mercoledì 3 dicembre 2008

cosa siamo davvero?

Credete davvero che tutto quel che vi circonda sia reale? Davvero io sto digitando queste lettere sulla tastiera del mio PC per preparare questo mio nuovo post? Quel che state leggendo ora è una creazione mia, o del vostro cervello? Tutto quanto vi sta intorno, provate a dare un’occhiata, è davvero visibile anche ad altri? E gli altri, soprattutto, esistono davvero o sono solo una creazione della vostra mente? Se siete voi il centro dell’universo, del vostro universo (secondo la mia teoria), tutto quanto vi accade intorno non è molto importante, addirittura potreste cambiarne il decorso, far sì che i vostri desideri si realizzino. Tutto quanto potrebbe non essere altro che un illusione, potreste essere l’unico essere vivente, da qualche parte o da nessuna parte. Potreste non essere nemmeno qual che si potrebbe definire un essere vivente. E dunque, per chi starei qui a scrivere tutto questo? Per me stessa, ammesso che ci sia una me da appagare. Ogni cosa che osservate è soggettiva, perché siete voi a trasformarla in quel modo. Io la vedrei diversamente ed il mio cervello la definirebbe per quel che conosce e per quello che la sua esperienza gli ha insegnato a riconoscere. E se ogni cosa è soggettiva, di oggettivo rimane forse il fatto che, davvero, potremmo essere soli al centro di un universo creato da noi stessi, un universo al di fuori del quale c’è il nulla.

