giovedì 10 dicembre 2009

multiverso

e se esistessero più universi? Se la morte non fosse altro che un passaggio dell'anima ad un nuovo mondo parallelo al nostro? Sto scrivendo un racconto in proposito, veramente preferirei che diventasse un romanzo. vi sietee mai chiesti perché le presenze si registrino solo in determinati posti? Magari in alcuni di quei luoghi due universi si toccano e si può percepire la presenza di qualcun altro dall'altra parte.

mercoledì 14 ottobre 2009

per il mio amico Richard di Anchorage Ak

once upon a time there was a lake
the biggest one in all the States
there was insects, frogs and snakes
all togheter for a sunny shake!
not too far, on a big rock green
there was a 'gator named Rick
he was the biggest ever
been looking around and laying on the beach
. in a sunny day from far away
came a little 'gator, saying: "hey!
would you please show me the way?"
but no one heard what she said.
whit his little smart blue eyes
looking in two ways at the same time
the big 'gator, from where he lies
heard the little one who cried
"come this way my little friend
don't you know i'm here to help and understand?
yell the 'gator and raise his hand
come to me and share this land!"
While the flies and frogs and snakes
stop playing and watch the scene
the little 'gator from another states
join the place where friendship ever been.

martedì 22 settembre 2009

INCREDULITA'

non riesco a capire e rimango incredula di fronte ad alcune cose che mi accadono intorno. le persone danno i numeri e si comportano come se la vita fosse solo come la conoscono loro. Io non vivo, non mangio e non respiro come un altra persona. I miei bisogni sono differenti da quelli degli altri, nel senso che io li vivo a mio modo. Se una persona riesce a non mangiare per ore, non è detto che anche io ci riesca o che debba farlo. Questo non viene compreso o più probabilmente viene ignorato. Si fanno tanti discorsi sulle razze, sui terroni e quant'altro, ma quando c'è da essere egoisti siamo tutti uguali!

giovedì 23 luglio 2009

NAMASTE

ABBIATE PIETA' DI ME
PERCHE NULL'ALTRO SONO
SE NON VOI STESSI.

sabato 13 giugno 2009

clarence

IL MIO CANE SE N'E' ANDATO. E' NEL PARADISO DEI CAGNOLINI ADESSO. MI MANCA CME L'ARIA, QUASI NON RESPIRO. VORREI CHE FOSSE QUI, A GUARDARMI CON QUEL SUO SGUARDO DOLCE E CURIOSO. VORREI SENTIRE LE SUE ZAMPE TICCHETTARE SUL PAVIMENTO E VEDERE IL SUO MUSO SPUNTARE DIETRO I MURI, COME FACEVA SEMPRE. PERO' SO ANCHE CHE NON VORREI PIU' SENTIRE I TONFI SECCHI DI QUANDO CADEVA A TERRA IN PREDA ALLE CONVULSIONI, IL BOCCHEGGIARE CHE LE PRECEDEVA E VEDERLO PIANGERE DISTESO PER TERRA IN ATTESA CHE PASSASSE LA CRISI. VORREI SAPERE DOV'E'. VORREI CHE CI FOSSE UN PARADISO ANCHE PER LUI E PER TUTTI GLI ANIMALI DELLA TERRA. SI MERITAVA IL MIO AMORE PERCHE' ERA IL MIO CANE E NON E' COSA DA POCO, QUANDO MUORE UN CANE. CHE CI CREDIATE O MENO, CHE LO SAPPIATE O MENO, NON E' COSA DA POCO!

