giovedì 30 dicembre 2010

solo un istante

compro un attimo del vostro tempo un vostro batter di ciglio un palpito del vostro cuore posso pagare, pagare con il mio dolore ascoltatemi un istante un istante solamente ascoltatemi vi prego ho bisogno di comprare... comprare il vostro tempo perché il mio non basta più voglio ancora un istante per poter pensare a lei per poter ricordare com'era la sua voce, il suo profumo il suo amore incondizionato. Non mi basta il tempo, non mi bastano le ore per pensarla e ricordarla ma si, non vendetemi nulla accartocciate il mio sguardo nell'oblio e passate oltre gettandolo via come fosse niente. Aspettate, vi offro la mia vita, per un altro istante... perchè ho bisogno di pensarla e di ricordarla perché lei lei era mia madre. Non basta una vita per dirle grazie per quel che è stata non bastano le lacrime per piangerla non basta l'aria per chiamarla. grazie signori, per avermi venduto questi istanti, ve ne sono grata perché ho potuto pronunciare ancora la parola che più amo al mondo: MAMMA!

martedì 28 dicembre 2010

terzo capitolo

secondo mistero

La sveglia era puntata sulle sette ma Luca era già sveglio da parecchi minuti.
Il sole stava sorgendo e una luce fioca filtrava tra le imposte, soffocata dalle tende dorate e da un banco di nubi basse e
La sveglia trillò. Luca fece per spegnerla, girandosi su se stesso, quando notò un tramestio dietro la porta di casa. Gettò un’occhiata a Peter che dormiva beato sul divano e poi di nuovo rivolse lo sguardo alla porta. Sul pavimento notò un busta bianca, di piccole dimensioni. Con un balzo scattò in piedi, lo fece tanto velocemente che dovette fermarsi per un leggero capogiro. Si precipitò verso la porta e prese la busta tra le mani. Era candida. Aprì la porta di scatto, gettandosi con i soli boxer nel corridoio condominiale. Deserto. Solo un leggero fischio proveniente da un qualche spiffero lontano, che lasciava entrare aria fredda. Rabbrividendo fece per ritornare verso il suo appartamento quando la porta di fronte alla sua si aprì e la testa bianca della signora Cerruti fece capolino.
“Salve!” La salutò Luca.
La vecchia signora rimase guardarlo impassibile, solo dopo qualche istante si rese conto di essere in mutande. “Mi perdoni” disse lui arrossendo “E’ che qualcuno trafficava dietro la porta di casa e sono uscito a vedere chi fosse”. Il viso impassibile della donna cambiò espressione quando, dall’appartamento uscì Peter, anch’egli in mutande “Che succede?” Chiese Peter grattandosi il mento. La anziana signora tirò indietro il viso e chiuse la porta con quanta più forza poté, quasi che il suo sdegno potesse misurarsi dall’escalation di decibel prodotti da una porta che sbatte contro lo stipite. Luca si voltò a guardare l’amico. “Oh Dio! Ma che fai? Potevi almeno metterti le braghe!”
“E tu allora? Ti sembra di essere vestito di tutto punto?”
“Io non ho avuto il tempo di vestirmi, ho dovuto agire in fretta, tu…ora penserà chissà cosa.”
“Chi?”
“la singora Cerruti.”
“E chi è la signora Cerruti?”
La mia dirimpettaia, la donna che ti appena visto in mutande uscire dal mio appartamento…”
“Ma perché stiamo qui a discutere di vecchie vicine e di mutande. Perché sei qui fuori?”
All’improvviso a Luca tornò in mente la busta che teneva tra le mani. La tirò su e la mostrò all’amico ed esclamò: “ per questa!”
“Cos’è?”
“Una busta”
“questo lo vedo, ma cosa contiene? E aprila! Mi fai venire l’ansia!”
Luca aprì la busta e tirò fuori una cartolina rettangolare.
“fa vedere!” Sbottò Peter, strappandola dalle mani dell’amico e lesse:
non uno solo .
“Non uno solo. E che vorrebbe dire?”
“Guarda sul retro!”
Peter guardò e vide lo schizzo artistico di quella che sembrava un’isola su sfondo bianco.
“lascia che guardi io!” Fece Luca riprendendosi la cartolina.
“E’ un’isola! E’ l’isola!”
I due si precipitarono dentro l’appartamento. S’infilarono i pantaloni e magliette stropicciate recuperandole dal pavimento. Per un istante si guardarono raccattare da terra i loro indumenti, “non hai tentato di baciarmi o peggio ieri sera vero?” disse Luca con un ghigno. “Sei impazzito. Lo sai che sono innamorato della tua vicina, non potrei neanche pensare di tradirla.”
Luca rimase in silenzio un istante poi riprese: “La tua innamorata passa metà delle sue giornate a controllare quel che succede sul pianerottolo, guardando dallo spioncino. Potrebbe aver visto chi ha lasciato la busta.”
“Credi che aprirà la porta dopo avermi visto in mutande?”
“Ho paura che abbia chiamato la polizia! Però un tentativo io lo farei.”
Qualche minuto dopo, vestiti e impettiti bussarono alla porta della signora Cerruti. Luca fece un passo avanti, lasciando in secondo piano l’amico alla vista della donna che li stava osservando dallo spioncino. Dopo essersi profuso in scuse profonde per circa dieci minuti, Luca, ottenne quel che voleva. La porta si aprì e in naso affilato di lei fece capolino come il muso di un topo che annusa l’aria prima si sgattaiolare fuori della tana.
“Luca!” Lo apostrofò “non avrei mai pensato di avere come vicino un personaggio tanto ambiguo e irriverente! Farti trovare in mutande davanti ad una povera donna, che potrebbe essere tua madre e con il tuo… fidanzato!”
“No, signora Cerruti, lui non è il mio fidanzato. E’ solo un amico venuto dall’America a trovarmi. Siamo stati svegliati da qualcuno che infilato una busta sotto la porta del mio appartamento. Ha fatto molto rumore, forse lo ha sentito anche lei.”
La donna rimase a fissarlo per qualche istante e il suo viso affilato e gli occhi piccoli e tondi non fecero che rafforzare nel ragazzo la convinzione che, davvero, assomigliasse a un topo. Strano, non ci aveva mai fatto caso.
“Non che passi la giornata a guardare fuori dallo spioncino” fece lei strappandolo alle sue considerazioni, “però, in effetti, c’è stato un rumore che mi ha spinto a guardar fuori. Ho visto un uomo chinarsi davanti alla tua porta”.
“Davvero?” Chiese lui fingendo grande stupore “e chi era?”
“Non l’ho visto in volto. Ma era molto alto e con spalle larghe. Indossava un impermeabile scuro…”
“Si, e aveva in mano la falce!” Ironizzò Peter dietro le spalle dell’amico.
“Sshht! Sta zitto!” Ringhiò Luca e poi rivolgendosi nuovamente alla signora Cerruti con un sorriso d’incoraggiamento: “vada avanti signora, ha visto altro?”
“Portava una specie di cappello floscio. Di quelli che si usano quando piove. Nero credo come l’impermeabile!”
“Beh, anche la morte si bagna!” Sibilò Peter quasi divertito.
“Credo di non aver altro da aggiungere e ho molto lavoro da fare. Arrivederci!” Concluse la donna chiudendo la porta.
“Non riesci proprio a tenerla chiusa la bocca, eh?”
“Andiamo Luca, stava dicendo un sacco di cazzate. Qualcuno è venuto a lasciare un busta sotto la porta di casa tua e guarda caso chi era? La morte vestita da uomo nero! Andiamo, non vorrai credere davvero a quella donna!”
“La signora Cerruti conosce le mie fidanzate meglio di mia madre. Potrebbe fare un resoconto completo delle entrate e le uscite mie da casa degli ultimi sei anni, nemmeno una badggiatrice sarebbe così precisa. Osserva ogni cosa, Peter, ogni giorno. Quindi si, le credo!”

