martedì 14 ottobre 2008

polvere nei corridoi

Le case al crepuscolo sembrano sempre più accoglienti. Con la luce di lampadine da 60 watt che si sparge su pavimenti disseminati di mattonelle esagonali, nere e color porpora, disposte di sbieco come in una scacchiera un po’ sghemba. A questo pensavo osservando le credenze, i tavoli dalle gambe curve, le sedie, ammassate negli angoli, nascoste come bestie nell’ombra, pronte, da un momento all’altro a prendere vita, per far cosa poi? Eppure ha qualcosa di famigliare questo posto, con i suoi corridoi impregnati dell’odore di cera per mobili e polvere d’altri tempi. Si è questo che ricorda, pensai ancora, qualcosa di vecchio che ha più il sapore del ricordo che della scoperta.
Poi vidi qualcosa muoversi. Una frazione di secondo, un guizzo verde, animarsi e scomparire in un lampo. Cos’era?
Ancora mobili, accatastati e addossati alle pareti, sotto soffitti altissimi. Ma che diavolo di casa era mai questa. Non finiva mai, non arrivavo mai a vedere una stanza che potesse somigliare ad una cucina o alla stanza da letto, il bagno? Oh, poco male non ne avevo comunque bisogno al momento.
Una finestra! Finalmente, avrei visto dell’altro. Mi avvicinai a grandi passi e finalmente guardai fuori. Il cielo era un cielo da primo incontro, aveva un colore particolare che mi pareva nuovo, un manto scuro con una luna senza faccia, nascosta com’era dietro nubi tanto gonfie da sembrare finte.
Ah! I tetti della mia città, con le tegole rosse che paion nere nella notte, che si stendono tutt’intorno e mi circondano, facendomi sentire a casa. Ma questa dove mi trovo non è casa mia! Mi ricordo della mia casa, con le mattonelle color senape. La stanza dei miei genitori senza finestre, il mio lettino ai piedi del loro…I miei fratelli dormivano in due nello stesso letto, perché non c’era spazio. Appoggiando i sogni, se mai ne hanno avuti, su un comodino vecchio di cent’anni, che prima era stato di mia nonna. La cucina, con la finestrella piccolina, era piccola anche per me che ero piccola a mia volta. Il grande lavandino di marmo bianco, dove mi madre mi lavava in una tinozza la domenica mattina. Che bello era allora, quando i pensieri erano acquarelli a tinte tenui e le uniche cose a cui pensare erano il gioco e il rumore della voce di mia madre che io sentivo “daldidentro”, mentre stringendomi al petto parlava con qualcuno. Mia madre…Che cos’è? Ancora quello strano guizzo, in altro angolo questa volta, e sì che nonostante la mia età (età in cui avrei dovuto esser felice di vederne uno) non avevo proprio voglia di fare la conoscenza di un fantasma. Ora un po’ m’inquietavano i lunghi corridoi ingombri di mobili e polvere. La luce delle lampadine era così flebile che quasi pareva d’essere al buio.
Voltai l’angolo e mi ritrovai di fronte un’altra immagine. Però non era un quadro sembrava più uno…specchio. Riuscii a distinguere chiaramente un’insegna. Un’insegna bianca…PO-LLE-RI-A. Polleria? Quella polleria? Quella strada io la conoscevo, mi voltai indietro e mi ritrovai nel riflesso dello specchio, solo che a riguardarci lo specchio non c’era più. Era la via parallela a casa mia, con i vicoli che sapevano di sugo e i panni stesi ad asciugare da un palazzo all’altro sopra la mia testa.
E un’altra cosa mi balenò in testa in quel momento, mia madre avrebbe potuto essere a casa. Oh ma certo! Lei probabilmente era lì, doveva esserci. Mamma! Feci poco caso a quanto avevo intorno, solo notai la via deserta, appena spazzata da un vento leggero e l’odore del vino, sgattaiolare fuori dal vicolo dov’era l’osteria. Il portone era aperto, e subito mi trovai a salire i gradoni di ardesia, come se d’improvviso avessi acquistato venti centimetri di gambe; da quelle stesse scale ero caduta, portando un’anguria, quand’ero bambina, mi ruppi un dente, ma chissà perché lo ricordo con nostalgia.
Al secondo, al secondo piano, mi dissi. La porta di casa era aperta. Il cuore parve voler entrare prima di me da quanto batteva. Tutto si fece vivido e nel silenzio creato dal battito del mio cuore, sentii una voce, la voce di mia madre.
Entrai.
Oh, ma… No! Come per un sortilegio mi ritrovai nel corridoio polveroso, di fronte allo specchio e quel che rifletteva ora, erno il buio e le sagome scure ed ingombranti dei mobili accatastati e addossati alle pareti.
Che diavolo di sogno è mai questo? Mi domandai riprendendo a girovagare nell’oscurità. Avrei voluto aprire gli occhi al sole del mattino e svegliarmi. Non mi andava più di girare. La polvere mi chiudeva la gola e mi intrappolava la mente in un labirinto, odoroso di olio per mobili.
Le mattonelle ora erano scure ed informi appena illuminate dal chiarore della luna, ancora nascosta dietro le stesse nubi notturne di qualche tempo prima. Gli armadi e le credenze erano grosse bestie addormentate ed incastonate nell’ombra, ed io ero così stanca di camminare…Eccolo! Eccolo di nuovo. Ancora quel guizzo. Verde. Ma quello…strinsi gli occhi per mettere a fuoco e mi accorsi che il guizzo che avevo visto fino ad allora altro non era che una parte del cappotto verde di mia madre. Si me lo ricordo… nei grandi magazzini, lei mi ha perdette ed io perdetti lei. Quella è mia madre. Mamma sono qui! Lo specchio. Mi voltai indietro e per incanto, questa volta, mi ritrovai tra la gente, ed ero così piccola… eccolo ancora. Mamma! E corsi dietro al cappotto verde di mia madre che, dandomi le spalle, si allontanava da me, tra decine di altri cappotti. Poi mi tornò alla mente. Quella scena, era accaduta anni prima. Quella non era mia madre,era solo una donna con il cappotto uguale al suo. Poi la ritrovai mia madre quel giorno, ma adesso, in quella vita riflessa da un vecchio specchio impolverato, non l’avrei rivista. Era così che funzionava. A quel punto l’avevo capito. Era solo un gioco della mia mente, un gioco cattivo elaborato da un qualche folletto malvagio intrappolato nella mia testa, indispettito da anni di ricordi e di rimpianti…fu allora che lo vidi, era così bello, luminoso, come l’acqua riflessa sui muri quand’è colpita dal sole. E balenava sulla parete alla mia destra, quindi doveva nascere dal corridoio alla mia sinistra. Voltai dunque l’angolo e mi ritrovai di fronte un corridoio nuovo, più lungo e scuro di tutti quelli che avevo percorso fino ad allora. In fondo, lontano da me, vidi quella luce,e vidi che non era solo una luce, ma un saettare di colori, di colori accesi e intensi che si protendevano fuori dello specchio animandosi come tentacoli. A quel punto tanto valeva dare un’occhiata, mossi qualche passo incerto sul pavimento ormai nero, respirando ancora la tenebra polverosa intorno a me. Il mio viso si illuminò di mille e più colori e d’un tratto l’immagine nello specchio si fece vivida e chiara. Mi sentii gelare, come se all’improvviso ogni goccia del mio sangue avesse ceduto alla forza di gravità e fosse precipitata in fondo alle estremità del mio corpo.
Ma certo, non poteva essere altrimenti, in quel momento cominciai ad avere nostalgia delle mattonelle sbieche e della luce smorta di lampadine troppo antiche per funzionare ancora. Non avrei mai trovato mia madre nella vecchia casa, per strada o nei negozi pieni di cappotti senza volto, perché era morta. Mia madre era morta da tanto, tanto tempo.
Era una tomba quella che vedevo ora, allora pensai che tutto quell’affannarsi, respirando polvere e mandando giù lacrime era servito a portarmi lì, per comprendere. Ma un momento…il nome sulla tomba non era quello di mia madre…Era il mio.

