche se non ti ho mai incontrato di persona.
addio fantastico capellone

lunedì 12 settembre 2011

CAPITOLO 11

I rovi sembravano richiudersi al loro passaggio. Mentre lasciavano quel posto dimenticato, con le narici ancora ebbre di un umido appiccicoso. Ognuno di loro aveva in testa qualcosa di diverso: Azzurra pensava al suo letto caldo con un angolo morbido scostato in attesa solo del suo corpo scosso dai brividi; Giulia immaginava le dita nei barattoli come fagiolini sott’aceto, un unico grande baccello. Che sarà mai; Peter stava pensando alle grosse mani di Lamarre ed al suo viso contratto mentre trasmetteva la sua conoscenza a Luca e cercava d’immaginare quello che Luca aveva visto durante quella sorta di rito magico a cui lui non riusciva a credere completamente; Irene non pensava a nulla in particolare fin quando non le venne in mente che, una volta a casa, avrebbe dovuto sciogliere quella meravigliosa treccia. Con molta attenzione le aveva detto Onofrio, con molta, molta attenzione. Luca, infine, era agitato da una strana consapevolezza che preferì tenersi per se.
“Non credo sia il caso di leggerlo adesso quel dannato libro!” Sbottò Luca all’improvviso.
“in effetti non credo nemmeno io, sono le tre del mattino. C’è solo una cosa che sono disposta a fare ora: dormire!”
“Giulia ha ragione. Anch’io sono stanco Luca. Abbiamo tutti bisogno di riposare. Irene che fai, apri il locale domani?”
“Certo, domani è sabato. Ci vediamo da me domattina?”
“Io e Azzurra abbiamo lezione domani. Non credo che riusciremo a venire.”
Azzurra tentò di ribattere ma lo sguardo severo di Luca la convinse a tacere.
Irene fece spallucce e riprese a camminare davanti a tutti, nessuno poté vederlo ma il suo sguardo ebbe un cambiamento repentino, i suoi occhi si socchiusero fino a diventare fessure scure. Che Irene fosse tornata era tutto da vedere e Luca, chissà come lo aveva capito.
I ragazzi arrivarono in piazza stanchi ed infreddoliti, con l’unico intento di dirsi buonanotte e di tornare alle loro case. Dopo brevi saluti frettolosi, tutti s’incamminarono. Irene sparì in uno dei quattro vicoli bui che dalla piazza si snodavano a raggiera, Giulia e Azzurra andarono via insieme lungo la via principale, chiacchierando sottovoce. Luca e Peter andarono dalla parte opposta, verso il loro appartamento.
Una volta arrivati, Peter si tolse i vestiti lasciandoli cadere sul pavimento del bagno. Stava per entrare nella doccia ed aprire l’acqua, quando Luca entrò cogliendolo di sorpresa.
“Luca, accidenti a te! Mi hai spaventato, ma che fai? Non vedi? Sono nudo! Non ti sarai mica montato la testa dopo il discorsetto con la tua vicina di casa”
“So che ti piace scherzare Peter ma, credimi, questo non è proprio il momento adatto.”
Peter lo osservò in silenzio, prese un asciugamano e se lo avvolse intorno ai fianchi. Poi tirò giù il coperchio del water e vi si sedette sopra. Luca abbandonò lo spettro della porta e si avvicinò all’amico.
“Che c’è che non va Luca? Ti ho visto stasera con Irene, le hai risposto come si risponde ad un estraneo declinando un invito poco gradito.”
“Quella non è Irene!” Rispose il ragazzo lasciando l’altro interdetto
“Luca, non la conosco da molto ma quella ragazza è decisamente Irene!”
“Ti sbagli. Non so cosa le ha fatto, non so come lo abbia fatto ma quella ragazza non è la Irene che conosciamo.”
“quindi tutto quello che Onofrio ci ha raccontato è una bugia, questo vuoi dire?”
“Probabilmente non tutto.”
“E cosa intendi fare?”
“Cerchiamo le dita”
“quindi facciamo quello che ci ha detto lui”
“Non come ci ha detto lui, però! Ora fai la tua doccia. Ci aspetta un’altra giornata piena domani”
“Buonanotte”
“Notte”
Luca uscì dal bagno mentre Peter girava la manopola dell’acqua calda. Il getto lo colpì sulla testa e poi sul petto, inviando piccoli brividi alla sua spina dorsale. Quando l’acqua divenne troppo calda la miscelò con quella fredda e rimase immobile per quasi un quarto d’ora. Quando emerse dal bagno accompagnato da un aura di vapore l’appartamento era immerso nel buio e la porta della stanza di Luca era chiusa. Peter immaginò che stesse dormendo ma si sbagliava. Luca era uscito di casa dopo averlo lasciato ed era tornato a vagare nella notte fredda e buia. Aveva bisogno di schiarirsi le idee e di escogitare un piano per scoprire chi fosse davvero Onofrio Lamarre.

Nei vicoli stretti e lucidi di pioggia i passi di Luca riecheggiavano regolari. Il suo respiro diveniva condensa prima di disperdersi nell’ umidità notturna. Camminò parecchio e dopo circa mezz’ora finalmente giunse a destinazione.
Il molo di marmo era deserto e pareva ancor più vuoto della sera prima quando, con gli altri amici, lo aveva perlustrato in lungo e in largo alla ricerca del rapitore di Irene. Irene. Che diavolo le aveva fatto quell’uomo? Era diversa. Non la riconosceva. Aveva un atteggiamento diverso? O magari, solo uno sguardo differente. Non sapeva dirlo con esattezza, sapeva solo che, di qualsiasi cosa si trattasse lui lo avrebbe scoperto.
Il rumore dell’acqua sul fianco candido del molo stava aumentando di intensità, il ritmo con cui le piccole onde si infrangevano sul marmo stava aumentando. Luca non vi prestò subito attenzione, immerso com’era nei suoi pensieri. Ma quando la chiglia di una barca andò a cozzare poco distante dovette richiamare a se la presenza di spirito e concentrarsi su quanto stava ai suoi piedi.
Era una piccola barca con la carena nera e l’interno bianco, proprio come quella che aveva visto nel sogno lucido indotto da Lamarre. Era vuota tranne che per una piccola scatola rettangolare posata sul fondo, proprio al centro dell’imbarcazione.
Luca si guardò intorno, il cuore aveva cominciato a battere più velocemente martellandogli i timpani con il pompare furioso del sangue nelle vene. Nonostante il freddo un rivolo di sudore si fece strada sul suo viso e le mani presero a tremare. Per prendere la scatola sarebbe dovuto salire a bordo. E se fosse stata una trappola di Onofrio Lamarre ? No, meglio non fidarsi. Mentre stava così ragionando la barca con una altro schiocco contro il molo prese a muoversi nella direzione opposta, allontanandosi da lui pian piano.
“Ma che diavolo succede?” disse ad alta voce.
A quel punto gli fu chiaro che doveva recuperare quella maledetta scatola. Se non altro per vedere cosa c’era dentro. Accidenti a te Lamarre, spero per te che non si una trappola o, giuro, te la farò pagare!
Così pensando prese una rincorsa di qualche metro e spiccò un salto. Quando atterrò sulla piccola barca questa oscillò paurosamente, per un attimo immaginò di finire in acqua, poi si stabilizzò e tutto intorno tornò tranquillo. Doveva far presto, se la polizia lo avesse trovato in acqua in una barca lo avrebbe arrestato senza indugi, avrebbe passato la notte in carcere e avrebbe dovuto sborsare almeno duemila eurolire di multa.
Prese la scatola tra le mani, era leggera e si accorse solo allora che era di legno. Un legno grezzo tipo quello usato per le cassette della frutta. Più scuro però e con un odore acre a cui non sapeva bene attribuire una provenienza.
La barca nel frattempo, anche grazie al salto si era allontanata dal molo di un paio di metri, doveva tornare indietro, non rimaneva che usare le braccia a mo’ di remi. Si tolse il giaccone e appallottolandolo alla meglio lo lanciò sulla banchina di fronte a lui. Tirò su le maniche del maglione e fece per accucciarsi sul fianco destro e infilare il braccio in acqua, quando una luce accecante lo ridusse ad una cecità momentanea. Col cuore in gola e un tremito incontrollabile piazzo la mano destra davanti al viso a mo’ di scudo e cercò di capire chi fosse l’ombra nera che torreggiava sopra di lui puntandogli contro una torcia. Pensò subito ad un poliziotto della ronda notturna, era fregato. Non avrebbe più rivisto gli amici e non avrebbe più potuto cercare e salvare Tiziano, ne si sarebbe laureato e la sua vita sarebbe stata un disastro…
“Luca! Ma che stai facendo in acqua? Sei impazzito?” Lo incitò Peter a denti stretti cercando di fare meno rumore possibile.
“Peter!” ringhiò Luca di rimando “mi hai fatto prendere un colpo! Ma che fai qui?”
“Vieni via dall’acqua, che ti spiego.”
Luca infilò il braccio in acqua e con sole due bracciate si avvicinò alla banchina. Peter gli porse la mano per aiutarlo a salire. Con la scatola sotto braccio sinistro il ragazzo si puntello con il piede destro sulla parete di marmo accettando la mano di Peter con la sua destra. Con un lieve sforzo fu accanto all’amico, che nel frattempo aveva spento la torcia e fissava la scatola che aveva sottobraccio.
“E quella cos’è?” chiese indicandola col mento.
“Non ne ho idea. Era dentro la barca.”
“Come facevi a sapere della barca? Hai ricevuto un altro messaggio dimensionale ?”
“Non riderci troppo su. Non so cosa ne pensi tu ma io so che c’è qualcosa di vero in quello che ha detto quel tipo. E direi che è la barca a sapere di me. Sono arrivato qui per puro caso, passeggiando senza una meta precisa e quando mi sono fermato qui l’ho sentita sbattere e ho visto la scatola e, dato che qui era completamente deserto, ho pensato di prenderla.”
“Be’ adesso l’hai presa che aspetti ad aprirla?”
“Voglio aprirla a casa, con calma; e poi qui fa freddo.”
Così dicendo si abbassò a raccogliere il giubbotto che aveva lanciato e se lo mise addosso rabbrividendo.
Senza dire altro i due s’incamminarono insieme verso casa.
Quando furono quasi arrivati Luca si fermò di colpo e domandò: “non mi hai ancora detto cosa ci facevi al molo”
Peter rispose candidamente: “ quando sono uscito dal bagno ho visto che la tua stanza era chiusa, e tutte le luci spente, ho pensato che stessi dormendo. Dopo essermi infilato il pigiama però, mi sono accorto che dalla porta d’entrata arrivava troppo luce. Ho guardato meglio e mi sono reso conto che la porta era aperta per un quarto. Così, sono entrato nella tua stanza e rendendomi conto che non c’eri, mi sono infilato i pantaloni ed il resto e sono uscito a cercarti. Con tutto quello che è successo temevo potesse capitarti qualcosa!”
“Si, ma come hai fatto a capire che mi trovavo al molo?”
“Semplice: non lo sapevo affatto, mi sono solo affidato all’istinto! E poi quello è davvero un bel posto dove riflettere. Ci ho provato e mi è andata bene , tutto qui.”
Luca lo guardò con aria di chi vorrebbe ancora qualche spiegazione, poi fissò gli occhi nell’amico e capì che stava dicendo la verità e che doveva smetterla di vedere complotti ovunque.
Il palazzo in cui vivevano era a pochi metri da loro, stavano camminando a passo svelto per il freddo e per la voglia di vedere cosa c’era all’interno della scatola che Luca teneva tra le mani. Quando, come un lampo, qualcuno si fece loro accanto, da dietro e sussurrando con voce roca gli intimò di fermarsi e di consegnare la scatola.
I due ragazzi sentirono il cuore balzargli in gola e pulsare all’impazzata, l’odore che Luca aveva sentito prelevando la scatola dalla barca si fece più intenso, nauseante. Mentre con la coda dell’occhio cercava di sbirciare il volto dello sconosciuto, Peter ebbe un moto di coraggio e voltandosi verso l’amico gli strappò la scatola dalle mani e corse a perdifiato nella direzione opposta al palazzo. Luca rimase spiazzato, non quanto lo strano individuo alle sue spalle. Rendendosi conto che non lo avrebbe seguito corse verso il portone d’entrata e se lo chiuse alle spalle. Da uno degli ovali ricavati nei due battenti di quercia, lo osservò guardarsi intorno smarrito, come se il non sapere bene cosa fare gli avesse mandato in tilt il cervello. Per quanto si sforzasse, però, Luca non riuscì a vederne il volto. L’unica cosa che vide perfettamente era l’impermeabile scuro ed il cappello floscio calcato sulla testa. Era l’uomo, se così poteva chiamarlo – ricordando le parole di Lamarre – che aveva visto anche fuori della caffetteria e alla biblioteca. Una specie di spettro. Chi poteva dirlo davvero, a quel punto tutto poteva dimostrarsi il contrario di tutto. La chiacchierata con Onofrio Lamarre, non solo gli aveva confuso le idee, ma lo aveva anche iniziato ad un mondo nuovo, fatto di intuizioni e visioni non proprio comuni. Aveva una nuova coscienza di se adesso e, per quanto non ne fosse molto contento, l’avrebbe usata contro chiunque avesse osato frapporsi tra lui e il ritrovamento di Tiziano.