martedì 14 ottobre 2008

polvere nei corridoi

Le case al crepuscolo sembrano sempre più accoglienti. Con la luce di lampadine da 60 watt che si sparge su pavimenti disseminati di mattonelle esagonali, nere e color porpora, disposte di sbieco come in una scacchiera un po’ sghemba. A questo pensavo osservando le credenze, i tavoli dalle gambe curve, le sedie, ammassate negli angoli, nascoste come bestie nell’ombra, pronte, da un momento all’altro a prendere vita, per far cosa poi? Eppure ha qualcosa di famigliare questo posto, con i suoi corridoi impregnati dell’odore di cera per mobili e polvere d’altri tempi. Si è questo che ricorda, pensai ancora, qualcosa di vecchio che ha più il sapore del ricordo che della scoperta.
Poi vidi qualcosa muoversi. Una frazione di secondo, un guizzo verde, animarsi e scomparire in un lampo. Cos’era?
Ancora mobili, accatastati e addossati alle pareti, sotto soffitti altissimi. Ma che diavolo di casa era mai questa. Non finiva mai, non arrivavo mai a vedere una stanza che potesse somigliare ad una cucina o alla stanza da letto, il bagno? Oh, poco male non ne avevo comunque bisogno al momento.
Una finestra! Finalmente, avrei visto dell’altro. Mi avvicinai a grandi passi e finalmente guardai fuori. Il cielo era un cielo da primo incontro, aveva un colore particolare che mi pareva nuovo, un manto scuro con una luna senza faccia, nascosta com’era dietro nubi tanto gonfie da sembrare finte.
Ah! I tetti della mia città, con le tegole rosse che paion nere nella notte, che si stendono tutt’intorno e mi circondano, facendomi sentire a casa. Ma questa dove mi trovo non è casa mia! Mi ricordo della mia casa, con le mattonelle color senape. La stanza dei miei genitori senza finestre, il mio lettino ai piedi del loro…I miei fratelli dormivano in due nello stesso letto, perché non c’era spazio. Appoggiando i sogni, se mai ne hanno avuti, su un comodino vecchio di cent’anni, che prima era stato di mia nonna. La cucina, con la finestrella piccolina, era piccola anche per me che ero piccola a mia volta. Il grande lavandino di marmo bianco, dove mi madre mi lavava in una tinozza la domenica mattina. Che bello era allora, quando i pensieri erano acquarelli a tinte tenui e le uniche cose a cui pensare erano il gioco e il rumore della voce di mia madre che io sentivo “daldidentro”, mentre stringendomi al petto parlava con qualcuno. Mia madre…Che cos’è? Ancora quello strano guizzo, in altro angolo questa volta, e sì che nonostante la mia età (età in cui avrei dovuto esser felice di vederne uno) non avevo proprio voglia di fare la conoscenza di un fantasma. Ora un po’ m’inquietavano i lunghi corridoi ingombri di mobili e polvere. La luce delle lampadine era così flebile che quasi pareva d’essere al buio.
Voltai l’angolo e mi ritrovai di fronte un’altra immagine. Però non era un quadro sembrava più uno…specchio. Riuscii a distinguere chiaramente un’insegna. Un’insegna bianca…PO-LLE-RI-A. Polleria? Quella polleria? Quella strada io la conoscevo, mi voltai indietro e mi ritrovai nel riflesso dello specchio, solo che a riguardarci lo specchio non c’era più. Era la via parallela a casa mia, con i vicoli che sapevano di sugo e i panni stesi ad asciugare da un palazzo all’altro sopra la mia testa.
E un’altra cosa mi balenò in testa in quel momento, mia madre avrebbe potuto essere a casa. Oh ma certo! Lei probabilmente era lì, doveva esserci. Mamma! Feci poco caso a quanto avevo intorno, solo notai la via deserta, appena spazzata da un vento leggero e l’odore del vino, sgattaiolare fuori dal vicolo dov’era l’osteria. Il portone era aperto, e subito mi trovai a salire i gradoni di ardesia, come se d’improvviso avessi acquistato venti centimetri di gambe; da quelle stesse scale ero caduta, portando un’anguria, quand’ero bambina, mi ruppi un dente, ma chissà perché lo ricordo con nostalgia.
Al secondo, al secondo piano, mi dissi. La porta di casa era aperta. Il cuore parve voler entrare prima di me da quanto batteva. Tutto si fece vivido e nel silenzio creato dal battito del mio cuore, sentii una voce, la voce di mia madre.
Entrai.
Oh, ma… No! Come per un sortilegio mi ritrovai nel corridoio polveroso, di fronte allo specchio e quel che rifletteva ora, erno il buio e le sagome scure ed ingombranti dei mobili accatastati e addossati alle pareti.
Che diavolo di sogno è mai questo? Mi domandai riprendendo a girovagare nell’oscurità. Avrei voluto aprire gli occhi al sole del mattino e svegliarmi. Non mi andava più di girare. La polvere mi chiudeva la gola e mi intrappolava la mente in un labirinto, odoroso di olio per mobili.
Le mattonelle ora erano scure ed informi appena illuminate dal chiarore della luna, ancora nascosta dietro le stesse nubi notturne di qualche tempo prima. Gli armadi e le credenze erano grosse bestie addormentate ed incastonate nell’ombra, ed io ero così stanca di camminare…Eccolo! Eccolo di nuovo. Ancora quel guizzo. Verde. Ma quello…strinsi gli occhi per mettere a fuoco e mi accorsi che il guizzo che avevo visto fino ad allora altro non era che una parte del cappotto verde di mia madre. Si me lo ricordo… nei grandi magazzini, lei mi ha perdette ed io perdetti lei. Quella è mia madre. Mamma sono qui! Lo specchio. Mi voltai indietro e per incanto, questa volta, mi ritrovai tra la gente, ed ero così piccola… eccolo ancora. Mamma! E corsi dietro al cappotto verde di mia madre che, dandomi le spalle, si allontanava da me, tra decine di altri cappotti. Poi mi tornò alla mente. Quella scena, era accaduta anni prima. Quella non era mia madre,era solo una donna con il cappotto uguale al suo. Poi la ritrovai mia madre quel giorno, ma adesso, in quella vita riflessa da un vecchio specchio impolverato, non l’avrei rivista. Era così che funzionava. A quel punto l’avevo capito. Era solo un gioco della mia mente, un gioco cattivo elaborato da un qualche folletto malvagio intrappolato nella mia testa, indispettito da anni di ricordi e di rimpianti…fu allora che lo vidi, era così bello, luminoso, come l’acqua riflessa sui muri quand’è colpita dal sole. E balenava sulla parete alla mia destra, quindi doveva nascere dal corridoio alla mia sinistra. Voltai dunque l’angolo e mi ritrovai di fronte un corridoio nuovo, più lungo e scuro di tutti quelli che avevo percorso fino ad allora. In fondo, lontano da me, vidi quella luce,e vidi che non era solo una luce, ma un saettare di colori, di colori accesi e intensi che si protendevano fuori dello specchio animandosi come tentacoli. A quel punto tanto valeva dare un’occhiata, mossi qualche passo incerto sul pavimento ormai nero, respirando ancora la tenebra polverosa intorno a me. Il mio viso si illuminò di mille e più colori e d’un tratto l’immagine nello specchio si fece vivida e chiara. Mi sentii gelare, come se all’improvviso ogni goccia del mio sangue avesse ceduto alla forza di gravità e fosse precipitata in fondo alle estremità del mio corpo.
Ma certo, non poteva essere altrimenti, in quel momento cominciai ad avere nostalgia delle mattonelle sbieche e della luce smorta di lampadine troppo antiche per funzionare ancora. Non avrei mai trovato mia madre nella vecchia casa, per strada o nei negozi pieni di cappotti senza volto, perché era morta. Mia madre era morta da tanto, tanto tempo.
Era una tomba quella che vedevo ora, allora pensai che tutto quell’affannarsi, respirando polvere e mandando giù lacrime era servito a portarmi lì, per comprendere. Ma un momento…il nome sulla tomba non era quello di mia madre…Era il mio.