venerdì 17 dicembre 2010

secondo capitolo

PRIMO MISTERO

Luca si voltò verso la ragazza con un ghigno beffardo. “Smettetela di fare gli stupidi adesso comincio.” Ma gli sguardi dei presenti non smisero d’interrogarlo. “Non è proprio il momento, Luca. Gira quelle pagine e comincia a leggere questo dannato libro!” La voce di Irene si era fatta acuta e impaziente, Luca proprio non capiva, non gli sembrava uno scherzo, no. Ma allora che diavolo stava succedendo?
“Davvero non lo vedete?” Domandò allora sentendosi il centro assoluto dell’universo.
I ragazzi si guardarono ancora l’un l’altro immaginando uno scherzo.
“vedete Cosa? Cosa c’è da vedere? Io riesco a vedere solo la pagina gialla di un vecchio libro che puzza di muffa. Di che diavolo parli Luca?” Sbottò Azzurra.
“Io posso vedere parole stampate che voi non vedete o, magari, non percepite.” Salmodiò Luca.
“Non percepiamo?Oh, mio Dio. Chiamiamo subito la society for psychical research. Oops, sono tutti morti almeno da cinquant’anni. Ma tu, Luca, visti i tuoi poteri non dovresti aver problemi a contattarli” ironizzò Giulia disponendo le mani aperte sul tavolo ad imitare la classica postura delle sedute spiritiche.
“Che spiritosa. Ma sta di fatto che non le percepite. Se io le vedo e voi no.”
“Smettetela di punzecchiarvi.” protestò Irene con piglio deciso “leggi quel che c’è scritto e facciamola finita!”
“Giusto” Rincalzò Peter sorridendo “questo è lo spirito che occorre. Vediamo che c’è scritto, le valutazioni le facciamo dopo.”
Luca guardò l’amico incredulo, non conosceva nessuno dei presenti a parte lui, non aveva mai partecipato alle loro serate eppure pareva essere l’unico vero adepto al club di lettura così come lui lo aveva pensato.
“va bene, va bene. Se siete pronti io comincio”
“siamo pronti da un pezzo”
“Calmati Giulia, sei paonazza.”
“Forse è perché mi stai irritando e comincio ad averne abbastanza dei tuoi modi da principino. Solo perché riesci a percepire quello che c’è scritto, non significa che tu sia un illuminato”
“Riuscite a smetterla di battibeccare? Vorrei sapere che cosa diavolo c’è scritto!”
Esplose Irene afferrando i polsi dei due ragazzi che le sedevano di fianco.
Finalmente Luca cominciò la lettura:

quel che ho da dirti ha dell’incredibile. Non credo di aver nemmeno mai pensato di poterlo raccontare a qualcuno. Ma ormai, per me non ha più importanza. Ricordati solo che, qualsiasi cosa accada, io sono stata lì prima di te, e ne sono uscita. Bene, è da qui che comincia la storia, e per storia intendo la tua e dei tuoi amici.