Un movimento repentino dell’individuo in nero lo fece tornare alla realtà con un sussulto. In un attimo così com’era venuto sparì, lasciando al suo posto, per un attimo, un leggero alone bianchiccio.
Luca fece una panoramica dello spiazzo di fronte a lui, quando guardò a destra la seconda volta, si accorse di Peter che faceva capolino da una delle colonne del portico sotto uno dei palazzi di fronte. Luca aprì la porta: “psss” sibilò attirando l’attenzione dell’amico, poi con una mano gli fece cenno di avvicinarsi e quello prese a correre nella sua direzione. Luca spalancò il portone per permettergli di entrare in corsa. Peter si precipitò all’interno con la scatola stretta sotto il braccio destro. Con un leggero affanno, dato più dall’adrenalina in circolo che dalla corsa, si rivolse all’amico: “che fine ha fatto l’amico?”
“E’ svanito nel nulla. Come un fantasma.”
“perché diavolo non mi ha seguito?”
“Non lo so. Non ne ho idea, credo che separandoci lo abbiamo messo in crisi e, non sapendo che fare si è ritirato, sparendo.”
“Che dici di salire di sopra e vedere cosa c’è di tanto importante in questa scatola?”
“Si. Saliamo.”
Una volta rientrati nell’appartamento i due si sedettero sul divano. Peter la porse all’amico perché l’aprisse.
“No, fallo tu. Dopo il gesto eroico compiuto non posso permettermi di toglierti quest’onore!”
“Spiritoso! Come diavolo…” dopo aver armeggiato un po’ con la scatola, Peter, capì che l’unico modo per aprire quello che, si rese conto, era praticamente un cubo di legno senza fessure, era fracassarlo.
Lo posò sul tappeto ai piedi del divano ed andò a prendere un martello. Tornò e si inginocchiò sul pavimento. Con due colpi bene assestati il legno cedette e si aprì un varco su uno dei lati. Peter prese la scatola e avvicinandola al viso vi sbirciò dentro.
“Io non vedo nulla.”
“Ti spiace?”
“Figurati.” E così dicendo la porse all’amico.
Luca vi guardò dentro a sua volta e scuotendola si accorse di un leggero tintinnio all’interno.
“passami il martello, dobbiamo allargare il buco.”
Diede un paio di colpi e la scatola finalmente cedette e aprendosi in due liberò una chiave dorata che cadde tintinnando sul pavimento, aldilà del tappeto e rivelò un messaggio rimasto incastrato in una delle due parti della scatola. Era un foglio di carta bianco panna, coi i bordi decorati da piccolissimi fiori viola e foglie verdi e gialle. Peter lo osservò chiedendosi a cosa potesse servire, forse a contenere la chiave di cui, tra l’altro, non si era avvertita la presenza fino all’apertura. E una chiave all’interno di una scatola di legno, piccola sì ma abbastanza grande da rendere difficoltoso il trasporto con una sola mano, si sarebbe certo sentita.
Luca invece era tutto concentrato sul foglio e il movimento delle sopracciglia lasciava intendere all’amico che erano di nuovo alle prese con un messaggio dimensionale, come ormai amava definirli lui.
Peter aspettò pazientemente che l’altro finisse. Quando finalmente staccò lo sguardo dal foglio aveva un’aria stravolta, come se avesse letto l’annuncio della sua stessa morte.
“Hey, amico! Stai bene. Che c’è scritto?”
Luca abbassò la mano che stringeva il foglio, lasciandosela cadere sulle ginocchia piegate. Poi la riportò alla vista e cominciò a leggere ad alta voce:

mio caro nipote,
perdona l’intrusione nel tuo mondo. Non avrei mai voluto un tuo coinvolgimento in questa terribile storia. Purtroppo non mi si lascia altra scelta.
Non fidarti di Lamarre. Non fare nulla di quel che ti ha chiesto. A parte ritrovare il ciondolo. La chiave che ti ho consegnato nella scatola apre un tabernacolo. Si tratta del tabernacolo della chiesa della Chiamata. Una volta preso il ciondolo distruggilo! Le dita degli altri disgraziati si trovano in una tomba del cimitero di Strise. Sulla lapide c’è il nome di un certo Sentenzio Coppetti. Prendi i barattoli con le dita e distruggi anche loro. Non deve rimanere nulla.
Fa’ come ti ho chiesto mio caro Luca e tutto andrà a posto.
Ti voglio tanto vero bene.

La nonna.


“quindi tutto quello che ci ha detto quell’uomo erano fandonie, lo sapevo!” Sbottò Luca dando una manata al divano.
“Come facciamo ad essere certi che questo messaggio arrivi proprio da tua nonna?”
“Perché mi ricordo che mia madre mi diceva la stessa cosa: ti voglio tanto vero bene, non solo tanto bene ma tanto VERO bene. Nessuno poteva saperlo a parte lei.”
“Non per mettere in dubbio le tue convinzioni, ma con tutto quello che è successo, con le rivelazioni degli ultimi tempi, fantasmi, mostri tassidermisti, dico solo che magari lo sapeva anche qualcun altro.”
“No, Peter. E’ una cosa che sento nelle ossa. E’ il richiamo del sangue. Quel messaggio è di mia nonna. E noi dobbiamo fare quel che ci chiede!”
“Ma nel primo messaggio, quello nel libro, si parlava di una vecchia barca nera…”
“Il fatto che si trattasse di un libro scritto da mia nonna non significa che il messaggio fosse suo!”
“io dico di dargli un’altra occhiata! Rischiamo di prendere la strada sbagliata.”
Luca scosse la testa come per cacciar via ogni ipotesi e ogni cattivo pensiero “non ci capisco più niente! Cosa diavolo dobbiamo fare? Il messaggio nella scatola è di mia nonna, ne sono certo!”
“e se qualcuno l’avesse sentita dirti quelle cose? Se si fossero serviti di quella parola, a te familiare, per trarti in inganno? Non c’è proprio nulla di sicuro. Dobbiamo agire seguendo il nostro istinto.”
“hai ragione. Questa dannata capacità di leggere i pensieri o come diavolo ha detto quel Lamarre, mi ha stufato. Non fa che confondermi le idee. Troviamo Tiziano a modo nostro, con la nostra testa.”
“e che mi dici di Irene? Non sembra molto in se. O sbaglio?”
“Non sbagli. Ha qualcosa di strano. Risolviamo questo dannato rompicapo, troviamo Tiziano ed evitiamo di metterla a parte delle cose più importanti.”
“Ma ci vediamo nel suo locale per discutere”
“Parlerò con le altre ragazze. Spiegherò loro la situazione. Ci vedremo qui e Irene ne starà fuori finché non saremo sicuri che sia di nuovo in se. Ora andiamocene a letto. Io domani ho un po’ di cose da sbrigare.”
“del tipo?”
“devo farmi un giretto in batiscafo… e uno al cimitero!”



sabato 13 agosto 2011

CAPITOLO 10

Quel nome fece più danni che una molotov in una fabbrica di carta. Con gli occhi sgranati e le bocche spalancate, i ragazzi fissarono l’uomo di fronte a loro che, dopo avere legato i lunghi capelli sulla nuca, si arpionò le ginocchia con le grosse mani e cominciò il racconto:

“Quello che sto per dirvi vi lascerà certamente interdetti, pieni di dubbi e di incredulità. Vi assicuro però, che ogni mia parola è veritiera e che la mia unica intenzione è aiutarvi a ritrovare il vostro amico e a dare un po’ di pace alla mia anima.
io non lo so quali siano le vostre conoscenze in campo scientifico, non so nemmeno quali siano le mie. Ma so per certo che in questa storia la scienza c’entra anche se non saprei in che modo esattamente. Uno di voi prima mi ha chiesto delle dita mozzate. Ragazzi, se sapeste… tutto cominciò parecchi anni fa quando mio padre e tua nonna, Luca, vivevano in un posto non molto lontano da questo.”
“Mia nonna e tuo padre si conoscevano?”
“direi… intimamente. Erano amanti! Ma lascia che ti racconti come è andata, non fare quella faccia, tua nonna non è sempre stata la vecchietta che hai conosciuto. Un tempo era una bellissima donna caparbia, caparbia come un mulo. Purtroppo però sposò la persona sbagliata e per un certo periodo la sua vita fu molto infelice.”
Giulia interruppe l’uomo sorridendo: “hai letto le favole dei fratelli Grimm ultimamente? Perché sembra proprio la trama di una favola questa.”
“Lascialo finire Giulia” le disse Irene in tono conciliante.
Giulia fece una panoramica sugli amici e poi fece un cenno all’uomo: “continui allora, signor Lamarre!”
“Grazie. Dicevo che Keziarica aveva sposato l’uomo sbagliato, non per sua scelta ma per un’imposizione dei suoi genitori. Gente gretta, povera d’affetto ma profondamente interessata ai soldi. Il tuo bisnonno, Insolito Dettori, aveva un unico scopo: maritare la figlia all’uomo più potente di stries e trarne il massimo vantaggio.”
“Stries? Mai sentita nominare!” gli occhi di Luca si fecero fessure sottili mentre lo diceva osservando il suo interlocutore.
“Ci sono molte cose che dovrai conoscere. Lascia che ti racconti.”
“D’accordo, perdoni l’interruzione.”
“Dicevo che il tuo bisnonno costrinse tua nonna a sposare quest’uomo. Molto ricco e molto strano. Subito dopo il matrimonio andarono a vivere in un’enorme casa nera, con tegole grigie che grondavano l’acqua rugginosa di intersezioni di ferro che delimitavano le quattro acque del tetto, lasciando ampie pozze rossastre, simili a sangue rappreso sul selciato tutt’intorno. Frankeburgen, questo era il nome del marito di tua nonna, aveva una grande stabilimento nautico, dove si producevano imbarcazioni di varie metrature, proprio in fondo al crinale che ospitava la sua dannata casa, uno stabilimento enorme con più di cento operai, non ci metteva piede, non gli interessava il lavoro, la sua passione era: la tassidermia.”
“cioè l’imbalsamazione degli animali” fece Azzurra.
“di cani, per l’esattezza.” Continuò Peter
“L’isola dell’imbalsamatore di cani. Il libro di mia nonna!”
“Esattamente. Tua nonna ha raccontato la sua avventura in un libro e mio padre ha fatto lo stesso con la sua. Purtroppo le vicissitudini della vita li hanno divisi, ma questa è un’altra storia.
“Lasciare l’isola… e’ un’isola, basta salire su una barca e prendere il largo”
“Per arrivare dove? Mio caro Peter, non è così semplice. L’Isola non è solo un cumulo di terra emersa. E’ un mondo a se.”
“Come può un’isola da sola rappresentare un mondo a se? Dai, stiamo cadendo nel ridicolo. Pensi davvero che io possa crederti? E dove sarebbe quest’isola?” sbottò Luca.
“L’isola è poco distante da qui, tant’è vero che il vostro amico Tiziano l’ha trovata. Il problema non è solo sapere dove si trova, ma quando. Lasciate che vi racconti tutta la storia. Poi forse capirete.”
Irene, che fino a quel momento era rimasta in piedi appoggiata allo stipite della porta, si avvicinò a Giulia e le si sedette accanto. Una refolo profumato raggiunse Giulia mentre la veste bianca si sgonfiava addosso a Irene nell’atto di sedersi.
“Signor Lamarre” fece Azzurra sporgendosi un poco “che significa quando?”
“Ogni cosa a suo tempo, mia cara.”
“Noi non abbiamo tutto questo tempo. Tiziano è scomparso da due giorni ormai. Non possiamo starcene qui con le mani in mano ad ascoltare i racconti strampalati di un gigante pazzo che ha rapito una nostra amica…”
“Giulia, ti prego. Non essere maleducata. Lui non mi ha rapito e, ti assicuro, non è pazzo.”
“E’ la sindrome di Stoccolma! Ecco, si è invaghita del suo rapitore. Irene sveglia! Sei in casa di uno sconosciuto con i piedi scalzi e con indosso una camicia da notte stile moglie di Frankenstein. Non mi sembra il tuo stile, te lo assicuro.”
“Ragazze facciamolo parlare. Non abbiamo appuntamenti stasera e fuori sta diluviando.” Le parole di Peter invitarono gli altri a rimanere in silenzio, lasciando che il rumore della pioggia invadesse per qualche istante la stanza e un sibilo d’aria gelida sfiorasse loro le guance.
“Silenzio dunque, e lasciatemi raccontare. Ho bisogno di farlo in modo che possiate capire. Luca, ti spiace alzarti e prendere quella grande candela poggiata sul tavolo?”
Luca fece come gli si chiedeva e muovendosi incerto per via della penombra, arrivò al grande tavolo tondo a pochi passi da lui e prese la candela. Con l’oggetto in mano si voltò verso l’uomo attendendo altre indicazioni. Lamarre gli chiese di metterla al centro della stanza e del piccolo semicerchio che gli amici, seduti per terra, avevano formato. La luce di quella particolare candela rischiarò parecchio l’ambiente ed irradiò la stanza di un tepore giallo e fumoso.
“Vieni qui, ragazzo. Ho bisogno che tu ti sieda davanti a me.”
Luca ubbidì e si sedette con le gambe incrociate di fronte all’uomo.
“Non preoccuparti. Userò una tecnica particolare per mostrarti cos’è accaduto tanti anni fa e come è nata tutta questa storia. Nel posto da cui i nostri avi arrivano i sensi si sono sviluppati in maniera diversa dalla nostra. Io posso indurre pensieri tu puoi afferrarli. Si, Luca, ti è capitato di leggere frasi non scritte, frasi che nessuno vedeva tranne te. Quelli sono messaggi inviati dalla mente di qualcuno. Dimmi ne hai letti molti?”
“Solo un paio. Di persone diverse con diverse grafie. Uno era sul libro di mia nonna, l’altro era sul quotidiano di stamattina.”
“Si. Ne ero certo. Ora chiudi gli occhi e rilassati, non preoccuparti, farai parte di quel che ti racconterò solo come spettatore, nessuno potrà vederti ne sentirti, ma tu potrai vedere e sentire perfettamente.”
Così dicendo il gigante barbuto poggiò i pollici sulle palpebre chiuse del ragazzo, che per tutta riposta ebbe un lieve sussulto. I pollici cominciarono a muoversi in orario, il sinistro e antiorario il destro. Luca percepì diversi colori, poi immagini sfocate e bisbigli, all’improvviso una forte luce quasi lo accecò nell’atto di riaprire gli occhi. Dopo qualche attimo di stordimento mise a fuoco la scena e si accorse di stare guardando un’enorme finestra ad arco. Strinse gli occhi e si voltò a guardare alla sua destra. Un lungo corridoio, con altre enormi finestre sul lato sinistro. Il corridoio pareva immerso nella penombra, anche se le finestre certamente gettavano sul pavimento la luce del giorno. In fondo contro la parete si trovava una massiccia scrivania di legno chiaro, forse frassino. Ma il legno era grigio, tutto intorno a lui era grigio. Si volse dalla parte opposta, il corridoio svoltava sulla sinistra, da quel nuovo spazio si apriva un cono d’ombra che tagliava trasversalmente l’ultima parte di corridoio, alzò gli occhi verso l’alto per ispezionare meglio l’ambiente, notò solo che il soffitto era altissimo e che da esso pendevano ad intervalli di circa due metri, delle lampadine sbiadite coperte da larghi coni di metallo. Si rigirò ancora di scatto, il cuore gli balzò in gola quando vide una donna seduta alla scrivania prima vuota. Era una donna minuta con i capelli chiari raccolti in una crocchia. Indossava una camicetta bianca con un motivo floreale proprio sopra il seno destro. Luca cercò di avvicinarsi meglio per poterla raggiungere ed osservare meglio, ma mentre compiva gli ultimi passi il corridoio fu folgorato dal trillo assordante di una campanella a tamburo posizionata sulla parete sgombra. Una fiumana di uomini e donne in tute scure da lavoro, si riversò nel corridoio travolgendo i suoi pensieri ed impedendogli di arrivare alla donna della scrivania. Mentre quelli gli passavano accanto si rese conto che stava vedendo ogni cosa in bianco e nero, un bianco e nero virante al seppia. Come se si trovasse al cinema, davanti ad una vecchissima pellicola di celluloide.
Come per incanto si ritrovò davanti ad un pendio. Lo stabilimento si trovava alle sue spalle, era fuori. Un timido vento autunnale mosse i suoi capelli a tempo con i fili d’erba, alzando gli occhi la vide: la casa nera.
Era nera davvero ed enorme come non ne aveva mai viste. Le finestre erano sbarrate da battenti di legno e la porta, proprio al centro della facciata era aperta. Non socchiusa, spalancata. Fu dinnanzi all’entrata in un attimo. Come in un sogno, e forse era di quello che si trattava, di uno strano sogno in bianco e nero. L’odore che lo investì entrando gli favorì un conato. Uscì nuovamente, respirando con la bocca per evitare alla nausea di sopraffarlo. L’odore dell’erba appena tagliata e bagnata di pioggia gli diede gran sollievo. Sapeva di dover entrare per sapere. Prese un bel respiro e rimise piede in casa continuando a respirare con la bocca. Si guardò intorno attonito, sulla destra un finestra sbarrata lasciava filtrare lance di luce fioca, dove vorticavano lucenti corpuscoli di polvere. Sotto la finestra un vecchio tavolaccio di legno scuro e grezzo su cui poggiavano tanti barattoli di vetro, contenenti un liquido giallognolo e denso dove galleggiavano dita mozzate. Luca si ritrasse ed incespicando tento di restare in piedi appoggiandosi al tavolo dietro di lui. La sua mano affondo nella pelliccia di un animale. Si voltò a guardarlo, era un cane di grosse dimensioni, con il pelo lungo e bianco. quel povero animale morto era una nota stonata in quell’ambiente scuro e polveroso. Il suo pelo era candido e ben spazzolato, qualcuno si era preso cura di lui. Era uno dei cani di Frankeburgen. Con la mano ancora affondata nel candido pelo si volse verso una nuova luce. Una luce fioca ma colorata di un giallo intenso. Voci sommesse arrivavano da una stanza poco lontano. Luca si guardò intorno, il cane e tutta la stanza erano spariti. Era in un altro posto adesso e per la prima volta udiva delle voci.
Fece pochi passi ed entrò in una stanza con pareti fatte di mattoni crudi. Su sgabelli a tre gambe sedevano molti uomini barbuti, con in dosso cappelli di feltro grigi e bianche camicie ampie.
Dobbiamo lasciare l’isola
Io non me ne vado senza il mio anulare
Non potremmo avere pace senza il nostro dito
Keziarica!
Si, kezia, aiutaci. Prendi i barattoli.

