giovedì 9 settembre 2010

l'isola dell'imbalsamatore di cani

Capitolo 1

L’incontro del mercoledì.


Il cielo era soffice e bronzeo scaldato dall’ultimo alito di sole poco prima del vespro. Da est giungevano orde di nubi scure e minacciose e un vento color grafite si alzò innanzi a esse e, aprendo loro la strada, spazzò i tetti delle case, facendo volar via cartacce e pensieri. Soffiò tra i rami con chiome autunnali che nell’ultimo guizzo di vita del giorno si accesero come infuocate, appena mosse dal vento. Era la pioggia che ci si aspettava a quel punto e la pioggia fu, d’un tratto, come venuta dal nulla, come trasportata per lunghi percorsi da invisibili armate cineree che solo alla fine si decisero a lasciarla cadere, accompagnando il proprio passaggio ad un potente frastuono che diede inizio al temporale. Un temporale di mercoledì sera è solitamente benaccetto, tazze fumanti di brodo davanti alle tv, e dopo sui divani, magari al buio, ad ascoltare la notte che prende vita oltre i vetri delle finestre, fuori delle case. Mentre spettri di luce al neon invadono i salotti e ci avvertono che in fondo non gli si può sfuggire.
La via principale era deserta, grigia e lucida di pioggia. Il buio ormai padrone ammansito solo dalle luci fioche dei lampioni disposti ai due lati della strada, come tante sentinelle inermi, a guardia della notte e dei suoi segreti. Un solo ombrello poteva scorgersi dall’alto, mentre chi lo reggeva passava veloce da una parte all’altra del marciapiede per evitare le piccole pozzanghere prima di infilarsi in un vicolo. La viuzza era stretta, e male illuminata da un vecchio lume d’annata la cui luce languiva sotto la pioggia battente diventando sempre più fioca. Camminando a passo svelto il passante sotto l’ombrello raggiunse l’ingresso del nuovo comprensorio. Poco più avanti qualcuno lo aspettava sfregandosi le mani illividite dal freddo e stringendosi in un pesante giaccone. I due si diedero la mano. Uno era Peter, veniva dagli Stati Uniti dove viveva con la madre. Aveva 25 anni e stava per laurearsi in medicina. L’altro era Luca, suo coetaneo e viveva a Sestri dalla nascita. Aveva affittato un appartamento nella zona ovest della cittadina e viveva scrivendo brevi racconti per vari periodici.
Dal posto in cui si erano incontrati dovevano ancora camminare per una decina di minuti prima di arrivare a destinazione. Dividendosi l’ombrello e il freddo umido proseguirono a passo svelto verso il lato nord della cittadina. S’infilarono in un paio di viuzze strette per poi arrivare finalmente al grande viale che saliva per quasi due chilometri, con una pendenza del trenta per cento, e conduceva al locale: CHIUSO IL MERCOLEDI’.
“E’ qui che ci incontriamo per le nostre serate letterarie!” Esordì Luca.
“carina l’insegna!” Dissse Peter riferendosi ad una piccola targhetta di marmo bianco recante la dicitura: CHIUSO IL MERCOLEDI’
“Questo è il nome del locale. Originale.”
“Irene è una ragazza come dire…Speciale!” Spiegò Luca sorridendo. Si avvicinarono alla porta d’ingresso, una piccola porta di legno massiccio con un batacchio a forma di pipistrello, che si trovava proprio sotto una finestrella quadrata e chiusa da una grata.
Luca tirò su il batacchio afferrando l’ala destra del pipistrello di bronzo scuro e picchiò due volte. Qualcuno aprì la porta. Era una biondina sui venticinque.
“Finalmente sei arrivato!” Esclamò.
“Che succede?” Lo sguardo del ragazzo sorpassò le spalle della biondina e fece un giro di ricognizione sui visi di altre tre persone. Tutte parevano essere affrante dalla stessa agitazione.
“Giulia che succede?”
“Vieni a sederti”. Lo pregò un’altra ragazza castana, forse più vecchia di qualche anno degli altri.
Luca seguì l’invito e solo allora ricordò di aver portato con sé l’amico.
“Ah, scusate. Questo è Peter, un mio amico americano. Loro sono: Giulia, Azzurra e Irene ”.
Peter abbozzò un sorriso e accolse il Ciao generale delle ragazze.