venerdì 15 maggio 2009

l'incredibile storia del lampadario impolverato

Le storie straordinarie, di solito, iniziano sempre con un c’era una volta oppure in un paese molto lontano. Questa che sto per raccontarvi, invece, inizia in un modo un po’ tragico. E’ una storia fantastica, non temete, magari non nel modo fantastico in cui la intendete voi, ma in qualche modo lo é. Le persone fanno molte cose strane, morire è una di queste. Alcune lo scelgono ad altre capita e basta. La madre di Maria non decise di morire, ma morì comunque il 22 giugno del 2005. La sua morte lasciò la povera figlia in tristezza e disgrazia. Non aveva che la sua malinconia, da tener dentro casa, chiudendo imposte e finestre e sbarrando la porta d’ingresso. Non aveva che il gusto delle sue stesse lacrime in bocca, e di mangiare non se ne parlava. Non ancora almeno.
Gli anni passano per tutti, anche per il dolore. Il tempo guarisce le ferite anche se, a volte, lascia cicatrici terrificanti. Comunque là nella piccola casa scurita dalla tristezza e bagnata dal pianto, arrivò un giorno in cui, d’improvviso le cose cambiarono e, finalmente, le imposte si schiusero. E non accadde nulla, non si polverizzarono le cose all’interno, come la povera Maria aveva temuto per tutto quel tempo. Anzi, le cose presero vita, illuminate da una nuova luce, forte e gagliarda. Che non era quella del povero lampadario impolverato nel salone, era la luce del sole ed era fantastica.
Ah quanto aveva penato, quante volte aveva pensato che, forse, non era nemmeno degna di vederlo ancora il sole. Quanto si era sentita in colpa per essere ancora lì viva, mentre la sua povera madre giaceva senza vita da chissà quanto tempo. Eppure, si risolse a guardarlo di nuovo, quel bel sole di fine maggio, una spilla luminosa appuntata ad un cielo terso, questo gli era parso quel giorno e lei, adesso, si sentiva di nuovo parte di quel mondo che per così tanto tempo l’aveva aspettata, paziente, dietro le imposte chiuse della sua casa nera.
Certo aprire la porta non fu altrettanto semplice. Dopo anni trascorsi ad aspettare l’assoluzione per un peccato non commesso nella penombra di una casa vuota, l’amore per il mondo esterno era scemato e, d’un tratto, si era ritrovata ad averne paura. Il computer , quello sì le era stato amico. Senza quella macchia tecnologica sulla scrivania non avrebbe nemmeno mangiato e le avrebbero di certo tagliato le utenze domestiche. Ma con il computer, si sa, oggi si può fare tutto anche diventare agorafobici, senza dover far nemmeno troppa fatica.
fece la prima prova: ordinò la spesa e rimase, come sempre, ad aspettare che suonasse il campanello. Non aveva nemmeno mai visto in faccia il garzone della spesa. I pagamenti li faceva on-line. Questa volta si risolse ad aprire la porta e a prendere lei stessa dalle mani del ragazzo, di cui conosceva solo la voce, il sacchetto pieno e pesante. Gli avrebbe dato la mancia. Dopo tutto quel tempo se la meritava una mancia no? Certo! Ma sì certo. Era davvero pronta. Tanto pronta che quando, finalmente, il campanello suonò si lasciò scappare un gridolino da negozio di ferramenta anni settanta, forse ottanta. Il cuore prese a batterle furioso nel petto, mentre poggiava la mano sulla maniglia per aprire. Si concentrò con ogni fibra del suo corpo, quasi si sentiva svenire per lo sforzo. La fronte imperlata di sudore e il fiato corto, come se avesse corso una maratona per arrivare a quella porta.
Un mal di testa feroce le attanagliò le tempie facendole pulsare, lo stomaco si ribellò al dolore liberando un senso di nausea che strisciò veloce verso l’alto, arrivandole in bocca. Non poteva farlo. Si arrese mentre la voce del ragazzo dall’altra parte la ringraziava di niente, come sempre.
Ansimando lasciò la presa e si lasciò scivolare sul pavimento, con la schiena appoggiata alla porta che rimase chiusa. Non vedeva in faccia un altro essere umano da anni. La porta di casa l’apriva solo quando era sicura che nessuno, proprio nessuno fosse nei paraggi e la chiudeva subito, perché nella sua casa nulla era fuori controllo, a parte la polvere.

Fine prima parte.