Luca alzò lo sguardo sugli altri i quali lo guardavano perplessi. L’unico punto luce arrivava dalla fiamma giallognola della grossa candela al centro del tavolo, sulle loro teste il rumoreggiare della pioggia battente sul lucernaio conferiva alla serata un che di sinistro. Irene chiese se fosse davvero sicuro di quanto letto oppure se non stesse giocando a fare il medium dilettante. Luca le chiese di dare un’occhiata al suo braccio. La pelle era talmente spessa da precipitarle il cuore nel petto ansante. Il bagliore di un fulmine infestò il locale, illuminandolo a giorno per un secondo. Qualcosa o qualcuno, se ne stava appoggiato alle scansie. Ma nessuno vide nulla se non i volti terrorizzati dei compagni, immortalati dal flash del baleno.
“va avanti” gli disse lei sottovoce “va avanti.”

Innanzitutto c’ è bisogno di una barca bella grossa. Niente motore, solo i remi. Il rumore potrebbe attirare l’attenzione. Deve essere una serata piovosa. E’ molto importante che

Luca smise di leggere.
“e adesso che c’è?” Chiese Giulia.
Luca scosse il capo. Poi li fissò negli occhi e disse: “non riesco a leggere. Le parole sbiadiscono sotto i miei occhi.”
“Che diavolo vuol dire sbiadiscono?” Sbottò Giulia sempre più inquieta.
“In italiano? Scoloriscono, schiariscono, stingono…” fece Luca strabuzzando gli occhi.
“Ok. Abbiamo capito” lo interruppe Peter “prima di cominciare a leggere, le lettere erano ben visibili?”
“Si” rispose Luca
“allora deve esserci qualcosa che impedisce la lettura del testo.”
“Cosa?”
“non lo so. Ma presumo che si possa scoprire. Tua nonna ti ha lasciato questo messaggio. Per lei dev’essere stato di grande importanza. Solo tu puoi vedere quanto c’è scritto. Se in questo momento non riesci a leggere ci sarà pure un motivo. Tutto sta a capire qual è questo motivo. Punto. E’ inutile star qui a battagliare. Facciamo delle prove. E vediamo che succede. Dal poco che ho capito sono delle istruzioni. Ma per cosa?”
“non ne ho la più pallida idea. Ma presumo si tratti dell’isola.”
“Bene. Forse sono le istruzioni per raggiungerla”
Un altro lampo conquistò il locale, le scansie erano sgombre, la figura intrappolata dal bagliore precedente era scomparsa.Il tuono rumoreggiò potente sulle loro teste.
“Ecco fatto!” Esclamò Irene sorridendo “ora sembra proprio un film dell’orrore in piena regola. Prova a leggere il primo capitolo, quello visibile ai mortali. Scommetto che comincia con era una notte buia e tempestosa…”
Qualcuno rise. Giulia disse che le erano venuti i brividi. Peter che si trattava solo di suggestione. Qualcuno stava giocando con loro. Probabilmente il loro amico scomparso. Luca sostenne che non poteva certo provocare fenomeni come quelli appena occorsi al libro. Già, il libro.
“Torniamo a parlare del libro”. Aggiunse Luca “secondo Peter contiene istruzioni per raggiungere l’isola. Ma di quale isola stiamo parlando?”
“dell’isola che c’è nel libro” rispose Azzurra poggiando un mano sul tomo.
“Appunto. L’isola che c’è nel libro. E’ nel libro non nella realtà!”

“Ma tua nonna ha scritto che si può raggiungere e magari Tiziano l’ha trovata!”
“Si, come no?” Ribatté Irene sardonica.
“Perché no?” S’incapponì Azzurra.
“Hai mai visto un’isola qui intorno? NO! Perché non esiste, ecco perché!”
“Potrebbe non essere più visibile” propose Peter “potrebbe essere sommersa!”
“Potrebbe essere su Marte!” ironizzò ancora Irene.
“Ragazzi, con questo atteggiamento non arriviamo a nulla” mediò Luca guardandoli negli occhi a turno “io dico di continuare a leggere. Magari salta fuori qualcos’altro.”
“Magari” si augurò Giulia annuendo.
Un altro baleno al neon fece irruzione nell’ambiente, saturo di quesiti e di incertezze. A Luca parve di aver visto qualcosa sulle pagine del libro. Sembravano…Macchie. Macchie scure i diversa grandezza. La voce di Irene appena smorzata da un tuono esortò Luca alla lettura. Le macchie svanirono dalla carta e dai suoi pensieri.
Riprese a girare le pagine, facendo attenzione a non farsi sfuggire eventuali altri messaggi invisibili. Nulla.
Il primo capitolo, enumerato con l’uno romano, cominciava così:

Stella non è mai stata puntuale. Anche quando andavamo al liceo, ed io passavo a prenderla sotto casa, mi faceva sempre aspettare almeno un quarto d’ora. Per questo quando non si presentò al nostro appuntamento non ci feci subito molto caso. Il problema nacque quando, dopo più di un’ora, ancora non si faceva viva. Provai a telefonarle. Niente. Pensai che si fosse dimenticata del nostro appuntamento. Le mandai un messaggio e aspettai invano che mi rispondesse.
Il giorno dopo seppi, dalla madre, che non era rientrata. Andammo insieme a fare la denuncia in questura. Fu un agente in divisa, con i capelli biondi e le mani curate a riceverci. Volle sapere chi fossi, la madre di Stella disse che ero come un’altra figlia. Lui si fece cupo in viso e guardandolo negli occhi color nocciola, capii che non aveva nulla di buono da dirci. Avevano trovato la sua borsa, su una panchina della stazione di Sestri ponente. Di lei non c’era traccia. Pensarono che avesse potuto prendere il treno, ignorando il coprifuoco, ma non c’erano treni dopo le 21 e la sua borsa era stata ritrovata alle 6 del mattino, dallo stesso inserviente che la sera prima aveva spazzato i binari e vuotato i cestini. L’uomo, certo Malvasi Enrico, non aveva trovato alcuna borsa, né prima, né dopo.
Quello che il poliziotto stava cercando di lasciarci intendere era che non avevano molte speranze da regalarci. Una ragazza sparita di notte, in un posto come quello, durante il coprifuoco, non poteva aver certo fatto una bella fine. La madre di Stella cominciò ad elucubrare strane ipotesi campate per l’aria, disse che, magari, la figlia era fuggita con qualcuno. Arrivò a raccontarci e, immagino, a raccontarsi di un tale che le faceva la corte. Fare la corte, un termine che non si usava più da così tanto tempo da bastare a sé stesso a risultare incredibile. L’agente disse che non si sarebbe scartata alcuna ipotesi, ci chiese di tornare a casa e di aspettare una sua telefonata. Avrebbe ritenuto un obbligo quanto in suo potere per ritrovare la ragazza. Ragazza non lo era poi tanto, come me del resto. Quando sparì aveva quasi quarant’anni. D’accordo la iper-retro-genesi ma il termine ragazza pareva poco azzeccato. Erano le 18 di un giorno cupo e freddo. Nel giro di un’ora sarebbe cominciato il coprifuoco. Dovevamo tornare a casa e così facemmo. Ripromettendoci di chiamare alla prima notizia utile.