Quando alzai gli occhi e guardai nel riflesso la vidi e vidi me stessa a poco più di vent’anni. I miei occhi straniti e i capelli corti, appena tagliati. Era come quando se n’era andata, come se tutti quegli anni non fossero mai passati. A quel punto non avevo altri pensieri, se non quello di stare con lei, perché era quello che avevo desiderato per tutta la vita, era lei che cercavo in ogni cosa. Se è vero che ognuno ha il suo paradiso, quello doveva essere il mio.

Nello specchio eravamo così vicine da poterci toccare, ma avevo paura di girarmi, pensai che sarebbe svanita, che sarebbe rimasto solo il suo profumo a tormentarmi, ma poi la mia mano sfiorò la sua ed io mi voltai.
E tutto intorno a noi divenne niente perché ora lei era lì con me ed io non avevo bisogno che di quello e di nient’altro.
Mamma…

Aprii gli occhi ad un sole freddo e slavato nato dall’ est di un inverno duro e lattiginoso. Non capii se quel che era accaduto nel corso della notte precedente fosse stato un sogno o il peregrinare stanco dell’ anima tra i polverosi corridoi della mia mente. Non so nemmeno se, magari, solo per qualche istante, ho messo piede nell’altro mondo. L’altro mondo… Credo ci si metta piede ogni notte, in ogni sogno, in fondo qualcuno diceva che dormire è un po’ come morire. magari mia madre sta solo dormendo in un posto lontano, dietro uno specchio, o chissà dove. Spero non nella polvere perché non la sopportava. Spero sia nel mio cuore, così ad ogni battito saprà che questa vita io la devo a lei e, forse, anche a lei piace sentirmi parlare “daldidentro”, anche quando non parlo affatto e le ripeto che mi manca infinitamente.

