mercoledì 25 giugno 2008

L'ALTRO MONDO

i fantasmi esistono davvero? O meglio, esiste qualcosa aldilà della vita? Se avete letto i miei post potete immaginare la mia opinione in propostito. Però, in che modo esiste l'altro mondo? Cos'é? Un nuovo insieme di materia a noi sconosciuto? una quarta dimensione, o magari non esiste un'ladilà, ma solo un altro universo. Oppure, ancor meglio, un multiverso. E se i fantasmi altro non fossero che noi stessi e i nostri cari che, da un universo parallelo, entrano per brevi istanti in contatto con il nostro e si "manifestano" in vari modi, suscitando orrore e meraviglia al tempo stesso? Forse è proprio così, forse non esiste nulla aldilà di questa vita, ma aldilà del nostro universo forse sì, e a farci credere nei fantasmi è soltanto il terrore della morte.

lunedì 16 giugno 2008

All it has been quieted down
under the sea
The thoughts became salt,
The tears are dark and smooth stones
The light in surface is vanished
Under an algae rubbed blanket
All it has been quieted under the sea
But it is so dark here
than I cannot see life anymore.

tutto si é acquietato sotto il mare

tutto si é aquietato sotto il mare.
I pensieri son diventati sale
le lacrime, sassi neri e lisci.
La luce é sparita,
sotto una coperta d'alghe stropicciata.
Tutto si é acquietato sotto il mare
ma é così buio qui
che non vedo più la vita.

domenica 15 giugno 2008

senza età

E’ con fastidio che v’accolgo
e il cor mi si rattrista
con l’avanzar delle parole sciocche
che mi sputate addosso:
“Cresci, che il tempo non è fausto!
La fatalità ha un prezzo,
e troppi sono gli anni già trascorsi
perché tu possa risarcirla d’ogni sogno!”
Andate dunque!
E lasciate che sia il sole a coccolarmi,
che le stelle mi sorveglino
e che la mia faccia incontri l’erba
fresca, al mio risveglio.
Andate e lasciatemi ai miei sogni,
che non è tardi!
Che l’incanto non ha fine
ne con gli anni, ne con le parole;
poiché lo stesso tempo e le stesse ore
non hanno tempo, ne ore
se non quelli che gli regalate
chiamandoli per nome.
Non v’è alcun riguardo quindi,
per i miei pensieri? Che fate ancora qui?
Allontanatevi, vi dico,
giacché non ho speranza alcuna
di sincerarvi sull’indolenza mia
per il passar de’ giorni.
Se non per me, per il mio cuore,
Sparite ora!
Che senz’età son’ io
così com’è l’amore.

mercoledì 11 giugno 2008

letteralmente noi siamo i creatori della nostra realtà

quindi di che avere paura. Tutto é relativo. Una cosa non esiste finché non vi posiamo gli occhi sopra. Il nostro cervello elabora un'immagine e ce la trasmette. Il nostro cervello completa la realtà per noi. Tutto intorno a noi é energia. Nulla di quel che guardiamo é realmente come lo percepiamo. Ci sono cose aldilà della nostra comprensione che ci circondano e di quali, solo in rarissime occasioni, intuiamo l'esistenza. Che si tratti di energia, di vibrazioni, di particelle, niente é come appare, tutto é come noi vorremmo che apparisse. O meglio, come il nostro cervello vuole che appaia. Questo, chiaramente, é il mio pensiero. Molte delle idee che mi sono fatta riguardo alla realtà non percepita, vengono da letture dei libri pubblicati da Deepak Chopra e su Gustavo Rol. Sono mie idee, generatesi dalle loro.