sabato 17 gennaio 2009

L'INGRATO COMPITO

Ho parcheggiato l’auto di pattuglia lungo un viale di castagni. Scendo ed incontro l’aria gelida della sera. L’inverno quest’anno, ha deciso di darci una bella lezione.Le strade intorno sono deserte e strette, si diramano come cunicoli sotterranei sotto il cielo plumbeo. L’aria odora di natura bagnata. I miei passi sono attutiti da un tappeto di foglie marce, schiacciate sull’asfalto da una pioggia battente; non ci sono stelle in cielo ad indicare il cammino, solo un misero lampione alla mia destra.Cammino con le mani infilate nelle tasche del giaccone. Ho freddo e ho una gran voglia di bere, ma non posso: ho smesso più di un anno fa, per evitare che mia moglie chiedesse il divorzio.Tutti i mercoledì sera partecipo alla seduta del mio gruppo di sostegno. Ogni mercoledì devo raccontare ad una quindicina di sconosciuti, con gli occhi ancora appannati dall’alcool, come sono riuscito a smettere. Tutti, a turno, si congratulano e mi raccontano le loro sventure; mentre io me ne sto lì, in piedi, a sognare di farmi un bicchiere.Mia moglie si chiama Elsa. Quando l’ho conosciuta indossava un abito blu, con piccoli fiori bianchi disseminati soprattutto sulla gonna. Non credo di aver mai amato qualcuno prima di incontrarla. E’ stato un colpo di fulmine, un attimo prima ero un ragazzotto scalmanato, stupido e dedito ad una vita fatta di bevute tra amici, ragazze facili e serate in discoteca; un attimo dopo ero un uomo innamorato. Ci siamo sposati due anni più tardi; feci domanda in polizia quando eravamo ancora fidanzati, oggi sono un poliziotto, ex alcolista, sposato con una donna bellissima. Quando sono uscito di casa, stamattina, mi ha richiamato dalle scale. Sono salito, mi ha buttato le braccia al collo e mi ha detto: “torna a casa presto! Dobbiamo festeggiare.” Le ho chiesto cosa dovessimo festeggiare. “La festa del papà!” Ha risposto e la bocca le è esplosa in un immenso sorriso. Ha ripreso a piovere. Piccole gocce, sono quasi arrivato.Faccio altre tre passi e sono davanti alla porta di una casa bianca. Le imposte sono chiuse, ma da una di queste, al piano superiore, filtra una luce giallognola. E’ tardi, sono stanco e vorrei già essere a casa a festeggiare con Elsa la mia prossima paternità.Suono il campanello. Un trillo secco, breve. Silenzio. Suono un’altra volta. Le luci al piano di sotto si accendono. La porta si apre, dietro di lei una donna in vestaglia mi squadra dall’alto in basso. Poi fissa il suo sguardo nel mio, non dice una parola.Ha gli occhi cerchiati, i capelli raccolti in un crocchio nero, insidiato da fili argentati. Ho un ingrato compito da compiere, mi rendo conto del mio cinismo nel momento in cui apro la bocca, pensando soltanto a tornarmene a casa, quasi infastidito dal suo silenzio; le dico che Giulio, suo figlio, ha avuto un incidente. Guidava in stato di ebbrezza ed è finito con la sua auto contro un palo della luce, circa un’ora e mezza prima. Continua a restare in silenzio e mi fissa, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. Vorrei poterla consolare, ma non so come. Come si può consolare una madre alla quale è appena stata annunciata la morte di un figlio. Mi vedo al suo posto, aprire la porta ad uno sconosciuto in divisa, nel cuore della notte. Sento la sua voce odiosa annunciarmi la morte di mio figlio, non riesco a comprendere. Non posso comprendere. Fa troppo male. Nemmeno mi rendo conto di quello che sta succedendo, la donna in vestaglia è sparita e tornata in un attimo. Quando vedo la canna della pistola è ormai tardi anche solo per pensare. Sento solo un boato e un dolore lancinante all’altezza dello stomaco, l’odore di carne bruciata mi invade le narici. Sono a terra, sulla schiena, lei continua a fissarmi, gira la canna della pistola verso di sé e spara ancora. Crolla accanto a me, un rivolo rosso le scorre dalla tempia. I capelli si sono sciolti e si stanno appiccicando al pavimento, incollati dal sangue. Ho freddo, non mi sento più le gambe. Mia moglie mi sorride con il volto illuminato dal sole che conquista la cucina da una finestra. Vedo mio figlio, non ancora nato, tendermi la mano.Non mi sento più le mani, le braccia, è come se fossi fatto d’aria, la mente è l’unica cosa che ancora non mi abbandona.Ho sempre più freddo. Vorrei bere qualcosa disperatamente, ma non mi sento più la vita.

mercoledì 7 gennaio 2009

TU...


FORSE NON ESSENZIALMENTE TU

UN ALTRO MA E' MEGLIO FOSSI TU