La caffetteria era ideata in modo da ricordare molto una libreria più che un bar. Lunghe scansie d’ebano coprivano la parete di fronte all’ingresso e quella di sinistra. La parete di destra era, invece, occupata, dal bancone coperto di marmo nero, aldilà del quale si trovava una magnifica macchina da caffè Cimbali, sicuramente realizzata non dopo il millenovecentonovanta. Dietro la macchina un lungo specchio, con gli angoli decorati da fiori bianchi ricavati dal vetro stesso e, sopra il bancone, uno scaffale sospeso sui cui si trovavano diverse bottiglie di liquore.
Peter non aveva mai visto un locale così. Tanta era la sua meraviglia che neanche si era reso conto della concitazione di alcune frasi che venivano pronunciate intorno a lui. Si riscosse solo quando, sentì tintinnare la campanella sopra la porta.
Un ragazzo ossuto con la faccia foruncolosa e folti capelli rossi infilò la testa nel locale.
“Scusa, torna indietro di qualche passo e leggi l’insegna.” Gli disse la ragazza bruna che era anche la proprietaria del locale e che, a quanto aveva capito Peter doveva chiamarsi Irene. Quando il ragazzo rimise la faccia tra tra lo stipite e la porta gli domandò : “Che hai letto?”
“Chiuso il mercoledì”
“E oggi é…”
“Mercoledì.” Rispose il ragazzo timidamente.
“Quindi…”
Il giovane ritirò la testa e chiuse la porta.
“ho dimenticato di mettere il fermo.” Si scusò Luca.
“Non importa, il problema ora è capire cos’è successo”. Ribatté Irene seria.
Giulia stringeva al petto qualcosa. Fissò Luca, poi lasciò vagare il suo sguardo sugli altri. Ad un tratto staccò le mani dal petto e le protese verso il ragazzo mostrandogli finalmente quello che custodiva.
Era un libro con la copertina sbiadita che un tempo doveva essere stata rossa, con gli angoli foderati di seta ormai sdrucita. Sul dorso rovinato campeggiava, a malapena visibile, una scritta dorata. Luca strizzò gli occhi e mise a fuoco le parole: L’ISOLA DELL’IMBALSAMATORE DI CANI. KEZIARICA DETTORI.
“Non è possibile!” Esclamò Luca indietreggiando.
“Che cos’è? Lo riconosci?” Domandò Giulia trepidante.
“No. Riconosco il nome dell’autore, però. Era mia nonna!”
“Tua nonna? Tua nonna scriveva e tu non ce ne hai mai parlato?In un club di lettura?” La voce di Azzurra arrivò stridula alle orecchie degli altri.
“Non avevo la più pallida idea che scrivesse. Prima parlavi di capire cos’è successo…”
“A Tiziano.” Lo precedette Giulia. Lo sguardo di Luca si posò su di lei, poi sugli altri in cerca di risposte.
“A Tiziano? Che vuoi dire? Dov’è?”
Peter osservava la scena in disparte. I volti dei ragazzi illuminati dalle candele profumate, tutt’intorno a loro, e dall’unica lampada a corrente elettrica accesa di fianco al bancone del bar, li faceva assomigliare a personaggi di un dipinto.
“Ha lasciato il libro insieme a questo, credo nel pomeriggio. Il ragazzo dei giornali non ha visto nulla alle cinque, deve averlo lasciato prima del mio arrivo” Giulia gli porse un biglietto ripiegato in quattro, con gli angoli bagnati di pioggia, pioggia che, fortunatamente aveva sbiadito solo alcune parole alle estremità del foglio.
Ho trovato un passaggio per l’isola. Il custode mi è parso una brava persona. Vado a vedere quel che c’è di vero nella storia del libro. se non mi vedrete tornare entro domattina, venite a cercarmi.
Luca finì di leggere e alzò gli occhi sugli altri con aria interrogativa.
“ma che diavolo vuol dire? Ha trovato un passaggio per l’isola? Quale Isola?”
“Quest’isola!” Rispose Azzurra puntando l’indice sul libro che il ragazzo teneva ancora sottobraccio.
“Lo avete letto?” Chiese allora lui.
“Solo l’introduzione, che poi è un epitaffio.” Rispose Irene.
“Allora cos’aspettiamo, è la serata della lettura. Allora leggiamo!”
Il ragazzo aprì il volume, tenendolo sul palmo della mano sinistra, dopo un paio di pagine vuote e ingiallite dal tempo si trovò di fronte l’epitaffio di cui parlava Giulia.
Lesse ad alta voce:


Sale dalla spiaggia martoriata
Il pianto gutturale e salmastro
Che s’insinua nella chioma
Del solitario pino
Che se ne sta chino sullo strapiombo
E piange aghi anziché lacrime
Ai piedi delle querce centenarie
Che dalla mia finestra
Io vedo ogni mattino.
E ascolto i loro fiati
Echeggiare nelle stanze della mia casa nera
E subito ritorna il pianto gutturale della sera
Eppure conoscendone la sorte
so che dalle loro bocche scure
Non esce che l’odore nero della morte.


“Fa venire i brividi” Sussurrò Azzurra stringendosi nelle spalle.
“Credete che Tiziano abbia davvero trovato quest’isola?” Domandò dopo aver finito di leggere.
“Non lo so”. Ribatté Irene
“Che facciamo?” Chiese allora Giulia torcendosi le mani.
Azzurra non disse nulla limitandosi a scuotere il capo.
“Io un’idea ce l’avrei”. Disse Peter in un Italiano non troppo stentato.
Tutti volsero lo sguardo verso di lui come se solo allora si fossero accorti della sua presenza poi lo esortarono a continuare.
“Leggiamo il libro e se domattina il vostro amico non sarà tornato andremo a cercarlo”.
“E sia!” decretò Luca e così dicendo s’incamminò verso il piano rialzato e con calma andò a sedersi al tavolo più grande. Gli altri gli si fecero intorno e lo imitarono.
Il ragazzo aprì il libro e cominciò a leggere.
Quella sera ognuno di loro andava incontro al proprio destino attraverso le pagine spesse di un vecchio libro. Le pagine ingiallite voltarono sotto le dita intrepide del giovane lettore. Finalmente una pagina macchiata d’inchiostro apparve sotto gli occhi di Luca. Il ragazzo diede uno sguardo d’insieme a quanto scritto, raccolse alcune parole, che presto divennero frasi e gli parve di riconoscerle in qualche modo, anche se non aveva mai visto quel libro prima d’allora. Gli altri intanto rimasero in silenzio qualche istante, guardandosi l’un l’altro e interrogandosi con lo sguardo. Azzurra diede una scrollata alla spalla dell’amico e gli disse: “Che fai, gira le pagine qui non c’è scritto niente!”

3 commenti:

Ila S. ha detto...

Ciao, come promesso eccomi qua. Il tuo racconto mi entusiasma tantissimo e non vedo l'ora di finirlo. Ora vado al secondo capitolo.
Ciao e grazie!, Ila S.

Ila S. ha detto...

Ma.... il secondo capitolo dov'è???? :-((( non puoi lasciarmi con l'amaro in bocca.... finiscilo!!!! :-)

keziarica ha detto...

ECCOTI ACCONTENTATA...