mercoledì 24 settembre 2008

il mio cane

quello che accade quando si prende un cucciolo di cane è, nella maggior parte dei casi, quasi inspiegabile, nel senso che con questo animale, si crea un legame simbiotico che difficilmente potrà essere spezzato nel corso della vita insieme. dico inspiegabilmente perchè, alla fine, si tratta solo di un cane...Eppure gli si vuole tanto bene che a volte lo si preferisce alle persone. forse perché, a differenza, delle persone, é fedele, e quando parlo di fedeltà intendo quella vera, nulla lo può corrompere o allontanare dal padrone. Ma non é solo fedele, é sensibile, comprende gli umori di chi lo accudisce e spesso lo consola, anche solo con la sua presenza. eppure é solo un cane. ma questo può dirlo chi non ne ha mai amato uno. E' solo un cane.
Clarence é il mio cane. Il mio fratellino peloso che mi ha protetto e tenuto compagnia per anni. Tutto l'amore che gli do lo merita per il semplice fatto di esistere. Io gli voglio un gran bene e so che mi macherà terribilmente. Chi non lo capisce non ha mai avuto un cane. o magari non lo ha mai amato.

giovedì 21 agosto 2008

sedici settembre 1999

delizia 'sì dolce s'accende e sfavilla
s'intende l'anelo nell'aria
l'ardore che soffia tra i rami
nell'acqua perpetua la luna che brilla
il sonno, celato nell'aria gioconda,
la veglia del cuore che palpita mesto.
il crepitio dell'anima
che passeggia d'autunno,
le labbra imbronciate,
accarezzate dall'ombra.
il risveglio, lontano dai sogni d'alcova.
le lacrime all'alba che addobbano i rami.
ma é dunque questo amare?
cadere addormentati nel grembo d'ogniddove?

martedì 5 agosto 2008

RICORDI

E SCENDONO BIANCHE
DAGLI OCCHI ARGENTATI
LE LAGRIME OPACHE DE' TEMPI PASSATI
DI PICCOLI ANZIANI CHE RIDON PIANGENDO
FRUGANDO NEL BUIO
PIANGENDO E MORENDO
E FRUSCIANO FRONDE
TRA NERE TEMPESTE
LE ANTICHE BALERE
L'ODORE DI FESTE
RIVIVON RICORDI DI SPENTI SORRISI
OR VECCHIO CHE MUORI
RICORDA QUEI VISI
CHE GIUNGONO GRIGI
A QUELL'ULTIMO FOSSO
CHE INGHIOTTE LA VITA
E NON PROVA RIMORSO.

venerdì 18 luglio 2008

senza data e a mia madre

ESANGUE GIACEA
TRA PETALI DI ROSA E BIANCOSPINO
SUL LETTO CANDIDO
NON DI SETA, NE DI RASO
MA SOFFICE DI FUMO
DI NUVOLE D’ARGENTO
PERVASO DA UN TRAMONTO FERMO
DEL ROSSO RUBATO ALLE SUE GOTE
ORMAI NIVEE COME LA NUVOLA
SULLA QUALE RIPOSA.
DAL SOFFICE GIACIGLIO
SCIVOLA A VOLTE UNA LACRIMA
E ALLOR PRECIPITA,
DAL CIELO BRUNO, MESTA E PALLIDA,
UNA STELLA.

lunedì 14 luglio 2008

gli anni trascorsi

dove sono le risa spensierate?
le fughe con la fanstsia a cavallo dei motorini,
E LE CHIACCHIEREe le chiacchiere,
in quelle serate,
che si pensava fossero così noiose.
Gli stupidi giochi e le parole sciocche,
il giro ed il bar.
Gli angoli colmi di stelle
Che sparivano, accartocciandosi, in nuvole di fumo.
Dove sono andati tutti?
Dov’è finita la noia?
La noia di serate passate ad aspettare
Quelle che odiavo tanto…
In quale buco nero sono scivolati quei giorni?
E dove sono io a vent’anni?

