mercoledì 11 giugno 2008

il centenario

L’asfalto bagnato, sotto la luce dei lampioni, era un rigagnolo scuro. Sopra la città assopita, nel cielo livido si stagliava una piccola figura candida e aggraziata. Un gabbiano dalle lunghe ali, planava, lasciandosi ninnare da un vento leggero, sui grattacieli, le case popolari ed il Central Park, in procinto di annunciare un evento incredibile. Attese l’alba viola per gridare il suo proclama e fu come se ad urlare fosse stato il cielo stesso.
Un tuono possente si propagò nell’aria fresca di metà aprile, fulmini scesero zigzagando a ripetizione sulla metropoli, illuminando finestre e accendendo pozzanghere. Quello era il giorno in cui New York City avrebbe ricominciato a sognare.
Il fiume Hudson spingeva le proprie acque buie verso un mare calmo e lagnoso, che gemeva sotto il vento, che si era alzato un poco. Il gabbiano solitario tornò a volare verso l’acqua ed era l’unico in aria, gli altri suoi simili sostavano appollaiati sui tronconi, le travi, i pontili del porto; centinaia di aironi dalle piume lattiginose, tutti in attesa, schierati come un pubblico in un teatro.
Al termine dell’orizzonte, aldilà di una leggera foschia, si udì un fischio greve, lontano; in lontananza si scorse la sagoma scura di una prua.
Ora, si potevano scorgere i fumaioli, quattro in tutto. Enormi fumaioli neri, da tre dei quali uscivano volute di fumo bianche e dense che si perdevano nella nebbia come mai esistite.
Era l’alba e la nave sorpassò la statua della libertà ed Ellis Island, mentre una pioggerella minuta scendeva formando piccoli cerchi bui sul mare tranquillo. Ancora un fischio. Negli occhi curiosi dei gabbiani si rifletteva un mastodontico transatlantico, figlio di una generazione ormai estinta. Sul ponte Edward John Smith osservava i grattacieli, pensieroso, torturandosi la barba bianca con due dita. Jacob Astor, pensava alla moglie Madleine, a Vincent e a Jacob Astor VI il figlio che non avrebbe mai conosciuto. Benjamin Guggenheim salì la scalinata di prima classe e lanciò uno sguardo alla cupola di vetro che la sovrastava, il riflesso che scivolava dai vetri curvi era scuro e opprimente.
Centinaia di persone emersero dalla seconda e dalla terza classe, guardandosi intorno smarrite, tutti in silenzio, un silenzio di tomba. File scure di persone scesero dalla nave e si dileguarono fino a scomparire lungo le banchine del porto mentre altre, alle finestre della città, guardavano lo spettacolo che gli si presentava, sotto una pioggia divenuta battente.
Chi assistette alla scena della nave giunta in porto all’alba del martedì diciassette del 2012, dimenticò quanto visto oppure lo conservò come un serie di immagini sfocate partorite da un sogno ma, ancor’oggi, decine di gabbiani scrutano il cielo all’inizio di ogni nuovo giorno alla ricerca del compagno solitario che, in quella mattina gelida accompagnò il Titanic a destinazione, dopo un viaggio inaugurale durato cento anni.

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