sabato 17 gennaio 2009

L'INGRATO COMPITO

Ho parcheggiato l’auto di pattuglia lungo un viale di castagni. Scendo ed incontro l’aria gelida della sera. L’inverno quest’anno, ha deciso di darci una bella lezione.Le strade intorno sono deserte e strette, si diramano come cunicoli sotterranei sotto il cielo plumbeo. L’aria odora di natura bagnata. I miei passi sono attutiti da un tappeto di foglie marce, schiacciate sull’asfalto da una pioggia battente; non ci sono stelle in cielo ad indicare il cammino, solo un misero lampione alla mia destra.Cammino con le mani infilate nelle tasche del giaccone. Ho freddo e ho una gran voglia di bere, ma non posso: ho smesso più di un anno fa, per evitare che mia moglie chiedesse il divorzio.Tutti i mercoledì sera partecipo alla seduta del mio gruppo di sostegno. Ogni mercoledì devo raccontare ad una quindicina di sconosciuti, con gli occhi ancora appannati dall’alcool, come sono riuscito a smettere. Tutti, a turno, si congratulano e mi raccontano le loro sventure; mentre io me ne sto lì, in piedi, a sognare di farmi un bicchiere.Mia moglie si chiama Elsa. Quando l’ho conosciuta indossava un abito blu, con piccoli fiori bianchi disseminati soprattutto sulla gonna. Non credo di aver mai amato qualcuno prima di incontrarla. E’ stato un colpo di fulmine, un attimo prima ero un ragazzotto scalmanato, stupido e dedito ad una vita fatta di bevute tra amici, ragazze facili e serate in discoteca; un attimo dopo ero un uomo innamorato. Ci siamo sposati due anni più tardi; feci domanda in polizia quando eravamo ancora fidanzati, oggi sono un poliziotto, ex alcolista, sposato con una donna bellissima. Quando sono uscito di casa, stamattina, mi ha richiamato dalle scale. Sono salito, mi ha buttato le braccia al collo e mi ha detto: “torna a casa presto! Dobbiamo festeggiare.” Le ho chiesto cosa dovessimo festeggiare. “La festa del papà!” Ha risposto e la bocca le è esplosa in un immenso sorriso. Ha ripreso a piovere. Piccole gocce, sono quasi arrivato.Faccio altre tre passi e sono davanti alla porta di una casa bianca. Le imposte sono chiuse, ma da una di queste, al piano superiore, filtra una luce giallognola. E’ tardi, sono stanco e vorrei già essere a casa a festeggiare con Elsa la mia prossima paternità.Suono il campanello. Un trillo secco, breve. Silenzio. Suono un’altra volta. Le luci al piano di sotto si accendono. La porta si apre, dietro di lei una donna in vestaglia mi squadra dall’alto in basso. Poi fissa il suo sguardo nel mio, non dice una parola.Ha gli occhi cerchiati, i capelli raccolti in un crocchio nero, insidiato da fili argentati. Ho un ingrato compito da compiere, mi rendo conto del mio cinismo nel momento in cui apro la bocca, pensando soltanto a tornarmene a casa, quasi infastidito dal suo silenzio; le dico che Giulio, suo figlio, ha avuto un incidente. Guidava in stato di ebbrezza ed è finito con la sua auto contro un palo della luce, circa un’ora e mezza prima. Continua a restare in silenzio e mi fissa, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. Vorrei poterla consolare, ma non so come. Come si può consolare una madre alla quale è appena stata annunciata la morte di un figlio. Mi vedo al suo posto, aprire la porta ad uno sconosciuto in divisa, nel cuore della notte. Sento la sua voce odiosa annunciarmi la morte di mio figlio, non riesco a comprendere. Non posso comprendere. Fa troppo male. Nemmeno mi rendo conto di quello che sta succedendo, la donna in vestaglia è sparita e tornata in un attimo. Quando vedo la canna della pistola è ormai tardi anche solo per pensare. Sento solo un boato e un dolore lancinante all’altezza dello stomaco, l’odore di carne bruciata mi invade le narici. Sono a terra, sulla schiena, lei continua a fissarmi, gira la canna della pistola verso di sé e spara ancora. Crolla accanto a me, un rivolo rosso le scorre dalla tempia. I capelli si sono sciolti e si stanno appiccicando al pavimento, incollati dal sangue. Ho freddo, non mi sento più le gambe. Mia moglie mi sorride con il volto illuminato dal sole che conquista la cucina da una finestra. Vedo mio figlio, non ancora nato, tendermi la mano.Non mi sento più le mani, le braccia, è come se fossi fatto d’aria, la mente è l’unica cosa che ancora non mi abbandona.Ho sempre più freddo. Vorrei bere qualcosa disperatamente, ma non mi sento più la vita.

mercoledì 7 gennaio 2009

TU...


FORSE NON ESSENZIALMENTE TU

UN ALTRO MA E' MEGLIO FOSSI TU