Luca sentendo nominare sua nonna si volse a guardare nella direzione i cui guardavano gli uomini ma mentre quasi la scorgeva, si ritrovò su una grande barca, con la chiglia nera e il fondo bianco. era una delle imbarcazioni dello stabilimento di Frankeburgen, poteva leggere chiaramente il marchio impresso a fuoco sul lato destro della chiglia. Il movimento della barca sul mare mosso gli dava la nausea. Sulla barca con lui si trovavano almeno una ventina di uomini ed una donna, voltata di schiena. I barattoli con le dita erano proprio sotto di lui in una grossa cassa di legno senza coperchio.
Il mare era molto mosso, il cielo livido e gonfio di pioggia si aprì sventrato da un fulmine. L’ultima cosa che Luca vide prima di aprire gli occhi fu un enorme opale fluorescente che stava per inghiottirli.

“Bentornato, ragazzo.”
Le mani di Lamarre stavano poggiate sulle sue. Erano enormi mani calde e asciutte che gli infondevano una sensazione di benessere inspiegabile.
“Come ti senti? Forse ti senti un po’ sottosopra ma la nausea passerà presto.”
Luca non disse una parola, si volse a guardare gli amici che lo osservavano in silenzio e con una certa apprensione.
“Quindi è così che è andata?” Domandò Peter rivolgendosi ad Onofrio Lamarre.
“Si. Frankeburgen ha tagliato le dita ai suoi dipendenti rivoltosi, lo ha fatto per togliere ad altri la voglia di ribellarsi ai suoi soprusi. Ma la sua punizione andava ben oltre la fisicità. Vedete a Stries si crede che l’anima di una persona a cui sia stata amputata una parte del corpo non possa riposare in pace se non seppellita con la parte mancante. Per questo ho voluto che mi riportaste il dito nel barattolo.”
“Ma lei nel messaggio diceva che era suo il dito. Ma le sue mani sono intatte.”
“Quello era il dito di mio padre. Provvederò a riportarlo alla sua tomba. Ci sono molti altri che aspettano che le loro dita gli vengano restituite. Dovete aiutarli”
“Non possiamo aiutarli adesso. Dobbiamo prima trovare Tiziano” Ribatté Giulia
“Non ve lo permetteranno. Vogliono quello che gli appartiene e faranno di tutto per averlo! Noterete degli uomini neri, senza volto, con lunghi cappotti e cappelli. Vi perseguiteranno…”
“Li abbiamo già visti. Uno di loro ha lasciato un messaggio sotto la nostra porta” Disse Luca con un filo di voce. I ragazzi si voltarono a guardarlo, Irene gli posò una mano sulla spalla e la strinse leggermente.
“quale messaggio?” chiese Lamarre
“NON SOLO UNO, diceva così”
“Non solo uno, si riferisce a mio padre!”
“Si al suo libro sull’isola”
“No. Non al libro. Si riferisce al dito. Non vogliono che l’unico a beneficiare del vostro aiuto sia mio padre. Ci sono altre anime inquiete che chiedono aiuto, non potete esimervi.”
“Perché noi?” Chiese Azzurra visibilmente agitata
“Perché Luca può aiutarli. Può leggere i messaggi di sua nonna e trovare i barattoli che lei ha nascosto tanti anni fa”
“E Tiziano?” Fece Giulia
“Tiziano è sospeso. Vedete, quella sera quando quella barca arrivò da questa parte, Keziarica, andò alla casa nera e rubò i barattoli. Victor la sorprese e cercò di ucciderla. Quando era bambino Victor ebbe un incidente nello stabilimento di barche e perse il dito mignolo. Suo padre lo fece chiudere in un ciondolo che gli mise al collo e da cui non si separava mai. Quella sera tua nonna gli strappò dal collo il ciondolo e sparì con esso. Frankeburgen rivuole il suo mignolo o non potrà riposare in pace.”
“Ma io non lo so dove sta il ciondolo, mia nonna è scomparsa tanti anni fa e non mi ha mai parlato di nessun ciondolo.”
“Non ne ha mai parlato a nessuno. Ha nascosto il ciondolo. Qui in questa dimensione e voi dovrete trovarlo se rivolete indietro il vostro amico”
“Ma non saprei dove cercare…”
“Il libro, Luca. Trova il messaggio nel libro di tua nonna.”
“Quale dimensione?” chiese Azzurra
“Onofrio credo che dovresti spiegare loro come funziona il salto tempo-dimensionale”
“Tempo-dimensionale??!”
“Vedi Peter, non si può viaggiare nel tempo in una stessa dimensione, per via dei paradossi. Ma si può viaggiare nel tempo se ci si sposta da una dimensione all’altra. Esistono varchi tempo-dimensionali in diverse parti del nostro pianeta. La nostra città esiste anche in altre dimensioni, solo si è sviluppata in maniera differente. Ma ora è tempo di trovare indizi sul ciondolo. Trovalo Luca e riavrai il tuo amico.”
“ma che ne sarà di Frankeburgen, mia nonna ha portato con se il ciondolo per un motivo preciso, io andrei contro il suo volere, riportandolo a quel mostro!”
“Capisco che possa sembrare cinico, ma qualsiasi cosa accada, sarà in un'altra dimensione.”
“Troviamo il ciondolo e poi? Come glielo riportiamo? Come si arriva sull’isola?” Giulia stava perdendo la pazienza.
“Non è così semplice. Dovrete prima trovare le altre dita. Rimetterle al loro posto e poi cercare il ciondolo.”
Irene impiegò dieci minuti buoni a rivestirsi. Tenne la treccia.
Uscendo dall’appartamento di Onofrio Lamarre, Luca ebbe una strana sensazione. Come se qualcosa di importante non fosse stato svelato, come se non fosse pienamente soddisfatto del racconto fatto dall’uomo appena lasciato. Fece per rivolgersi a lui nuovamente ma la porta si chiuse proprio in quell’istante e gli altri erano già una rampa avanti a lui.
Fuori la pioggia aveva smesso di cadere, ma dai cornicioni marci continuava a stillare acqua rugginosa, color sangue.