Luca guardò gli altri ragazzi con aria corrucciata. “Coprifuoco?” Chiese e si chiese
“quale coprifuoco?”
“Iper-retro-genesi?” Aggiunse Azzurra.
“Ho letto qualcosa a riguardo, l’iper-retro-genesi era una tecnica di ringiovanimento cellulare o regressione, non mi ricordo…va be’ comunque una tecnica pioneristica messa a punto nei primi anni del secolo, che aprì la strada alla ricerca che portò all’attuale re-genesi cellulare. Cellule nuove, vita nuova”
“Si, per i miliardari!”
“be’ se vincessi un miliardo di eurolire alla lotteria…”
“Volete smetterla! Chi se ne frega della lotteria e delle cellule rigenerate. Di cosa parla mia nonna, quale coprifuoco?”
“Potrebbe essere solo un’invenzione. Ricordati che è di un libro che stiamo parlando” Peter rivolse le ultime sillabe anche agli altri “potrebbe essere solo…”
“Scopriamolo subito!” Proruppe Giulia balzando in piedi “siamo in una sorta di biblioteca, una volta ho letto qualcosa sulla storia di Sestri prima dell’onda. Aspettate” leggera si mosse tra gli scaffali, le mani lunghe ed ossute che scivolavano tra i dorsi consunti dei libri “eccolo” urlò sfilandone uno e tornando verso gli amici.
Sul dorso color vinaccia si leggeva a malapena il titolo STORIA DI SESTRI NELLA PRIMA META’ DEL SECOLO SCORSO.
Giulia prese a sfogliare le pagine alla ricerca di quanto già letto.
“Vai all’indice. Facciamo prima!” La incitò Azzurra.
“Si, hai ragione.” Prese a scorgere l’indice, seguendo ogni voce con il dito. All’improvviso si fermò “eccolo!” quasi urlò tirando su la testolina bionda e puntando gli occhi azzurri su Luca “la riforma giudiziaria tra gli anni venti e trenta. Il coprifuoco. La questione interprovinciale. Pagine 124-158” la carta frusciava tra le dita nervose della ragazza, in quel momento era l’unico rumore che contrastasse quello della pioggia.
“ok trovato. Leggo: data la crescita esponenziale della delinquenza in ambito minorile, si decise un coprifuoco che tenesse a casa i cittadini dalle 18 alle 8.(…) Gli orari lavorativi vennero adeguati alla nuova regola. Chiunque venisse sorpreso a girovagare fuori dell’orario stabilito era passibile di sanzioni o addirittura di incarcerazione.(…) I crimini a sfondo sessuale diminuirono drasticamente, crebbero invece i furti nelle case e gli omicidi.(…) I cittadini insorsero la sera del 24 maggio 2039. Il decreto venne abolito il 30 maggio dello stesso anno, risultando essere la legge di minor vita nella storia legislativa genovese.
“Ecco perché non ne sapevamo nulla. E’ durato talmente poco che non ne è rimasta traccia.”
“Bene, ora sappiamo che cinquant’anni fa esisteva un coprifuoco. Ma questo a che ci serve?” Chiese Irene “dobbiamo trovare il modo di leggere le istruzioni lasciate dalla nonna di Luca. Dobbiamo capire dove diavolo è l’isola”
“sempre che esista” aggiunse Peter
“già, sempre che esista, e dobbiamo trovare Tiziano. Sempre che davvero si debba ritrovarlo” fece rivolgendosi a Peter come a prevedere un nuovo suo intervento.
“Be’ magari non ci serve per trovare l’isola. Ma il fatto di aver trovato traccia del coprifuoco ci dice che quella Stella, l’amica di mia nonna”
“presunta amica” puntualizzò ancora Irene
“d’accordo presunta amica, di mia nonna, questa lettura ci dice che quella donna è sparita davvero e che fine ha fatto nessuno lo sa. Ora quel che mi preme sapere e che mi spaventa allo stesso tempo è sapere che fine ha fatto Tiziano.”
“Pensi che le due cose siano collegate?” Domandò Peter fissando la fiamma della candela anziché l’amico.
“Perché no? In fondo tutto avrebbe un senso in qualche modo: il libro di mia nonna che appare magicamente. I suoi messaggi visibili solo a me, il libro di storia che parla del coprifuoco, la sparizione del nostro amico che, guarda caso, avviene proprio in concomitanza con il recapito del libro che tratta di quest’isola misteriosa”
“Non vorrei deluderti o affossare le tue teorie avventurose ma ti ricordo che il nostro amichetto Tiziano ama fare scherzi di questo tipo” lo redarguì Irene
“è vero, ma questa volta sento che non si tratta di uno scherzo!” Un fulmine al neon si abbatté sulle loro teste subito seguito dal fragore del tuono, i ragazzi trasalirono.
“Credo che fu in una notte come questa che Mary Shelley diede vita al mostro di Frankenstein!” Cercò di sdrammatizzare Giulia.
Nessuno rise.
La notte aveva ormai preso il sopravvento. Erano circa le due quando Luca sbadigliando, confessò di non poterne più. Aveva bisogno di dormire, e anche gli altri.
“Domani, cercheremo di capire cos’è successo a Tiziano. Porto il libro con me, se per voi va bene, cercherò di dargli una letta veloce.”
Gli altri annuirono. Irene soffiò sulla candela al centro del tavolo. Un alito odoroso di fumo biancastro si allungò verso Azzurra che ne aspirò l’odore intenso.
Quando Irene spense le luci, pensando all’amico scomparso, gli altri stavano camminando in fila indiana con la testa china lungo il viale. L’aria fredda e umida le investì il volto facendola rabbrividire.
Luca entrò nel suo appartamento seguito da Peter, gettò il giaccone su una poltrona e si diresse verso la sua stanza da letto dicendo all’amico:
“Il divano è comodissimo, Pit. Scusa se non ti rimbocco le coperte!”
“non preoccuparti mammina, andrà benissimo. Le coperte, che per altro non vedo, me le rimbocco da solo!”
“Bravo bambino. Notte.”
“Buona notte.”
Luca s’infilò nel letto e lasciò che le lenzuola candide frusciassero contro la sua pelle. Erano fresche e profumavano di bucato. Si stese su un fianco e aprì il libro di sua nonna deciso a leggerne almeno qualche pagina.

giovedì 9 settembre 2010

l'isola dell'imbalsamatore di cani

Capitolo 1

L’incontro del mercoledì.