il centenario

L’asfalto bagnato, sotto la luce dei lampioni, era un rigagnolo scuro. Sopra la città assopita, nel cielo livido si stagliava una piccola figura candida e aggraziata. Un gabbiano dalle lunghe ali, planava, lasciandosi ninnare da un vento leggero, sui grattacieli, le case popolari ed il Central Park, in procinto di annunciare un evento incredibile. Attese l’alba viola per gridare il suo proclama e fu come se ad urlare fosse stato il cielo stesso.
Un tuono possente si propagò nell’aria fresca di metà aprile, fulmini scesero zigzagando a ripetizione sulla metropoli, illuminando finestre e accendendo pozzanghere. Quello era il giorno in cui New York City avrebbe ricominciato a sognare.
Il fiume Hudson spingeva le proprie acque buie verso un mare calmo e lagnoso, che gemeva sotto il vento, che si era alzato un poco. Il gabbiano solitario tornò a volare verso l’acqua ed era l’unico in aria, gli altri suoi simili sostavano appollaiati sui tronconi, le travi, i pontili del porto; centinaia di aironi dalle piume lattiginose, tutti in attesa, schierati come un pubblico in un teatro.
Al termine dell’orizzonte, aldilà di una leggera foschia, si udì un fischio greve, lontano; in lontananza si scorse la sagoma scura di una prua.
Ora, si potevano scorgere i fumaioli, quattro in tutto. Enormi fumaioli neri, da tre dei quali uscivano volute di fumo bianche e dense che si perdevano nella nebbia come mai esistite.
Era l’alba e la nave sorpassò la statua della libertà ed Ellis Island, mentre una pioggerella minuta scendeva formando piccoli cerchi bui sul mare tranquillo. Ancora un fischio. Negli occhi curiosi dei gabbiani si rifletteva un mastodontico transatlantico, figlio di una generazione ormai estinta. Sul ponte Edward John Smith osservava i grattacieli, pensieroso, torturandosi la barba bianca con due dita. Jacob Astor, pensava alla moglie Madleine, a Vincent e a Jacob Astor VI il figlio che non avrebbe mai conosciuto. Benjamin Guggenheim salì la scalinata di prima classe e lanciò uno sguardo alla cupola di vetro che la sovrastava, il riflesso che scivolava dai vetri curvi era scuro e opprimente.
Centinaia di persone emersero dalla seconda e dalla terza classe, guardandosi intorno smarrite, tutti in silenzio, un silenzio di tomba. File scure di persone scesero dalla nave e si dileguarono fino a scomparire lungo le banchine del porto mentre altre, alle finestre della città, guardavano lo spettacolo che gli si presentava, sotto una pioggia divenuta battente.
Chi assistette alla scena della nave giunta in porto all’alba del martedì diciassette del 2012, dimenticò quanto visto oppure lo conservò come un serie di immagini sfocate partorite da un sogno ma, ancor’oggi, decine di gabbiani scrutano il cielo all’inizio di ogni nuovo giorno alla ricerca del compagno solitario che, in quella mattina gelida accompagnò il Titanic a destinazione, dopo un viaggio inaugurale durato cento anni.

lunedì 9 giugno 2008

il passero ignaro

Leggero m’apparve ed ignaro
Il passero che s’appisolava
torcendosi tutto.
Sì caro avrebbe pagato quel che sognava.
Scivolò giù dal suo nido
le ali si ruppero
e non volo più.
Lontano mi parve
come dal largo il lido,
quasi fermo, sospeso lassù.
Nella mia gabbia
trovò asilo quel giorno,
‘sì come silente guardava
Il cielo, al quale non fare ritorno.
Scrollava le piume e sognava
sognava il suo nido lontano.
Cantando il suo pianto, esalava
Nell’aria, l’anelo suo vano.
Nel giorno d’azzurro dipinto,
fissava gli stormi migrare.
Mai, il suo piccolo cuore fu vinto.
Ma, restò lì: a sognare e sperare
a sperare e sognare…
Il passero ignaro
Bagnato d’amaro.

epitaffio

Sale dalla spiaggia martoriata
Il pianto gutturale e salmastro
Che s’insinua nella chioma
Del solitario pino
Che se ne sta chino sullo strapiombo
E piange aghi anziché lacrime
Ai piedi delle querce centenarie
Che dalla mia finestra
Io vedo ogni mattino.
E ascolto i loro fiati Echeggiare nelle stanze della mia casa nera
E subito ritorna il pianto gutturale della sera
Eppure conoscendone la sorte
so che dalle loro bocche scure
Non esce che l’odore nero della morte.

qual'è la realtà?

vi siete mai chiesti cosa davvero vediamo ogni giorno e se davvero la vostra realtà é uguale a quella degli altri o se, invece, percepite colori, immagini, suoni differenti? In fondo, chi vi dice che l'azzurro del cielo che voi vedete sia uguale all'azzurro che vedo io? il mio azzurro potrebbe risultarvi viola se lo vedeste come lo vedo io. Penso, a volte, che le persone allegre ed ottimiste, siano in grado di vedere maggiori gradazioni di colore mentre, quelle più malinconiche, come me, ne percepiscano meno e magari meno brillanti. La mia realtà é creata dal mio cervello, io percepisco quel che mi circonda a mio modo, per come il mio cervello me lo fa vedere. Per questo motivo, secondo me, tutti percepiamo la realtà in maniera differente. E, sempre per questo motivo, esistono persone allegre ed altre tristi.

sabato 7 giugno 2008

ninna nanna

ninna nanna diceva la mia mamma
cullandomi la sera
ninna nanna che non v'é notte nera
finché starò con te
ninna nanna
mentre s'addormentava
seduta in fondo al letto
nel buio, accanto a me.
e dormi, dormi, dormi ancora
mentre si alzavan stormi di sogni variopinti
finché non era l'ora.
e dormi, dormi
fin quando bianca apparirà l'aurora.
ninna nanna
ho detto alla mia mamma
e dorme, dorme ancora.

questa poesia è scritta per mia madre. l'ho scritta, insieme a tante altre, quando è morta quasi tredici anni fa. Lei é sempre nei miei pensieri. non passa neanche un giorno in cui io non sia pienamente consapevole dell'amore che mi ha dato e di quanto io non me ne sia mai resa conto fino in fondo finché non mi é mancata. Per lei ora darei qualsiasi cosa, e quando c'era la davo per scontata. non fatelo mai, nulla é eterno in qusta vita. Solo l'amore.