mercoledì 8 giugno 2011

CAPITOLO 9

Il buio si era impadronito delle strade, il freddo ansante stagnava in ogni angolo aggiungendo inquietudine agli animi dei quattro ragazzi, che stringendosi l’un l’altro camminavano sotto la pioggia ancora battente.
Il locale distava all’incirca un chilometro dal palazzo bianco, come lo avevano soprannominato, ma pareva lontano anni luce.
Finalmente arrivarono in cima al viale alberato che si presentava scuro e tetro come non mai. Luca infilò la piccola chiave dorata nella serratura, questa scattò immediatamente e la porta si socchiuse. All’interno la lampada ad olio sul bancone era ancora accesa e l’ambiente puzzava di liquore. I ragazzi entrarono e si guardarono intorno rabbrividendo. Proprio davanti al grande bancone una pozza di quello che doveva essere liquore al caffè si allargava tra cocci di vetro scuro. Irene doveva aver lottato. Sul bancone notarono una tazza di vetro per infusi coperta di impronte di sporcizia, il bordo ancora macchiato dalle labbra di chi vi aveva bevuto. Peter prese il bicchiere e lo annusò “qualcuno qui ha infranto qualche legge!”
“E’ liquore?” chiese Azzurra.
“Già. E deve averne bevuto parecchio a giudicare dalla bottiglia semivuota che si trova qui nel lavandino”
Giulia si sporse e guardò aldilà del bancone, nel lavandino campeggiava una bottiglia di Reine Francisse Pouche. Un liquore dolce a base di malto d’orzo utilizzato un tempo per la preparazione di caffè corroboranti.
“Da lassù mancano almeno tre bottiglie di altro liquore!” Aggiunse Giulia osservando il ripiano sopra il bancone.
“Questo è un pazzo! Rischia la galera per questo. Non lo conosce il codice?”
Il codice sugli alcolici redatto nel 2056 ribadiva che non si potevano assumere sostanze alcoliche -quali vino, birra e distillati in genere- se non a scopo terapeutico. L’alcool nella sua forma comune era stato bandito dalle società di tutto il mondo. Solo pochi esercizi, tra cui il locale di Irene, erano autorizzati alla distribuzione di liquori, liquori che dovevano essere somministrati in dosi esigue e sempre miscelati con sostanze non alcoliche. L’ebbrezza non era tollerata, la pena per ubriachezza consisteva in sessanta giorni di carcere, lavori di pubblica utilità e in una ammenda di 500 eurolire.
“fantastico abbiamo a che fare con un pazzo ubriacone, che se ne infischia della legge e quindi non ha nulla da perdere! Io dico di chiamare la polizia, come farà Irene a spiegare la sparizione delle sue bottiglie?”
“Azzy, sai perfettamente che non possiamo chiamare la polizia. Per le bottiglie in qualche modo faremo. Ora, Giulia, recupera il barattolo. Dobbiamo andare!”
Giulia entrò nel retrobottega, un localino completamente rivestito di legno chiaro. Occupato da una scrivania sulla destra, un piccolo bagno sulla sinistra ed uno scaffale di metallo sulla parente di fronte alla porta. Due tendine a quadretti rossi e bianchi coprivano i ripiani dello scaffale, Giulia scostò quella di destra e spostò alcuni altri barattoli, contenenti perlopiù caffè . Il barattolo col dito era ancora al suo posto.
La ragazza lo prese e lo osservò per un attimo cos’avrai di così speciale? Sussurrò e infilatolo nello zaino uscì dallo stanzino.
“Fatto. Possiamo andare!”
“Ok. Prima di incamminarci vorrei che escogitassimo un piano. Qualcosa per evitare che il bevitore misterioso faccia sparire anche noi. Io e Azzurra andiamo per primi. Peter tu osservi la scena da lontano e ti unisci a noi solo ad un mio gesto.”
“Quale gesto?”
“mi passerò la mano tra i capelli”
“va bene”
“chi va all’anagrafe?” Chiese Giulia
“Nessuno. Non credo sia il caso che uno di noi se ne vada in giro da solo di notte. Incontriamo il nostro amico. Vediamo che succede. La cosa importante adesso è riavere Irene. Il signor Lamarre dovrà aspettare.”
Giulia si avvicinò all’amico “non mi hai detto che devo fare”
“Tu aspetterai il segnale di Peter. Diciamo che infilerà le mani nelle tasche del giaccone. Così facendo eviteremo di cadere in trappola tutti insieme, se una trappola ci aspettasse e confonderemo il nostro avversario, che poi sarà anche già confuso dall’alcool che si è scolato”
“mi pare sensato. Tutti pronti!” chiese Peter alzando la testa e guardando gli amici negli occhi.
“Pronti!” fecero quasi in coro.
La strada scendeva giù verso il paese e verso il mare con i suoi nuovi confini. La pioggia continuava a scendere. Il molo di marmo si trovava ad una decina di minuti dalla via principale. Era un enorme scalo interamente costruito con grandi blocchi di pietra calcarea. Lungo più di un chilometro e con tre bacini di allaggio più grandi ed uno piccolo dove era attraccato il sommergibile turistico. Proprio a ridosso del piccolo bacino si trovava un chiosco di legno con base esagonale e tetto ricoperto da piccole tegole rossastre, sui cui lati campeggiava la scritta:

VISITA ALLA CITTA’ SOMMERSA – BIGLIETTERIA

A distanza di due metri gli uni dagli altri si alzavano alti più di due metri splendidi lampioni in ferro battuto, con due bocce bianche ciascuno. I lampioni venivano accesi tutti solo durante feste o manifestazioni. Nelle sere qualunque ne rimaneva acceso solo uno su quattro. La luce sul molo non era dunque sfavillante. I punti d’ombra erano parecchi e Luca che camminava con Azzurra al suo fianco lungo la banchina, sperava che l’uomo con cui avevano appuntamento si fosse posizionato in un punto visibile da Peter e Giulia, che stavano appostati ognuno dietro una colonna del porticato, che si estendeva sotto la costruzione ospitante le aule della scuola pubblica di prima e seconda istruzione. Il liceo e l’università si trovavano invece sulle alture a non molta distanza dal palazzo in cui viveva Irene. Al centro, la costruzione, di divideva lasciando aperto un varco, sormontato da un arco a tutto sesto alto più di venti metri, realizzato in marmo bianco. ai lati erano scolpite momenti della catastrofe avvenuta nel 2014. Ed in cima, sopra la chiave si volta realizzata in granito, dominava la scritta:
Alle vittime dell’Onda. Strise tutta in lutto vi ricorda.
Luca continuò a camminare con l’amica al fianco. Non vedendo nessuno cominciò ad innervosirsi. Il molo era quasi terminato. Lo sciabordio dell’acqua alla fine della banchina si faceva sempre più forte e dell’uomo e di Irene nessuna traccia.
Aveva quasi perso la speranza, stava per voltarsi verso gli amici nascosti a qualche centinaio di metri quando, appesa ad un lampione acceso, notò una busta bianca. La busta si muoveva al vento legata attorno al palo scuro con un nastro rosso. Luca si avvicinò con il braccio proteso e appena possibile la staccò con uno strattone, l’aprì e lesse:

credevate davvero che sarei stato qui ad aspettarvi tutto solo? Ho un altro indirizzo per voi. Via n.o. solito capella, vicino alla biblioteca bruciata. C’è un varco nella rete metallica. Vedrete una candela accesa. Non mancate, la vostra amica aspetta!

“accidenti a lui! Maledizione!” Luca scagliò il biglietto per terra. Azzurra si precipitò a raccoglierlo prima che finisse in acqua.
“meglio non perderlo, se ne avessimo bisogno potrebbe servirci come prova.”
Luca annuì frastornato poi fece cenno ai due amici nascosti di farsi avanti e quelli lentamente si avvicinarono.
“dobbiamo andare alla biblioteca.” Disse loro non appena gli furono accanto. Azzurra che aveva poco prima letto il biglietto lo porse agli amici perché lo leggessero anche loro.
“Bastardo!” sibilò Peter passando il foglietto a Giulia.
“Ragazzi, quella è una zona pericolosa. Non ci sono controlli da quelle parti. Qualsiasi cosa accada non verrà nessuno a salvarci!”
“Giulia ha ragione” disse Azzurra fissando Luca.
“So perfettamente che può essere pericoloso. Per questo andremo solo io e Peter!”
“Niente da fare. Io vengo con voi. Irene è anche amica mia. Ho solo detto che è pericoloso. Non intendo starmene con le mani in mano.”
Azzurra deglutì a vuoto “anch’io vengo con voi. Non sono mai stata molto coraggiosa ma voglio riportare Irene a casa”
I ragazzi guardarono le ragazze “E sia! Allora andiamo.”
Quindi ripartirono in fila indiana, lasciandosi alle spalle lo sciacquio ritmico dell’acqua. Attraversarono il molo tagliando verso l’arco e immettendosi nella lunga e stretta stradina che portava alla via principale. Aveva smesso di piovere. Ma nessuno dei ragazzi sembrò accorgersene.

La zona vietata era buia e fredda come non mai. Attorniata dalla natura incolta e da un alone di mistero che la faceva assomigliare ad una città fantasma. I bambini di Strise raccontavano le storie più assurde su quel posto. Una volta Luca era rimasto sveglio per quasi una settimana dopo un racconto di Tiziano. Luca non ricordava esattamente di cosa si trattasse ma sorrise teneramente a quel ricordo. Tiziano gli mancava e voleva riabbracciarlo. Ma non c’era tempo ora, per i sentimentalismi. Irene era la priorità. Di lei doveva occuparsi e… La candela!
Una luce fioca e tremolante si fece largo nell’oscurità.
“Andiamo ecco la candela!” fece Luca proiettando se stesso verso il debole chiarore. I compagni lo seguirono correndo con lui.
Passarono di fianco alla biblioteca annerita dall’incendio. Il tetto era collassato in parte, le finestre murate erano state sfondate per permettere l’intervento dei pompieri. ora apparivano come tanti buchi scuri aldilà dei quali misteri ancor più oscuri giacevano in cumuli di cenere.
Il rapitore aveva detto la verità, la rete metallica presentava uno squarcio a forma di L rovesciata. Peter afferrò l’angolo in alto e lo tirò verso i basso, permettendo ai ragazzi di passare. Luca fece lo stesso per lui dalla parte opposta. Poi riposizionò la rete in modo che ad un controllo veloce risultasse tutto in regola.
Il sentiero che si apriva davanti a loro era buio e stretto. I loro volti erano venivano colpiti da basse fronde e cespugli troppo cresciuti. Camminarono quasi a tentoni per almeno duecento metri, prima di trovarsi di fronte un enorme quartiere abbandonato.
“Questo dev’essere il posto. Via Solito Capella. Per cosa sta N.O. non l’ho mai capito.” Bisbigliò Luca.
“non saprei” aggiunse Giulia sempre sottovoce.
Peter fece un passo avanti, uscendo definitivamente dalla selva attraverso cui avevano camminato “come lo troviamo?”
Luca non lo sapeva. Il biglietto diceva in via Solito ma non specificava dove esattamente. Il quartiere era grande, costituito da undici grandi edifici di cemento scurito dal muschio, disposti a semicerchio i quattro davanti, per lungo i quattro dietro e di traverso gli ultimi due. Ogni edificio nel buio, pareva la murata di una nave fantasma. Quello era quanto rimaneva della vecchia Strise. Un ammasso di palazzoni grigi e umidi abitati da chissà quali strani esseri. Ad un tratto, una luce comparve ad un piano alto del palazzo di mezzo. Era ancora la luce fioca di una candela. Lo avevano trovato o meglio si era fatto trovare.
Peter mosse il primo passo “credo ci stia invitando ad entrare!”
“Si, lo credo anch’io” lo seguì Luca.
Le ragazze si presero per mano e s’incamminarono dietro i ragazzi. Nella fitta vegetazione era stato aperto un passaggio che conduceva agli edifici. Una breve salita e poi un lungo corridoio di cemento pieno di crepe e pieghe, come una coperta spinta via da qualcuno. Quel qualcuno, lo sapevano bene, era l’onda di tanti anni prima.
Più volte rischiarono d’inciampare, ma continuarono a camminare imperterriti fino alla seconda entrata, più che entrata vera e propria pareva un antro, buio e madido. Il paragone con l’atrio del palazzo in cui viveva Irene e in cui si erano trovati fino a poco tempio prima fu inevitabile.
L’odore appiccicoso di muschio e intonaco decrepito si insinuò nelle loro narici e, raggiungendo i polmoni, li fece tossire. Di fronte all’ingresso si stagliava una grossa porta di ferro smaltato, color mattone su cui erano fiorite aree più o meno estese di ruggine.
“Un ascensore!” esclamò Giulia spalancando gli occhi.
“Wow, ho letto qualcosa a riguardo quando ero al liceo, ma non credevo che ne avrei mai visto uno!” Ribatté Azzurra sorridendo all’amica.
“Io ne ho visto un altro durante una spedizione di archeologia urbana quando avevo sedici anni. Ma quello era senza pannello di comando…” con un dito sfiorò una scatoletta di vetro incorniciata da metallo lasciando una traccia di pulito sulla polvere e la sporcizia che vi si era depositata. Una levetta rossa stava in posizione ON. Sopra di questa due piccole valvole dello stesso colore.
Poco sotto la piccola cassetta c’era il pannello di comando, un pannello molto elementare per la verità, composto solo dal tasto di chiamata.
“Chissà se possiamo vedere l’interno…” Giulia fece per aprire la pesante porta, ma Luca la fermò “Giulia. Siamo qui per Irene, non per fare un giro turistico nel passato!”
“hai ragione, perdonami.”
“qualcuno accenda una torcia, per favore.” Supplicò Luca, ricordando che di torce non se n’era proprio parlato.
Giulia aprì il suo zaino ed estrasse la torcia che aveva usato alla biblioteca, l’accese ed il cono di luce aprì un varco nel buio, ferendo gli occhi dei presenti ed illuminando corpuscoli di polvere danzanti e sporcizia.
Le scale erano rese viscide dall’umido e dal sudiciume che vi si era depositato negli anni. Un corrimano corroso e malfermo correva sulla parete poco sopra la rampa, ma nessuno dei ragazzi osò mettervi mano.
Più salivano e più il fiato si faceva corto. Le ampie finestre erano chiuse, l’aria era resa irrespirabile dall’umidità e da cumuli di rifiuti e calcinacci stipati in ogni angolo.
“qui non si respira! Ma dove diavolo è?” Azzurra era sul punto di fermarsi e tornarsene indietro quando, giunti ormai al quarto piano, sentirono qualcuno bisbigliare.
“Silenzio!” Sibilò Luca alzando la mano destra con l’indice alzato.
Il bisbiglio si fece più intenso. Sul pianerottolo c’erano due porte. Da sotto la prima, quella sulla destra apparve un timido bagliore. Luca di fece accanto alla porta e poggiò l’orecchio per cercare di ascoltare. Pochi istanti dopo la porta si aprì, Luca indietreggiò di riflesso e con lui anche gli altri.
“Ce l’avete fatta, finalmente!” davanti a loro l’ombra di un uomo alto almeno un metro e novanta, con lunghi capelli grigi e la faccia coperta di rughe e cicatrici. La candela che teneva in mano, all’altezza del petto, lo illuminava dal basso verso l’alto facendolo somigliare ad uno spauracchio da fiaba.
“Prego, entrate. Mi casa es tu casa”
“Come prego?” chiese Azzurra passandogli accanto.
“Dov’è Irene?” Chiese Luca con voce ferma.
“Non ti hanno insegnato l’educazione ragazzo? Stai entrando in casa di ospite che non hai mai conosciuto e poni domande come se fossero ordini? Dov’è il dito? Non sai che usanza portare in dono qualcosa quando si fa visita a qualcuno?”
“Senti come ti chiami , questa non è una visita di cortesia. Tu hai qualcosa che noi rivogliamo e noi abbiamo qualcosa che tu rivuoi, perciò facciamola finita. Dov’è la nostra amica?”
“Che sbadato, sono davvero un gran maleducato. Dimenticavo che voi siete qui per la vostra amichetta Irene.” Il nome dell’amica pronunciato da quel balordo era come un insulto.
Peter fece un passo avanti ed uscì dall’ombra : “amico, non vogliamo guai. Vogliamo solo riavere la nostra amica e ridarti ciò che è tuo.”
“Oh, ma io non sono tuo amico. Io sono quello che ha rapito la vostra amica e rivoglio il mio dannato dito. Ora!” la voce dell’uomo si fece perentoria mentre alzando la mano sinistra mostrava il suo dito anulare mozzato.
Peter deglutì a vuoto.
“Il dito è suo?” chiese Giulia.
“proprio così e lo rivoglio.”
Luca fissò l’uomo negli occhi “siamo qui per questo, per restituirglielo ma prima vogliamo essere certi che Irene sia sana e salva.”
L’energumeno rimase in silenzio qualche istante poi, dopo aver tratto un lungo respiro : “Vieni di qua Ire, sono arrivati i tuoi amici.”
“Ire?” la faccia di Giulia si accartocciò in una smorfia.
Gli altri rimasero ammutoliti mentre nelle loro teste miriadi di pensieri si fecero avanti per poi essere ricacciati indietro da dinieghi interiori e poco plausibili soluzioni.
Irene avanzò con in mano una candela. Era vestita di bianco, cosa assai insolita per lei. Aveva i capelli raccolti in una treccia che le ricadeva morbida sul seno destro ed era scalza.
“Irene!” quasi urlò Azzurra vedendola.
“Ire, ma che…” Giulia non riusciva a raccapezzarsi.
“Tranquilli ragazzi, non sono diventata la moglie di Frankenstein. Ho solo finito gli abiti puliti e se non raccolgo i capelli, con questa umidità, divento una kochia scoparia!”
“Ire… le scarpe?” Giulia le fissava i piedi perfettamente puliti.
“Sono nell’altra stanza vicino al fuoco. Sto cercando di farle asciugare, anche se pare ardua come impresa.” Così dicendo diede un’occhiata all’uomo con la candela il quale per tutta risposta diede un’alzata di spalle.
“ok. Irene sta bene. E’ giusto restituire il dito al legittimo proprietario…”
L’uomo fece un passo avanti lasciandosi scappare un mezzo sorriso. Luca lo stoppò alzando una mano davanti al suo petto “prima però vogliamo sapere chi sei? Perché hai rapito Irene e che significa questa storia delle dita mozzate!”
L’uomo smise di sorridere, poi guardò Irene che gli stava alla destra. La ragazza gli fece un cenno col capo a cui i ragazzi finsero di non badare.
“Spero non abbiate impegni per questa sera. Se volete sapere, saprete. Ma voglio che vi sia chiaro che non potrete più tornare indietro.”
“Che sarà mai?” Fece Giulia abbozzando un sorriso.
“il totale stravolgimento della vostra esistenza. Ed ora sedetevi è una lunga storia quella che ho da raccontarvi”
I ragazzi si guardarono l’un l’altro poi guardarono il pavimento che risultava essere davvero pulito. Si sedettero uno ad uno con le gambe incrociate, tutti con gli sguardi rivolti al viso dell’uomo che si sedette a sua volta di fronte a loro.
“Allora, ragazzi siete pronti?”
“Un momento.” Fece Peter “Non sappiamo nemmeno il tuo nome!”
“hai ragione ragazzo” e tendendogli la mano destra disse: “Onofrio Lamarre, al tuo servizio!”