Il cielo era soffice e bronzeo scaldato dall’ultimo alito di sole poco prima del vespro. Da est giungevano orde di nubi scure e minacciose e un vento color grafite si alzò innanzi a esse e, aprendo loro la strada, spazzò i tetti delle case, facendo volar via cartacce e pensieri. Soffiò tra i rami con chiome autunnali che nell’ultimo guizzo di vita del giorno si accesero come infuocate, appena mosse dal vento. Era la pioggia che ci si aspettava a quel punto e la pioggia fu, d’un tratto, come venuta dal nulla, come trasportata per lunghi percorsi da invisibili armate cineree che solo alla fine si decisero a lasciarla cadere, accompagnando il proprio passaggio ad un potente frastuono che diede inizio al temporale. Un temporale di mercoledì sera è solitamente benaccetto, tazze fumanti di brodo davanti alle tv, e dopo sui divani, magari al buio, ad ascoltare la notte che prende vita oltre i vetri delle finestre, fuori delle case. Mentre spettri di luce al neon invadono i salotti e ci avvertono che in fondo non gli si può sfuggire.
La via principale era deserta, grigia e lucida di pioggia. Il buio ormai padrone ammansito solo dalle luci fioche dei lampioni disposti ai due lati della strada, come tante sentinelle inermi, a guardia della notte e dei suoi segreti. Un solo ombrello poteva scorgersi dall’alto, mentre chi lo reggeva passava veloce da una parte all’altra del marciapiede per evitare le piccole pozzanghere prima di infilarsi in un vicolo. La viuzza era stretta, e male illuminata da un vecchio lume d’annata la cui luce languiva sotto la pioggia battente diventando sempre più fioca. Camminando a passo svelto il passante sotto l’ombrello raggiunse l’ingresso del nuovo comprensorio. Poco più avanti qualcuno lo aspettava sfregandosi le mani illividite dal freddo e stringendosi in un pesante giaccone. I due si diedero la mano. Uno era Peter, veniva dagli Stati Uniti dove viveva con la madre. Aveva 25 anni e stava per laurearsi in medicina. L’altro era Luca, suo coetaneo e viveva a Sestri dalla nascita. Aveva affittato un appartamento nella zona ovest della cittadina e viveva scrivendo brevi racconti per vari periodici.
Dal posto in cui si erano incontrati dovevano ancora camminare per una decina di minuti prima di arrivare a destinazione. Dividendosi l’ombrello e il freddo umido proseguirono a passo svelto verso il lato nord della cittadina. S’infilarono in un paio di viuzze strette per poi arrivare finalmente al grande viale che saliva per quasi due chilometri, con una pendenza del trenta per cento, e conduceva al locale: CHIUSO IL MERCOLEDI’.
“E’ qui che ci incontriamo per le nostre serate letterarie!” Esordì Luca.
“carina l’insegna!” Dissse Peter riferendosi ad una piccola targhetta di marmo bianco recante la dicitura: CHIUSO IL MERCOLEDI’
“Questo è il nome del locale. Originale.”
“Irene è una ragazza come dire…Speciale!” Spiegò Luca sorridendo. Si avvicinarono alla porta d’ingresso, una piccola porta di legno massiccio con un batacchio a forma di pipistrello, che si trovava proprio sotto una finestrella quadrata e chiusa da una grata.
Luca tirò su il batacchio afferrando l’ala destra del pipistrello di bronzo scuro e picchiò due volte. Qualcuno aprì la porta. Era una biondina sui venticinque.
“Finalmente sei arrivato!” Esclamò.
“Che succede?” Lo sguardo del ragazzo sorpassò le spalle della biondina e fece un giro di ricognizione sui visi di altre tre persone. Tutte parevano essere affrante dalla stessa agitazione.
“Giulia che succede?”
“Vieni a sederti”. Lo pregò un’altra ragazza castana, forse più vecchia di qualche anno degli altri.
Luca seguì l’invito e solo allora ricordò di aver portato con sé l’amico.
“Ah, scusate. Questo è Peter, un mio amico americano. Loro sono: Giulia, Azzurra e Irene ”.
Peter abbozzò un sorriso e accolse il Ciao generale delle ragazze.
La caffetteria era ideata in modo da ricordare molto una libreria più che un bar. Lunghe scansie d’ebano coprivano la parete di fronte all’ingresso e quella di sinistra. La parete di destra era, invece, occupata, dal bancone coperto di marmo nero, aldilà del quale si trovava una magnifica macchina da caffè Cimbali, sicuramente realizzata non dopo il millenovecentonovanta. Dietro la macchina un lungo specchio, con gli angoli decorati da fiori bianchi ricavati dal vetro stesso e, sopra il bancone, uno scaffale sospeso sui cui si trovavano diverse bottiglie di liquore.
Peter non aveva mai visto un locale così. Tanta era la sua meraviglia che neanche si era reso conto della concitazione di alcune frasi che venivano pronunciate intorno a lui. Si riscosse solo quando, sentì tintinnare la campanella sopra la porta.
Un ragazzo ossuto con la faccia foruncolosa e folti capelli rossi infilò la testa nel locale.
“Scusa, torna indietro di qualche passo e leggi l’insegna.” Gli disse la ragazza bruna che era anche la proprietaria del locale e che, a quanto aveva capito Peter doveva chiamarsi Irene. Quando il ragazzo rimise la faccia tra tra lo stipite e la porta gli domandò : “Che hai letto?”
“Chiuso il mercoledì”
“E oggi é…”
“Mercoledì.” Rispose il ragazzo timidamente.
“Quindi…”
Il giovane ritirò la testa e chiuse la porta.
“ho dimenticato di mettere il fermo.” Si scusò Luca.
“Non importa, il problema ora è capire cos’è successo”. Ribatté Irene seria.
Giulia stringeva al petto qualcosa. Fissò Luca, poi lasciò vagare il suo sguardo sugli altri. Ad un tratto staccò le mani dal petto e le protese verso il ragazzo mostrandogli finalmente quello che custodiva.
Era un libro con la copertina sbiadita che un tempo doveva essere stata rossa, con gli angoli foderati di seta ormai sdrucita. Sul dorso rovinato campeggiava, a malapena visibile, una scritta dorata. Luca strizzò gli occhi e mise a fuoco le parole: L’ISOLA DELL’IMBALSAMATORE DI CANI. KEZIARICA DETTORI.
“Non è possibile!” Esclamò Luca indietreggiando.
“Che cos’è? Lo riconosci?” Domandò Giulia trepidante.
“No. Riconosco il nome dell’autore, però. Era mia nonna!”
“Tua nonna? Tua nonna scriveva e tu non ce ne hai mai parlato?In un club di lettura?” La voce di Azzurra arrivò stridula alle orecchie degli altri.
“Non avevo la più pallida idea che scrivesse. Prima parlavi di capire cos’è successo…”
“A Tiziano.” Lo precedette Giulia. Lo sguardo di Luca si posò su di lei, poi sugli altri in cerca di risposte.
“A Tiziano? Che vuoi dire? Dov’è?”
Peter osservava la scena in disparte. I volti dei ragazzi illuminati dalle candele profumate, tutt’intorno a loro, e dall’unica lampada a corrente elettrica accesa di fianco al bancone del bar, li faceva assomigliare a personaggi di un dipinto.
“Ha lasciato il libro insieme a questo, credo nel pomeriggio. Il ragazzo dei giornali non ha visto nulla alle cinque, deve averlo lasciato prima del mio arrivo” Giulia gli porse un biglietto ripiegato in quattro, con gli angoli bagnati di pioggia, pioggia che, fortunatamente aveva sbiadito solo alcune parole alle estremità del foglio.
Ho trovato un passaggio per l’isola. Il custode mi è parso una brava persona. Vado a vedere quel che c’è di vero nella storia del libro. se non mi vedrete tornare entro domattina, venite a cercarmi.
Luca finì di leggere e alzò gli occhi sugli altri con aria interrogativa.
“ma che diavolo vuol dire? Ha trovato un passaggio per l’isola? Quale Isola?”
“Quest’isola!” Rispose Azzurra puntando l’indice sul libro che il ragazzo teneva ancora sottobraccio.
“Lo avete letto?” Chiese allora lui.
“Solo l’introduzione, che poi è un epitaffio.” Rispose Irene.
“Allora cos’aspettiamo, è la serata della lettura. Allora leggiamo!”
Il ragazzo aprì il volume, tenendolo sul palmo della mano sinistra, dopo un paio di pagine vuote e ingiallite dal tempo si trovò di fronte l’epitaffio di cui parlava Giulia.
Lesse ad alta voce:


Sale dalla spiaggia martoriata
Il pianto gutturale e salmastro
Che s’insinua nella chioma
Del solitario pino
Che se ne sta chino sullo strapiombo
E piange aghi anziché lacrime
Ai piedi delle querce centenarie
Che dalla mia finestra
Io vedo ogni mattino.
E ascolto i loro fiati
Echeggiare nelle stanze della mia casa nera
E subito ritorna il pianto gutturale della sera
Eppure conoscendone la sorte
so che dalle loro bocche scure
Non esce che l’odore nero della morte.


“Fa venire i brividi” Sussurrò Azzurra stringendosi nelle spalle.
“Credete che Tiziano abbia davvero trovato quest’isola?” Domandò dopo aver finito di leggere.
“Non lo so”. Ribatté Irene
“Che facciamo?” Chiese allora Giulia torcendosi le mani.
Azzurra non disse nulla limitandosi a scuotere il capo.
“Io un’idea ce l’avrei”. Disse Peter in un Italiano non troppo stentato.
Tutti volsero lo sguardo verso di lui come se solo allora si fossero accorti della sua presenza poi lo esortarono a continuare.
“Leggiamo il libro e se domattina il vostro amico non sarà tornato andremo a cercarlo”.
“E sia!” decretò Luca e così dicendo s’incamminò verso il piano rialzato e con calma andò a sedersi al tavolo più grande. Gli altri gli si fecero intorno e lo imitarono.
Il ragazzo aprì il libro e cominciò a leggere.
Quella sera ognuno di loro andava incontro al proprio destino attraverso le pagine spesse di un vecchio libro. Le pagine ingiallite voltarono sotto le dita intrepide del giovane lettore. Finalmente una pagina macchiata d’inchiostro apparve sotto gli occhi di Luca. Il ragazzo diede uno sguardo d’insieme a quanto scritto, raccolse alcune parole, che presto divennero frasi e gli parve di riconoscerle in qualche modo, anche se non aveva mai visto quel libro prima d’allora. Gli altri intanto rimasero in silenzio qualche istante, guardandosi l’un l’altro e interrogandosi con lo sguardo. Azzurra diede una scrollata alla spalla dell’amico e gli disse: “Che fai, gira le pagine qui non c’è scritto niente!”

venerdì 23 luglio 2010

che tristezza!

e pensare che ci credevo davvero! ne ero così convinta: che dire la verità e comportarsi correttamente fosse la cosa migliore da fare. ma non è così che funziona, accidenti a me per non riuscire a farmelo entrare in testa! Non fidarsi mai di nessuno, questa è la strategia da adottare, non parlare in faccia ma alle spalle, perché questo é ormai lo spirito, fare il meno possibile, cercando di scaricare i propri doveri sugli altri. ma quali altri? siamo davvero sicuri che ci sia ancora qualcuno che se ne farebbe carico? Stanno cercando di uniformarmi alla massa informe, scusate il gioco di parole, ma riusciranno solo a farmi diventare più forte, più determinata e più testa di cazzo! riperdonatemi il "gioco" di parole!