Quando alzai gli occhi e guardai nel riflesso la vidi e vidi me stessa a poco più di vent’anni. I miei occhi straniti e i capelli corti, appena tagliati. Era come quando se n’era andata, come se tutti quegli anni non fossero mai passati. A quel punto non avevo altri pensieri, se non quello di stare con lei, perché era quello che avevo desiderato per tutta la vita, era lei che cercavo in ogni cosa. Se è vero che ognuno ha il suo paradiso, quello doveva essere il mio.

Nello specchio eravamo così vicine da poterci toccare, ma avevo paura di girarmi, pensai che sarebbe svanita, che sarebbe rimasto solo il suo profumo a tormentarmi, ma poi la mia mano sfiorò la sua ed io mi voltai.
E tutto intorno a noi divenne niente perché ora lei era lì con me ed io non avevo bisogno che di quello e di nient’altro.
Mamma…

Aprii gli occhi ad un sole freddo e slavato nato dall’ est di un inverno duro e lattiginoso. Non capii se quel che era accaduto nel corso della notte precedente fosse stato un sogno o il peregrinare stanco dell’ anima tra i polverosi corridoi della mia mente. Non so nemmeno se, magari, solo per qualche istante, ho messo piede nell’altro mondo. L’altro mondo… Credo ci si metta piede ogni notte, in ogni sogno, in fondo qualcuno diceva che dormire è un po’ come morire. magari mia madre sta solo dormendo in un posto lontano, dietro uno specchio, o chissà dove. Spero non nella polvere perché non la sopportava. Spero sia nel mio cuore, così ad ogni battito saprà che questa vita io la devo a lei e, forse, anche a lei piace sentirmi parlare “daldidentro”, anche quando non parlo affatto e le ripeto che mi manca infinitamente.