martedì 24 maggio 2011

CAPITOLO 8

Giulia intravide Luca e Azzurra non appena voltato l’angolo apprestandosi, insieme a Peter, ad imboccare il viale che conduceva al locale di Irene. Alzò una mano e l’agitò per salutarli ma i ragazzi non risposero. Giulia notò una strana concitazione ed ebbe un sussulto quando anche Peter se ne accorse e chiese: “Ma che diavolo succede?” Senza pensarci i due presero a correre. La salita era dura e il viale era lungo circa duecentocinquanta metri. Il locale di Irene si trovava proprio in cima. I ragazzi sentivano le tempie pulsare e le gambe dolere per lo sforzo, I polmoni bruciare per l’apporto ridotto di ossigeno. Man mano che salivano e si avvicinavano agli altri due si rendevano conto che qualcosa di terribile era accaduto. Il volto di Azzurra era paonazzo e sembrava proprio che stesse piangendo. Luca scuoteva la testa e poggiava la mano sulla spalla dell’amica. Quando finalmente Peter e Giulia giunsero in cima, ansanti e rossi in volto per lo sforzo, Luca crollò su se stesso finendo seduto per terra con la testa ciondoloni.
“Luca!” Strillò Giulia correndo verso l’amico.
“Non sono svenuto. Mi sono solo mancate le forze per un istante.” Il ragazzo alzò gli occhi e Giulia si accorse che aveva pianto.
“ma si può sapere che succede?” Domandò voltandosi verso Azzurra.
La ragazza singhiozzando si avvicinò all’amica porgendole un biglietto bagnato e sporco.
Giulia lo prese e lesse il messaggio:

avete qualcosa che mi appartiene. La rivoglio. Troviamoci al molo di marmo questa sera. Irene ha belle mani…credo che comincerò dall’anulare. Alle 21. Puntuali.


“si riferisce al dito nel barattolo.” Asserì Luca con un filo di voce.
“Non avresti dovuto prenderlo!” La rimproverò Azzurra.
“Ormai l’ha preso! Non si può tornare indietro. Cerchiamo di capire come restituire il dito a questo maniaco piuttosto!”
“C’è una cosa che non si vede ma che io ho potuto scorgere sul quel biglietto” disse Luca rimettendosi in piedi.
“cosa?” chiese Peter
“Lo schizzo di un’isola. Quasi identico a quello che c’è sulla copertina del libro di mia nonna. Credo che chiunque abbia lasciato quel biglietto abbia a che fare con quella dannata isola! ”
“Luca, quell’isola non esiste! Non ci sono isole a Strise, non ce ne sono mai state!” Ribatté Giulia.
“Forse non è a Strise che si trova!” Propose Peter
“E dove si trova allora?” Quasi urlò Azzurra in preda alla disperazione.
I ragazzi le si fecero accanto “Sta’ calma Azzy. La troveremo!” Le disse Luca abbracciandola .
“Certo. Come abbiamo trovato Tiziano!” Rispose lei rivolgendogli un’occhiataccia.
“Hey, non ho rapito io Irene e nemmeno ho fatto sparire Tiziano. Sto solo cercando di tirare le somme e di rimettere a posto le idee. Non possiamo litigare tra noi. Dobbiamo cercare di mantenere la calma e di ragionare.”
“Luca ha ragione” Fece Peter “Il locale è chiuso?”
Azzurra annuì.
Luca emise un sospiro “bene allora andiamo. Giulia il dito lo hai tu, giusto?”
Giulia lo guardò di sottecchi, abbassando leggermente il capo “lo aveva Lei nel locale.”
“Nel locale?” chiese Azzurra tra i denti.
“Lo abbiamo messo nel ripostiglio, dietro vecchi barattoli di caffè! Lo credevamo al sicuro”
“Un dito putrido e rinsecchito? Al sicuro da cosa??”
“Da tutto questo” Rispose Peter mestamente “se chi ha rapito Irene lo vuole, significa che non lo ha trovato all’interno. Avete fatto un buon lavoro Giulia. Ora però dobbiamo entrare a prenderlo.”
“Qualcuno sa se Irene aveva un’altra chiave da qualche parte?” Ancora Peter.
“Credo ne abbia una a casa sua. Una volta le si era spezzata la chiave nella serratura e mi aveva spedita a prendere la copia. Però allora avevo le chiavi di casa. Ora come entriamo?” chiese Giulia.
“Non ha genitori ? qualcuno a cui possiamo chiedere le chiavi di casa sua?”
“No, Peter. I suoi sono morti da tempo. Vive sola con Silenzio, il suo gatto.”
“Be’ magari un vicino… Magari possiamo passare dal tetto…” Propose Peter massaggiandosi il collo.
Giulia si voltò a guardarlo “al trentunesimo piano?”
“Ma poi perché ci agitiamo tanto? Ha detto che se gli riportiamo il dito ci restituisce Irene. Facciamolo! Riportiamoglielo. Chi la vuole quella schifezza!” Sbottò Azzurra.
“Se qualcuno è arrivato a rapire una persona, significa che quel dito ha una certa importanza” rifletté Luca incontrando lo sguardo di approvazione di Peter “quel dito può svelarci dove si trova Tiziano. Se lo restituiamo potremmo non rivedere il nostro amico mai più. E io non voglio rinunciare a lui. Siamo cresciuti insieme è come un fratello per me”
“Luca ha ragione. Ragazze fatevi forza. Troveremo il modo di uscire da questa situazione. Dobbiamo entrare in casa di Irene e trovare il doppione della chiave, prenderemo il dito e andremo all’appuntamento.”
“E daremo da mangiare a Silenzio. Povera bestia sarà disperato!”
“Giulia, il gatto ha visto Irene questa mattina.”
“Luca, i gatti sentono quando qualcosa non va!”
“Ragazzi, fatela finita. Il gatto non sarà disperato e gli daremo da mangiare. La cosa importante ora è riuscire ad entrare” così dicendo Peter si avvicinò ad Azzurra e le posò una mano sul braccio “andrà tutto bene” le disse e lei volle credergli.

Il palazzo in cui Irene viveva era uno tra i più alti di Strise. Quarantadue piani circondati dal vetro dei terrazzini due metri per uno. I ragazzi arrivarono verso le diciassette. La pioggia aveva ripreso a cadere incessante. Sotto un ombrello rosso si stringevano Azzurra e Giulia nel suo bel cappotto pied de poule. Luca e Peter dividevano invece un vecchio ombrello nero, col manico d’osso, riesumato dal portaombrelli impolverato dell’università.
“come ci arriviamo lassù?” domandò Giulia ficcando le mani nelle tasche del cappotto.
“non esiste un portiere? Qualcuno nel palazzo che abbia un doppione delle chiavi?”
“Peter, pensi che anche se ci fosse un portiere ci darebbe le sue chiavi di casa?” Ribatté Giulia con il viso arrossato dall’ombra rossa dell’ombrello.
“Facevo per dire, qualcosa bisogna pure inventarsi. Dobbiamo entrare nell’appartamento.”
“Intanto entriamo nel palazzo e saliamo.” Propose Luca aprendo il pesante portone. Peter non poté fare a meno di notarne la bellezza, era un portone a doppio battente, di vetro verde spesso e smerigliato con inserti neri e triangolari che, dalle maniglie d’ottone al centro, si aprivano a raggiera verso i quattro angoli esterni.
L’atrio era ampio e arioso con i pavimenti e le pareti completamente rivestiti di marmo bianco. la base della scala si apriva in con un immenso gradino lungo circa tre metri e saliva in quella che, guardandola dal basso appariva come una spirale quadra che si stringeva via via, fino ad arrivare ad un minuscolo quadratino al piano attico. Certo dovevano avercene messo del tempo per realizzarla.
“Wow” la sua voce riecheggiò nello spazio vuoto attraverso la tromba delle scale “questo posto è fantastico!” aggiunse in un sussurro.
“Dobbiamo salire” s’intromise Giulia senza dar troppo peso a quanto le stava intorno.
Ogni piano ospitava tre appartamenti. Le porte erano nere con un piccolo inserto di vetro verde giada di forma triangolare nella parte superiore. Accanto ad ognuna di esse campeggiava un campanello d’ottone a molla, con la levetta per farlo trillare al centro.
L’appartamento di Irene era il numero 92. Stava proprio al centro del ballatoio. La sua porta era del tutto identica alle altre tranne per un piccolo dettaglio, la porta era socchiusa.
Dallo spiraglio non arrivava che buio ed un profumo leggero di camomilla. I quattro amici si guardarono l’un l’altro stupiti e sopraffatti dal terrore. Chi aveva rapito Irene era stato lì, nel suo appartamento e, forse, non se n’era ancora andato.
Peter prese in mano la situazione e traendo un profondo respiro appoggiò la mano sulla porta e spinse piano il battente. Un lieve cigolio accompagnò l’operazione. Azzurra portando si una mano alla bocca sussurrò al ragazzo di fare attenzione, mentre Luca gli si faceva subito accanto pronto ad entrare con lui.
“Voi aspettate qui.” Disse poi sottovoce voltandosi.
I due ragazzi scomparvero all’interno inghiottiti dal buio.
Giulia prese la mano dell’amica e la strinse forte. D’un tratto qualcosa strisciò attorno alla caviglia delle ragazze che lanciarono un lieve urlo soffocato. Ogni goccia del loro sangue divenne ghiaccio, gli stomaci si fecero piombo ed un terrore cieco le paralizzò.
Miaaaoo
Il gatto passò ancora tra le loro caviglie, e puntando il muso nero verso l’alto emise un altro verso.
“Silenzio! Gattaccio disgraziato, mi hai quasi spaventato!” Disse Giulia con la voce ancora tremante.
“Quasi?” Fece Azzurra mostrando i segni della presa dell’amica sul polso.
“Scusa” si limitò a rispondere la ragazza con un mezzo sorriso.
L’amica sorrise a sua volta e accucciandosi prese ad accarezzare il gatto che dal canto suo continuava a fare le fusa.