martedì 6 luglio 2010

domenica 6 giugno 2010

anniversario

E' PASSATO UN ANNO DAL GIORNO IN CUI SE N'E' ANDATO. ANCORA POSSO SENTIRE IL PELO RUVIDO E NERO SOTTO LE MIE DITA, LA SUA ZAMPA NELLA MIA MANO. RICORDO OGNI CENTIMETRO DEL SUO MANTO ANSANTE. RICORDO I SUOI OCCHI SCURI E TENERI, SOTTO LE LUNGHE CIGLIA. RICORDO LA SUA ALLEGRIA APPENSA USCITO DALLA VASCA, DOPO IL BAGNO. RICORDO LE SUE FESTE, UNA VOLTA TORNATA A CASA. E LE SUE LUNGHE E SILENZIOSE ATTESE DAVANTI ALLA PORTA DELLA MIA STANZA, QUANDO STAVO MALE E NON POTEVO PORTARLO FUORI. RICORDO GLI IMPERMEABILI IMPROVVISATI, LO SCRICCHIOLIO DELLA SUA BRANDINA MENTRE SI MUOVEVA LA SERA. RICORDO LE LUNGHE PASSEGGIATE AL SUO FIANCO, LA CONTENTEZZA NEI SUOI OCCHI MENTRE LO ACCAREZZAVO. ERA IL MIO CANE! ERA IL MIO AMICO E ORA MI MANCA COSI' TANTO... NON LO SO SE ORA E' NEL PARADISO DEI CAGNOLINI, SICURAMENTE E' NEL MIO CUORE E CI RIMARRA' FINCHE' VIVO. CIAO PIPPI, IO NON TI DIMENTICO, MAI.

martedì 23 marzo 2010

l'incredibile storia del lampadario impolverato

A volte si pensa di poterla debellare, ma è una guerra iniqua. Non esiste un modo per mandarla via, la polvere! E Maria ne sapeva qualcosa. Ma a doveva pure avere uno scopo, doveva pur servire a qualcosa. Con la mano destra strinse forte l’unica altra mano che avesse toccato da anni: la sua mano sinistra e si sdraiò sulla schiena al centro del salone, rimase per ore a fissare il lampadario impolverato sulla sua testa. Le gocce di cristallo scintillavano nella luce della tarda mattinata e riflettevano fasci colorati sulle pareti tutt’intorno, quasi che si trattasse di arcobaleni nati in chissà quali altri mondi riflessi in casa sua. Fu quando la luce del sole, filtrando obliqua dalla finestra, illuminò la base di legno tondeggiante del lampadario che vide il codice: WSL 1910; e certo che credeva di averne viste di cose strane, magari fuori della finestra, senza metter troppo fuori il naso. Ma quella strana sigla proprio non le diceva nulla, se non che forse una spolverata avrebbe dovuto darla. Si tiro su a sedere e prese uno dei suoi stracci preferiti, era rosso con piccole chiazze di inchiostro blu. Era di puro cotone “grandi magazzini” e con quello la polvere veniva via cheraunameraviglia. Sotto la polvere scoprì un’altra parte della sigla: WSL 1910 S. Che diavolo volesse dire se lo chiese tante volte, consultò libri, tirando giù persino l’enciclopedia della salute dall’ultimo ripiano della libreria. Niente. Nessuna sigla conosciuta al mondo era riconducibile alla strana scritta riportata, a fuoco, sul tondo fondo del lampadario. La ricerca su internet portò risultati ancor più disastrosi, soprattutto per gli occhi. Fu a quel punto che suonarono alla porta. Il trillo del suo campanello era odioso, le faceva sempre un brutt’effetto. Il cuore le precipitava in un pozzo buio e sembrava pompare più forte per poterne uscire arrancando. Era così fastidioso! Alla porta il postino le disse che doveva firmare per ritirare una raccomandata. E che caspita! Pensò, non era mica il caso di suonare a quella maniera. Lo pensò, ma non disse nulla. Come sempre la busta passò sotto la porta, rigorosamente chiusa, insieme con la cartolina da firmare. Lei prese una penna e firmò, per poi ripassare la cartolina sotto la porta. Rigorosamente chiusa! Il postino andò via borbottando qualcosa d’incomprensibile, Maria sapeva cos’aveva detto, lo diceva ogni volta: che diavolo di sciroccata! Ma nessuno avrebbe potuto capirlo, a meno che, come lei, non avesse passato anni a studiarne ogni singolo suono, esaminato ogni sillaba, ogni sibilo, da dietro la porta. Sì, rigorosamente chiusa!
La busta era di carta a grana grossa, ruvida tra le dite e di un color rosa antico che le metteva i brividi. Pareva gliel’avessero recapitata da un cimitero per quanto puzzava di cera e fiori marci. Quella non era davvero la sua giornata fortunata. Aprì la busta, non prima di averla esaminata controluce per almeno cinque minuti. Non aveva scorto nulla, se non un bordo seghettato a mo’ di francobollo. Era una cartolina d’epoca, rappresentava una spiaggia con arenaria e un gruppo di uomini che giovavano al tiro alla fune, in ridicoli costumi da bagno dei primi del ‘900. Sullo sfondo alcune casupole con camini sputafumo e la prua di una nave tra incastellature da cantiere. Voltò la cartolina, oltre al suo indirizzo, scritto in una calligrafia deprecabile c’era ancora quella dannata sigla: WSL 1910 S. che campeggiava nera come la pece al centro dello spazio dedicato ai saluti. Fantastico! Pensò. Cartoline da mondi che non conosco, strane sigle impresse a fuoco sul lampadario di casa mia, casa in cui vivo da quando son nata e su questa stramaledetta cartolina! cosa succederà ancora oggi?

FINE SECONDA PARTE

lunedì 1 marzo 2010

http://storie.perfiducia.com

ciao, sto partecipando ad un concorso su questo sito. se volete potete aiutarmi iscrivendovi e diventando miei seguaci! grazia a chi vorrà farlo.