L’interno l’appartamento era immerso in un buio totale. I ragazzi rimasero immobili alcuni istanti, trattenendo il fiato, in attesa. Nessun rumore. Attraversarono due stanze, a tastoni, senza nemmeno rendersi conto di dove si trovassero.
“Qui non c’è nessuno.” Disse infine Luca.
“Già!” ribatté Peter posando una mano sulla parete alla ricerca dell’interruttore.
Click.
Luci accese.
Il buio sparì insieme alla tensione. L’appartamento era in ordine. Chi aveva fatto irruzione era stato molto attento a non lasciare nulla fuori posto. All’improvviso un’idea terribile si fece largo nella mente di entrambi.
“E se avesse preso le chiavi?”
Peter guardò l’amico “ho pensato la stessa cosa.”
“Se così fosse…”
“Se così fosse cosa?” Chiese Azzurra.
“Vi avevo pregato di rimanere fuori.”
“Abbiamo sentito una porta aprirsi. Abbiamo pensato che fosse meglio entrare e chiudere la porta, piuttosto che farci trovare davanti alla porta scassinata. E poi abbiamo visto la luce.”
“ok, d’accordo. Avete fatto bene. Qui è tutto a posto. Stavamo dicendo che magari le chiavi le ha prese il rapitore.”
“Rapitore?” Fece eco Azzurra rabbrividendo.
“Beh, è così che si chiamano quelli che portano via le persone contro la loro volontà!”
Giulia si fece avanti tenendo il gatto in braccio “ci manca il sarcasmo. Quello non ha preso nulla.”
“Come lo sai?” Chiese Peter.
“Perché le chiavi sono qui.” E alzando un poco l’animale mostrò loro il collarino rosso a cui erano appese due piccole chiavi dorate.
“Irene è un genio!”
“No Luca. E’ solo molto pratica. Non aveva campanellini a disposizione e ha usato le chiavi.”
I ragazzi si guardarono intorno. L’appartamento era grande. I pavimenti di legno chiaro, lucidi e coperti qua e la da tappeti pelosi di colore scuro. Marroni o rosso antico. Un bel divano bianco stazionava al centro del salone i cui si trovavano, di fronte una grande libreria stracolma di libri di ogni dimensione e colore. Sembrava la casa di una vecchia signora piuttosto che quella di una giovane donna.
La cucina era anche più ordinata. Il piano di lavoro era d’acciaio, lungo almeno due metri. Correva dalla finestra al frigorifero e su ogni centimetro ci si poteva specchiare. File di piatti colorati erano disposte dentro pensili con ante di vetro. Il lavandino era di marmo nero lungo un metro e ottanta centimetri, a due vasche. Anch’esso perfettamente pulito. In altre circostanze avrebbero fatto il giro della casa ma, in quell’occasione, il tempo non era dalla loro parte.

Silenzio scrollò la testolina una volta rimesso a terra. Il suo collare era più leggero.
Le chiavi le aveva Giulia in tasca.
“Vieni piccolino. E’ l’ora della pappa!”
Diedero da mangiare al gatto ed uscirono chiudendo la porta con la chiave di casa che trovarono appesa nell’ingresso.
Mentre gli altri uscivano dall’appartamento, Luca si affacciò sulla tromba delle scale. L’immenso atrio era candido e lucido come uno specchio. Il lucernaio a cupola proiettava sul quel fondo candido una luce fioca e grigia e la sua sagoma piccola piccola che guardava di sotto. All’improvviso un’altra sagoma apparve dal lato opposto al suo. Era più piccola, quindi doveva trovarsi più in alto. Luca alzò di scatto la testa e guardò verso l’alto. Al penultimo piano, affacciata alla balausta di ferro nero battuto, una figura scura con un cappello floscio calato sulla testa. Assomigliava alla sagoma vista in biblioteca. Non riuscì a scorgerne i lineamenti, dato che il fioco chiarore del lucernaio ne schiariva le spalle, lasciando in ombra il volto.
Come un ossesso prese a correre su per le scale, ignorando gli amici che lo chiamavano, chiedendosi cosa diavolo stesse succedendo. Salì di corsa, ignorando i polmoni che bruciavano affamati d’aria e salì, salì sempre più veloce e sempre più ansimante. Arrivato all’ultimo piano si guardò intorno senza vedere nessuno. Sulla parete opposta all’ultimo gradino, notò una piccola porta nera di ferro anch’esso nero. Posò la mano sulla maniglia verniciata e spinse. La porta era più pesante di quanto immaginasse, si aprì con un cigolio. Fuori imperversava una tempesta d’acqua di proporzioni quasi catastrofiche. Il terrazzo era enorme, spazzato da sferzate di vento che smuovevano l’acqua nelle pozzanghere formatesi qua e la. Piante di ogni genere erano posizionate lungo i bordi e si muovevano nella tempesta come mute comparse in una pièce teatrale, al centro la grande cupola di vetro smerigliato, tenuto insieme da un’intelaiatura di acciaio verniciato di nero che la divideva in spicchi larghi alla base più o meno un metro l’uno , Inserti di colore giallo, verde ed azzurro lo facevano assomigliare alla cupola di un grande transatlantico di lusso. Luca nemmeno fece caso alla mano di Peter che gli stringeva il braccio destro scuotendolo “Che succede? Che fai qui?”
“Era di nuovo lui!” Riuscì a rispondere a stento per il fiato corto.
“Lui chi?” Gli domandò l’amico socchiudendo gli occhi per il forte vento e la pioggia che gli sferzavano il viso.
“Quel dannato uomo nero! Era sulle scale e ci stava spiando. Ma come al solito è sparito. Ma dove è andato, non ci sono vie di fuga qui!”
“Luca, calmati. Potrebbe essere entrato in uno degli appartamenti o essersi nascosto in qualche angolo buio aspettando che passassimo per poi uscire dal portone di sotto. Giulia, dai un’occhiata di sotto.”
Giulia annuì e rientrò per guardare di sotto. Azzurra visibilmente preoccupata si fece accanto ai due ragazzi. Si guardò intorno infreddolita e zuppa di pioggia. Il terrazzo era deserto. A nord si trovava il monte Mozzo, sventrato dalle detonazioni e dalle vecchie ruspe d’imprese che in un passato ormai lontano lo avevano sfruttato e deturpato. Sulla sua sommità miriadi di grandi pale eoliche vorticavano sotto l’influsso del vento possente. In basso verso sud la distesa di case colorate, con i tetti a quattro acque coperti di tegole grigie. Il molo di marmo, candido e disseminato di lampioncini accesi nell’oscurità di un vespro prematuro. La via principale adorna di illuminazioni d’ogni forma, la grande chiesa ed il municipio con le sue decorazioni Liberty, che da quella distanza parevano solo macchie sulle facciate scure di pioggia. Più in là, sotto la superficie dell’acqua, ad un centinaio di metri dal molo, il riflesso cupo e tremolante di quella che un tempo era stata la vera Strise, immobile nella tomba d’acqua che la sommergeva ormai da decenni. Il piccolo sommergibile attraccato in attesa dei visitatori del giorno dopo era una macchiolina gialla poco sotto la superficie.
Giulia rientrò riferendo di non aver visto nulla. L’atrio era deserto e non si udiva alcun rumore. Luca si lasciò trascinare all’interno da Peter e Azzurra. Nella scala le luci si erano accese in bocce giallognole, ad ogni piano. Stava arrivando la sera e con lei, si avvicinava l’ora dell’appuntamento. Dovevano correre al locale di Irene e prendere il dito. Da lì al molo di marmo avrebbero impiegato non meno di un quarto d’ora. Il tempo stringeva così come si stringevano i loro stomaci nella morsa dell’incertezza.

lunedì 25 aprile 2011

lasciate che vengano i parenti affranti
e gli amici tutti.
che vengano le lacrime
e le grida disperate.
lasciate che il buio
ammanti le stelle a lutto
perché non é tempo di luce
non é tempo di risa e di allegria
oggi qualcuno se n'é andato
lasciate che venga la pioggia
perché anche il cielo pianga la sua morte
lasciate che il silenzio
suggerisca al mondo di tacere
per non svegliarla nel suo lungo sonno
e per addormentare il mio dolore

giovedì 21 aprile 2011

l'assurda noia di essere giovani

DOVE SONO LE RISA SPENSIERATE?



LE FUGHE CON LA FANTASIA A CAVALLO DEI MOTORINI



E LE CHIACCHIERE,



IN QUELLE SERATE,



CHE SI PENSAVA FOSSERO COSI' NOIOSE.



GLI STUPIDI GIOCHI



ACCOMPAGNATI DA PAROLE SCIOCCHE



IL GIRO ED IL BAR



GLI ANGOLI COLMI DI STELLE



CHE SPARIVANO



ACCARTOCCIANDOSI



TRA NUVOLE DI FUMO.



DOVE SONO ANDATI TUTTI ?



DOV'E' FINITA LA NOIA?



LA NOIA DI SERATE PASSATE AD ASPETTARE



QUELLE CHE ODIAVO TANTO...



IN QUALE BUCO NERO SONO SCIVOLATI QUEI GIORNI?



E DOVE SONO IO A VENT'ANNI?

no title

evocare gli spettri della propria giovinezza può condurre all'essere posseduti da un'euforica nostalgia o all'anticamera del baratro, al limitar del buio

mercoledì 2 marzo 2011

CAPITOLO 7

Luca sedeva due file dietro Azzurra nell’aula di anatomia. I suoi pensieri vagavano per la stanza cozzando contro le pareti ingiallite dal tempo per poi ripiombargli in testa con forza, sensazione questa che lo innervosiva non poco. Azzurra invece sembrava tranquilla, intenta a scribacchiare qualcosa chinata sul piano davanti a lei. Quella mattina indossava un pull di lana color cielo e aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo fermata da un nastro dello stesso identico colore.
Il professore alzò la voce per sovrastare il chiacchiericcio di alcuni ragazzi che sedevano alla sinistra di Luca e Azzurra. Il gruppetto si zittì solo quando il professore, con fare esasperato, batté la mano sulla cattedra così forte che il colpo che ne scaturì, amplificato dalla grande sala dal soffitto altissimo, parve un tuono.
“Ho la vostra attenzione, dunque?” Chiese l’uomo riprendendo la calma.
I ragazzi annuirono in silenzio e il professor De Sclopis cominciò la lezione, sfregandosi le mani, come faceva sempre prima di cominciare la lezione.
“Vi avevo promesso lezioni diverse dagli altri docenti. Vi ho sempre parlato di come studiando in questo corso, al mio corso, avreste imparato cose che i vostri compagni e colleghi d’università non avrebbero mai nemmeno osato pensare. Ebbene miei cari, il tempo è giunto. Oggi, vi mostrerò l’anatomia umana – o almeno parte di essa – com’è davvero. Niente libri. Niente pupazzi di silicone e plastica. Voi assisterete e metterete mano ad un corpo in carne ed ossa, seppur morto ovviamente!”
Un sorriso trionfante si allargò sul volto dell’uomo.
Alcuni ragazzi alzarono la mano chiedendo la parola.
“Si, mi dice signor Capulli”
Un ragazzo alto e dinoccolato si alzò e chiese: “dovremo toccare un cadavere?”
“Be’ mio caro ragazzo, ne toccherà parecchi di corpi nella sua carriera, mi auguro! E mi auguro anche che la maggior parte sia viva. Ciononostante il corpo di un cadavere non è molto diverso da un corpo in vita. E’ solo come dire… meno reattivo.”
Un risolino isterico si levò dall’alto della sala, seguito da una serie di altre brevi risate che infine sfociarono in un’ilarità generale.
“Siamo pronti per la lezione?”
“Si” risposero gli studenti all’unisono.
“Bene. Camillo, porti dentro il nostro amico.”
“Professore?” azzardò una ragazza minuta con occhiali tondi e caschetto castano.
“Si?”
“Ma l’uso dei cadaveri per scopi didattici non è stato vietato nel 2076, dal decreto Camisari ?”
In effetti a seguito ad usi non proprio decorosi dei cadaveri (utilizzati addirittura come modelli per pubblicità e, dopo tecniche d’imbalsamazione all’avanguardia, perfino come manichini in grandi negozi alla moda) l’uso di questi ultimi venne vietato a discapito anche della scienza medica.
“Mia cara Terzi, lei ha ragione. In effetti l’uso dei cadaveri non è consentito. A meno che il defunto non sia proprietà dell’ente che ne beneficia e a patto che venga utilizzato, se così si può dire, dopo il rigor mortis e prima che inizi il processo di decomposizione. In questo caso, il signore qui presente” e con un gesto della mano il professore indicò il corpo sotto il lenzuolo che stava avvicinandosi su una barella spinta da un’inserviente “ha ricevuto un compenso di ventimila eurolire, due anni fa, quando ha scoperto di essere malato. Con quei soldi ha passato con dignità gli ultimi mesi di vita e ha donato il suo corpo a voi perché poteste studiarlo. Abbiamo stipulato un vero e proprio atto di vendita. Diciamo che fino al giorno della sua morte ne abbiamo posseduto la nuda proprietà”
“Lo avete comprato?” Chiese Azzurra inorridita.
“ragazza mia, cosa vuole che importasse a quest’uomo di chi avrebbe ficcato le mani nel suo addome una volta deceduto. Il corpo è divenuto proprietà di questa università solo al momento del trapasso. Nel mio ufficio ho una simpatica cartolina che quest’uomo mi ha mandato dalle Hawaii, dove è arrivato a bordo di una fantastica nave da crociera. E’ morto felice glielo assicuro. Se questo la infastidisce me ne dispiaccio ma le assicuro che lui non era infastidito per niente!”
Azzurra prese fiato e riaprì bocca per ribattere ma Luca le diede una leggera gomitata e, quando le lo guardò, le fece un cenno di diniego col capo.
“Ma è disgustoso…” sussurrò lei
“Vuoi che ti cacci dal suo corso?”
Azzurra abbassò gli occhi verso il pavimento e fece silenzio.
Nel frattempo altri studenti ingoiarono le loro domande inopportune e tutti scesero dai loro posti verso il centro della sala. Ordinatamente si disposero in cerchio intorno al professore ed al cadavere felice, come quello lo definì pochi minuti prima.
“bene. Vedo che ci siamo tutti. Possiamo cominciare. L’odore non è che appena percettibile. D'altronde quest’uomo è morto da meno di un giorno.”
I ragazzi si guardarono l’un l’altro, l’odore era molto più che appena percettibile e lo si poteva sentire insinuarsi nelle narici come una subdola nuvoletta di vapore che sale verso l’alto. Quando il professore scoprì il corpo con un gesto teatrale il tanfo esplose nelle narici suscitando mormorii e conati nascosti dalle mani sulla bocca. Il professor De Sclopis sorrise ed invitò gli allievi ad avvicinarsi.
“Un medico non deve ritrarsi di fronte ad un cadavere. Che cosa fareste se un giorno vi chiamassero al capezzale di un malato e una volta arrivati lo trovaste già morto? Vi mettereste a vomitare sulla salma? Davanti ai parenti affranti? Coraggio signori, se è la professione medica che cercate, questo genere di cose non deve nemmeno sfiorarvi. Siate impassibili, professionali. In fondo è così che puzzerete anche voi un giorno. Non vi piacerebbe essere guardati da estranei disgustati!” il professore scoppiò in una risata fragorosa. I ragazzi rimasero in silenzio. Qualcuno accennò un sorriso, molti assunsero un’espressione seria e a parer loro professionale. Luca notò qualcosa che gli gelò il sangue nelle vene.
“Azzy!” sibilò tirando l’amica per la manica del camice.
“Che c’è?” rispose lei nello stesso tono.
“Le dita! Guardagli le dita!” e così dicendo indicò il cadavere, che nel frattempo era stato spostato da due inservienti dalla barella al lettino operatorio.
Azzurra fece scorrere lo sguardo lungo il braccio destro e poi lungo quello sinistro del corpo senza vita. Quando si accorse di quel che intendeva l’amico quasi lanciò un urlo. Mancava il dito anulare della mano sinistra. Quel vecchio con la barba, disteso sull’acciaio freddo era probabilmente membro dello strano gruppo o setta che avevano visto nelle foto alla biblioteca la sera prima.
“Dobbiamo avvertire i ragazzi! Dobbiamo andare al locale…”
“Dobbiamo finire di seguire la lezione!” impose Luca posando una mano sulla spalla dell’amica “mi mancano diversi crediti quest’anno. Questa è una delle lezioni più importanti del corso, non so tu, ma io non posso perdermela per nessun motivo. Vedremo i ragazzi fra poco più di tre ore. Sta’ calma.”
Stare calma era una cosa che non riusciva molto bene ad Azzurra in frangenti come quello. Un tremore insistente si fece spazio nel suo stomaco. Le mani le tremavano e si sentì irrequieta e frustrata per dover rimanere lì, con quella puzza di morte e formaldeide, mentre Tiziano chissà dov’era.
“Ragazzi si comincia. Avvicinatevi!” Fece il professore impugnando un bisturi. “una bella incisione a Y. Signor Demetri tenga pronto il costotomo”
Il cielo fuori sembrava rabbuiarsi man mano che la lezione proseguiva . Il professore spiegava, tenendo tra le mani ora il cuore del defunto ora gli intestini, l’anatomia di un corpo umano. I ragazzi seguivano in silenzio, mentre la menti di Luca e Azzurra vagavano oltre la sala grande di anatomia e fuggivano all’esterno dove, da qualche parte, qualcuno se ne stava ad osservarli celato nell’oscurità dell’inverno imminente.
Al termine della lezione, con il corpo ricucito che veniva portato via dall’inserviente per essere cremato, Luca e Azzurra si avvicinarono al professore intento a sfilarsi i guanti “Professore?” fece Luca ponendosi tra l’uomo e la ragazza
“Si?”
“L’uomo che abbiamo esaminato, ha un volto familiare. Mi pare di averlo già visto qualche volta.”
“Non si lasci troppo impressionare dalla morte, in fondo è una cosa molto comune sa. Stia tranquillo non abbiamo leso la dignità di nessuno qui, oggi.”
“No, non è questo; è che sono convinto di averlo già visto ma non ricordo chi fosse. Questo tarlo mi tormenterà per giorni e…”
“Era il signore Silon. Il bidello. Era in pensione da qualche anno ormai, ma non aveva nessuno a cui tornare così è rimasto qui. Sbrigava lavoretti per me e per altri docenti.”
“E che mi dice del dito mozzato?” Intervenne Azzurra ponendosi di fianco all’amico.
“parla dell’anulare sinistro? Non so come lo perse ma posso assicurarle che non è stata quella la causa della morte!” E così dicendo scoppiò in una grassa risata.
Luca prese per mano la ragazza e la trascinò via mentre questa ancora tentava di ribattere senza però trovare le parole.
“Quell’uomo è un vecchio arrogante pieno di boria! Nemmeno esercita più. Ma chi si crede di essere?” Sbottò una volta fuori dell’aula.
“E’ il tuo professore di anatomia. Il tuo futuro dipende da quell’uomo. Datti pace Azzy! Andiamo a mangiare qualcosa. Alle quattro dobbiamo essere da Irene e io sto morendo di fame!”
Il cielo si fece plumbeo, il vento cessò all’improvviso di soffiare e alcune grandi gocce cominciarono a cadere sull’asfalto asciutto. I due si infilarono nella caffetteria di Suzie e ordinarono pollo con patate. Fuori intanto prese a piovere a catinelle. Aldilà del vetro, sotto un cappello nero floscio e un impermeabile dello stesso colore, qualcuno osservava l’interno. Immobile sotto la pioggia, un’ombra scura appena distinguibile dietro il vetro rigato di pioggia. Luca alzò gli occhi dal piatto e si accorse di essere osservato, balzò in piedi facendo tintinnare i bicchieri e i piatti sul tavolo, corse fuori stringendo ancora il tovagliolo nella mano destra. Quando raggiunse l’esterno, però, non vide nulla sulla strada. schizzi di pioggia spinti dal vento gli bagnarono il viso. Rimase ancora qualche minuto sulla porta, ansimando per l’improvviso sobbalzo del cuore in gola, in attesa e in silenzio ma chiunque fosse ora era sparito. Azzurra lo raggiunse sulla porta, rabbrividendo per il freddo appena gli fu accanto “Che succede? Che hai visto?”
Luca si voltò verso l’amica e con un sibilo le rispose: “l’Uomo Nero!”

domenica 27 febbraio 2011

un pensiero per Bruno

un pensiero per Bruno che se n'é andato su una strada fredda il 27 febbraio 2011.
ciao Bruno.

venerdì 11 febbraio 2011

SESTO CAPITOLO

Il ritorno verso il centro fu perseguitato da un alone di tensione e silenzio. Faceva ancor più freddo che all’andata, la stanchezza stava prendendo il sopravvento sulle menti dei cinque ragazzi. Luca camminava davanti a tutti, con in mano la sua torcia faceva strada a Peter e Giulia e ad Irene e Azzurra, che lo seguivano in quest’ordine. Avevano visto molto ma non avevano concluso nulla. Impiegarono quasi mezz’ora ad arrivare nella piazza della Fontana. I grandi lampioni disposti ad arco intorno alla vasca vuota si ergevano a gruppi di due. Erano più opere d’arte che lampioni con il loro stelo che di assottigliava al centro e si affusolava attorcigliandosi allo stelo dell’altro fino ad arrivare alla sommità, a circa cinque metri da terra, dove due grandi globi bianchi sgusciavano fuori da una sorta di involucro protettivo che li faceva somigliare a ghiande.
La fontana non funzionava d’inverno per via del gelo. Le tubature rimanevano vuote fino al 30 marzo quando per la festa di saluto alla Primavera, l’acqua riprendeva a zampillare cristallina dalle bocche di tanti piccoli pesci sul fondo della vasca.
“Sono le due del mattino. Credo che il comune apra per le otto. Irene deve aprire il locale, Azzurra ha lezione ed io pure. Peter e Giulia: non rimanete che voi!” Luca parlava a voce bassa stringendosi nelle spalle per il freddo.
“Ma non si era parlato di un’altra, ehm… spedizione?” Chiese Giulia.
“Oh si, certo. Ma dovremo pur sapere dove cercare. Il comune non è un edificio abbandonato in un luogo dimenticato da tutti, o quasi” aggiunse ricordandosi della guardia “dovremo agire in fretta e sapere in quale punto dell’edificio si trova quel che cerchiamo aiuterà certo le nostre ricerche!”
“Si ma così facendo se qualcosa andrà storta, sarà noi che verranno a cercare!” Fece Peter gettando un’occhiata a Giulia che annuì.
“oh, ma voi non andrete a chiedere notizie su Onofrio. Chiederete un certificato di nascita di Giulia. Il suo cognome è Lattanti. Onofrio fa Lamarre di cognome, stessa lettera, stesso scaffale!”
I ragazzi sorrisero all’amico.
Prima di lasciarsi Peter disse a Giulia che si sarebbero visti lì, in quella piazza il giorno dopo. Per le dieci. La ragazza evitò lo sguardo severo di Luca che avrebbe preferito che la cosa fosse sbrigata all’apertura dell’ufficio interessato e fece un cenno di assenso con il mento.

La mattina seguente il freddo punzecchiò la pelle di Peter mentre, avvolgendosi una lunga sciarpa rossa intorno al collo, usciva di casa. Il cielo era limpido a nord, contro le montagne. Ma verso il mare le nubi sembravano aver finito la loro corsa, accartocciandosi contro un immaginario orizzonte solido; ed ora sembrava stessero tornando indietro.
La piazza brulicava di persone infreddolite, i negozi tutt’intorno erano aperti e merci di ogni tipo erano esposte alla vista, in attesa di essere acquistate. Giulia stava camminando in direzione della fontana, Peter la osservò mentre si avvicinava a passo svelto, mangiando un croissant e gettando sguardi indagatori a destra e a manca.
Sorrise.
Giulia aveva in testa un berretto di lana bianca. Salutò l’amico facendo un cenno con il mento. L’altro rispose allo stesso modo. Il palazzo del comune, dove si trovava la nuova anagrafe -Chiamata così nonostante si trovasse lì da più di mezzo secolo- stava in via Civerio. Una via lunga e lastricata di pietre ottagonali che si snodava ai due lati della piazza. L’edificio sorgeva proprio al centro della piccola cittadina ed era una costruzione imponente, costruita in stile liberty per il capriccio un po’ retrò dell’allora sindaco, tale: Ulberto Sannistro. Il sig. Sannistro aveva accumulato una fortuna con la ditta di famiglia durante la Ricostruzione. Si era fatto ben volere regalando briciole di edilizia ad un popolo disperato che lo ripagava con moneta sonante senza rendersene conto. Il lato oscuro di quell’uomo tozzo e di aspetto poco attraente fu presto posseduto dal demone Denaro che finì per impadronirsi anche del lato buono, trasformandolo in un sindaco despota, poco disposto al dialogo. Fu trovato ucciso il giorno del suo settantesimo compleanno, nella stanza padronale della fantastica villa che aveva fatto costruire al centro del suo piccolo regno. In quella stanza ora si trovava l’ufficio anagrafe del comune. Dove il suo sangue si era allargato in una pozza scura e viscida, si ergevano file di scaffali di ferro verniciato e di lui nessuno ricordava quasi più nemmeno il nome.
Camminando a passo svelto contro un vento sempre più irrequieto, i ragazzi giunsero a destinazione in mano di cinque minuti. Il palazzo dell’anagrafe era imponente e splendidamente decorato da piccole ninphee de pavé- come amava definirle il nuovo sindaco- ai bordi delle grandi finestre, da splendidi fiori e fili d’erba che parevano spuntare e crescere dal ferro battuto utilizzato nelle ringhiere che ai piani più alti proteggevano piccoli poggioli semi-tondi, la cui base sottostante riportava decorazioni a raggiera che si aprivano dal centro verso l’esterno; da un sottotetto finemente dipinto con fiori gialli, foglie di vite azzurre e grappoli d’uva viola e cremisi.
Peter rimase con il naso all’insù per parecchi minuti prima di entrare. Boston, la città in cui era nato e cresciuto da genitori italiani, non conosceva più bellezze di quel tipo. Tutto era stato ricostruito dopo il terremoto del 2026. E tutto era stato costruito per essere funzionale all’uomo. Nessun fronzolo, solo grandi spazi attrezzati per permettere agli abitanti della città di vivere sereni, senza dipinti ma con la certezza di sopravvivere ad un altro disastro di quelle proporzioni. I dipinti dell’art nouveau come li chiamavano molto tempo prima, sebbene non paragonabili alle opere dei grandi Maestri della pittura, suscitavano in Peter un senso di profonda ammirazione ed irrequietezza. Avrebbe voluto saperne di più, vederne di più. Invece che limitarsi a scorgere il seno della venere di Botticelli o il muso di un ermellino in braccio alla dama di Leonardo sui vecchi libri d’arte di suo padre. In Italia era rimasto molto da vedere ancora e fu in quel momento che decise che non avrebbe fatto ritorno a casa con l’anno nuovo. Voleva scoprire quel che c’era da scoprire di magnifico. Aveva visto meraviglie di ogni genere durante le sue immersioni, aveva perfino visitato il ponte del Titanic, ormai quasi dissolto nelle acque buie dell’atlantico, a bordo di un piccolo batiscafo da ricerca. Aveva visto gli incanti della natura, ora voleva vedere quelli degli uomini.
Mentre la sua mente così vagava sulla soglia del Municipio, Giulia lo chiamò strattonandolo per la manica del giaccone. Peter si voltò a guardare l’amica e ridestandosi dalla profondità dei suoi pensieri le sorrise un po’ imbarazzato e annuendo ad un suo gesto la seguì verso una grande scala di marmo bianco.
L’ufficio anagrafe si trovava sul piano ammezzato. Appena salite le scale sulla sinistra. La porta bianca e alta era chiusa. Giulia bussò; qualcuno dall’interno le rispose di entrare e lei lo fece seguita da Peter. L’ufficio era ingombro di scrivanie, a loro volta ingombre di carte, libri mastri, registri e vario materiale di cancelleria. La donna seduta alla scrivania di destra, la prima accanto alla porta, fece loro cenno di accomodarsi.
“Si? Di cosa avete bisogno?” chiese infine l’impiegata. Una donna bionda un po’ sovrappeso.
“Mi servirebbe un certificato di residenza.” Rispose Giulia sorridendo.
“Le serve per la scuola?” Chiese l’altra alzandosi dalla scrivania.
“Si” rispose Giulia felice dell’imbeccata “proprio così!”
“E il suo nome è?”
“Lattanti, Giulia Estonia.” Alla pronuncia del secondo nome Peter si volse a guardarla stupito. La ragazza lo guardò di rimando e liquidò l’espressione interrogativa e un po’ divertita dell’amico con un alzata di spalle.
La donna che apparve molto più corpulenta di quanto non fosse sembrata da seduta, si mosse però leggera tra le scrivanie – e dovette scansarne tre prima di arrivare agli archivi- si avvicinò al quarto scaffale da sinistra e con il dito indice passò in rassegna le lettere dell’alfabeto. Una volta trovata la lettera L aprì il cassetto e sfogliò alcune cartelle fino ad estrarne una. “Eccoti qui!” Esclamò soddisfatta. Aprì la cartella giallo senape e di nuovo prese a scorrere la pagina con l’indice:
“Latta… Lattani…Lattante…lattanti! Scaffale 365 b 41” Con aria soddisfatta ripose la cartella e sparì in una stanza attigua chiudendosi alle spalle una porta con inserti di vetro smerigliato sulla parte alta dei battenti.
La ragazza si voltò a guardare Peter e tenendo la testa bassa gli rivolse una domanda a voce bassa: “hai da scrivere?”
“No. Dovrei ricordarmelo però: scaffale 365 come i giorni dell’anno B come balena e 41 come il mio numero di scarpe. La balena nuota 365 giorni all’anno nella mia scarpa. Come quando andavo a scuola!”
“Sei un genio! Credi che la chiudano a chiave?”
“Penso di si. Anche se vorrei non fosse così!”
L’impiegata nel suo vestito a fiori blu e bianchi riemerse dall’archivio stringendo al petto una nuova cartella, questa volta color verde fòrmica.
“Eccoci qua, signorina Lattanti. Abita sempre in via baraveneri? ”
“si. Sempre lì”
La donna di rimise a sedere alla sua scrivania e poggiati i documenti sul piano di lavoro, estrasse un foglio di carta intestata e prese a compilarlo, con una grafia minuta e regolare. Quando ebbe finito di scrivere appose un timbro circolare sulla sua firma e porse il documento alla ragazza.
“Fanno sei eurolire e cinquanta.”
Giulia tirò fuori una banconota e qualche moneta dalla tasca dei pantaloni e porse il denaro all’impiegata che lo prese e lo mise in una cassettina rossa di metallo.
“cavolo! Sei eurolire e cinquanta per un foglio di carta e un timbro!” Sbottò Giulia uscendo all’aria aperta.
“già, un furto! Pensala così: hai sacrificato le tue eurolire per qualcosa di grande.”
La ragazza pensò che non era poi così consolante quel pensiero ma cercò comunque di riporlo in angolino della sua mente così come ripose il certificato nella tasca interna del cappotto pied-de-poule.
“a che ora incontriamo Luca e le altre?” domandò quindi al ragazzo
“alle quattro di questo pomeriggio. Ora che fai?”
“Sono le dieci e quaranta. Ho sentito parlare della Volta della Memoria, avrei voglia di visitarla mi accompagni?”
Giulia sorrise “l’ho visitata parecchie volte. Mio nonno mi ci portava quasi tutti i giorni quando ero bambina. Ma ora è già un po’ che non ci vado. Dai seguimi! Ti porto a fare un tuffo nella storia della nostra bella città!”
Il sole splendeva ancora nel cielo, sebbene minacciato dalle nuvole che pian piano andavano muovendosi verso i monti. L’aria era fredda e secca e faceva arrossare le guance e screpolare le labbra. I due ragazzi camminavano svelti l’uno accanto all’altra, in silenzio. Giulia non metteva piede alla Volta dalla morte del nonno, avvenuta sei anni prima. Non sapeva come avrebbe reagito, magari sarebbe scoppiata a piangere o magari a ridere, non ne aveva idea. In quel momento, camminando accanto al nuovo amico, con il cuore agitato per la straordinaria avventura che stavano vivendo, si rese conto che non le sarebbe importato.
La volta della Memoria si trovava dentro il palazzo del tribunale. Vi si accedeva attraversando un lungo corridoio circolare che correva sotto la costruzione principale. Il corridoio era ampio, con il pavimento di marmo bianco e le pareti dipinte di un delicato color crema. Ad ogni metro erano state ricavate delle nicchie nelle pareti, nicchie che ospitavano i busti di personaggi vissuti a Strise e morti per proteggerla durante la venuta della grande Onda così come alcuni la chiamavano.
Gli occhi delle statue parevano seguirli con aria severa lungo tutto il percorso. Peter si sentì leggermente a disagio; Giulia, dal canto suo, si sentì a casa.
Finalmente arrivarono ad una grande porta di girevole con vetri spessi e lunghe maniglie d’ottone che correvano in orizzontale a metà di ogni battente. Da dietro i vetri Peter poteva scorgere una luce soffusa tinta di giallo ed alcune immagini appese alle pareti. Giulia spinse la porta infilandosi nella sala e Peter la seguì. Gli occhi del ragazzo si illuminarono, il soffitto o Volta come sarebbe stato più consono chiamarlo era completamente affrescato. Il ragazzo poté scorgere stralci di paesaggi, volti affannati e braccia che parevano muoversi davvero. Al centro soffitto un Tondo riprendeva un onda gigantesca che correva verso la cittadina, risucchiando alla sua base uomini, animali e tutto quanto si trovasse sulla sua strada. Rimase con il naso all’insù per parecchio finché Giulia non lo prese per mano e lo condusse davanti alla targa all’ingresso che recava le seguenti parole:

il mare d’argento andava increspandosi sotto il cielo metallico, partorendo piccole onde schiumose, che divenivano più grandi ad ogni soffio finché il mare tutto non formò una sola onda, grigia sotto il cielo plumbeo e, quando quest’abominio d’acqua arrivò all’abside della chiesa si seppe che Strise non era più. Ed ora giace nel buio liquido e con lei i nostri ricordi e le nostre risa”. Gianni Mitrale,scrittore e sopravvissuto.

Peter deglutì immaginando quale spaventosa sensazione potesse generare in un essere umano la vista di un’onda di quelle proporzioni. L’impotenza di quanti ebbero la peggio ed annegarono travolti insieme ai loro pensieri angosciati, magari rivolti ai figli o agli amanti. Che strazio doveva essere stato per quelli che erano rimasti e per coloro che avrebbero preferito non esserci più.
“la mia città fu colpita da un terremoto devastante nel 2026. Tutto è stato ricostruito. Quello che la mia gente conosceva non esiste più. E’ triste sentir parlare e leggere di meraviglie ormai perdute. Sapere che non le vedremo mai più se non nelle illustrazioni di un qualche libro d’arte o di storia.”
“Già. Vieni ti mostro le fotografie. Sono bellissime. Mio nonno piangeva sempre davanti ad una in particolare.”
Camminando di fianco alla ragazza, Peter, poté vedere le immagini della città com’era prima della catastrofe. osservò Villa Martini in una giornata estiva, invasa dalle risa dei bambini e dagli sguardi attenti delle loro madri, lo scodinzolio allegro dei cani e la vegetazione verde vivo che pareva voler uscire dalla stampa; e ancora si lasciò conquistare dal cielo viola illuminato da un lampo sopra un grande scorcio di Strise in una foto presa dal sagrato del santuario del monte Mozzo. All’improvviso Giulia si fermò, Peter percepì un lieve tremito delle sue labbra.
“Questa era la preferita di mio nonno.” Disse in un sussurro.
Il ragazzo si trovò di fronte un’immagine identica per dimensioni alle altre. Ma, non sapeva spiegarsi in che modo, forse i colori o l’inquadratura, qualcosa la rendeva speciale. In qualche modo capiva perché fosse l’immagine preferita di qualcuno.
Era una foto di via Strise, scattata dall’imboccatura di Piazza Parosio, in una giornata d’inverno, con le luminarie per il Natale accese e centinaia di teste brulicanti sotto il crepuscolo vermiglio. La folla pareva muoversi e le luminarie brillare di luce propria. Era una foto fantastica.
“E’ tutto sott’acqua” disse Giulia all’improvviso “E si può visitare con poche eurolire”
Peter sgranando gli occhi rispose “si può visitare la via via prinicipale di Strise che ora si trova sott’acqua? E come?”
“mai sentito parlare dei batiscafi?”
“Certo ma non ho mai sentito parlare di batiscafi che portano turisti a visitare una città sommersa! Ho sentito della possibilità di vedere da un’imbarcazione una città poco sotto il livello del mare. Io ho visitato il Titanic a bordo di un batiscafo, ma è diverso! E comunque si tratta di resti archeologici.”
“sta calmo, non ti agitare. E’ stata una trovata del comune per attirare i visitatori. Sfruttano una cosa orrenda per crearne di bellissime”
“forse hai ragione. Scusa, è che a volte mi lascio trasportare. Una visita alla città liquida potrebbe essere il titolo del prossimo racconto che scriverò!”
“Tu scrivi?”
“si. Per un paio di riviste di Boston. Non divento ricco ma almeno faccio quello che mi piace”
“forte…” la frase fu interrotta dal mugugno del suo stomaco.
“Credo sia arrivato il momento di andare a pranzo” propose lui e aggiunse “mi accompagni?”
“Come no! Conosco un posticino…”
I ragazzi uscirono dall’edificio. Con gli stomaci intenti ad ingaggiare un dibattito a suon di borbottii camminarono lasciandosi alle spalle l’imponente palazzo del tribunale. Salendo lungo l’imponente facciata bianca, saltando con lo sguardo di piano in piano e di finestra in finestra si sarebbe potuto notare che ad una delle finestre del quinto piano qualcuno osservava la strada,e a guardarlo meglio, potendosi avvicinare un po’, si sarebbe potuto notare che guardava loro.