giovedì 3 luglio 2008

la luna ed il sogno

C’erano cumuli di foglie ovunque. Lungo i bordi della strada imbiancata da una luna enorme. Al limitare del bosco nereggiavano le sagome scure dei cipressi, appena scossi all’apice delle chiome, da un vento mesto di primo autunno.Non mi domandai il perché di tanto silenzio e desolazione. Se ci avessi badato, anche solo per un istante, mi sarei di certo accorta che il paese era deserto. Non una voce, nessun rumore. Il nulla, il silenzio. Percorsi il viale, fiancheggiato da olmi quasi nudi, fino ad arrivare alla piazza principale. D’un tratto, come risvegliatami da un sogno, fui travolta da un vociferare assordante. Non era il solito brusio di piazza. C’era qualcosa di spaventoso in quelle voci. Tutti parlavano allo stesso tempo, in maniera così frenetica che non riuscii a cogliere una sola parola.Finalmente giunsi davanti al mucchio. Decine di persone stavano in piedi con lo sguardo puntato verso l’alto. Tutti stretti l’uno contro l’altro, come se quella vicinanza potesse dar loro conforto. La luna era così grande quella sera, bianca come la faccia tonda di un fantasma.Cercai di farmi spazio, infilandomi tra le pieghe dei loro abiti, che puzzavano di paura e formalina. Per quanto mi sforzassi non riuscivo a vedere. Non potevo alzare lo sguardo sullo spettacolo che li teneva tutti con il naso rivolto all’insù. Le mie guance sfiorarono le loro, accarezzate dalla condensa soffiata fuori ad ogni fiato. Oltrepassai un cordolo umano, passandovi quasi attraverso e, finalmente, mi ritrovai di fronte all’oggetto di tanto interesse e di tanto orrore.Un corpo esanime pendeva, trafitto all’altezza dello sterno, dalla spada sguainata della statua di bronzo, intitolata ad un ignoto combattente. Dalle membra squarciate traboccava un fagotto lucido di un rosso acceso. Un rivolo scuro scendeva dalla bocca spalancata del mio volto. Il mio volto! Abbassai lo sguardo e vidi I miei intestini sulle mani. Fu allora che capii e fu allora che mi svegliai, madida di sudore.Un sogno…Che sollievo, solo un sogno orrendo.La luna era così grande in cielo. Bianca come la faccia tonda di un fantasma…

mercoledì 25 giugno 2008

L'ALTRO MONDO

i fantasmi esistono davvero? O meglio, esiste qualcosa aldilà della vita? Se avete letto i miei post potete immaginare la mia opinione in propostito. Però, in che modo esiste l'altro mondo? Cos'é? Un nuovo insieme di materia a noi sconosciuto? una quarta dimensione, o magari non esiste un'ladilà, ma solo un altro universo. Oppure, ancor meglio, un multiverso. E se i fantasmi altro non fossero che noi stessi e i nostri cari che, da un universo parallelo, entrano per brevi istanti in contatto con il nostro e si "manifestano" in vari modi, suscitando orrore e meraviglia al tempo stesso? Forse è proprio così, forse non esiste nulla aldilà di questa vita, ma aldilà del nostro universo forse sì, e a farci credere nei fantasmi è soltanto il terrore della morte.

lunedì 16 giugno 2008

All it has been quieted down
under the sea
The thoughts became salt,
The tears are dark and smooth stones
The light in surface is vanished
Under an algae rubbed blanket
All it has been quieted under the sea
But it is so dark here
than I cannot see life anymore.

tutto si é acquietato sotto il mare

tutto si é aquietato sotto il mare.
I pensieri son diventati sale
le lacrime, sassi neri e lisci.
La luce é sparita,
sotto una coperta d'alghe stropicciata.
Tutto si é acquietato sotto il mare
ma é così buio qui
che non vedo più la vita.

domenica 15 giugno 2008

senza età

E’ con fastidio che v’accolgo
e il cor mi si rattrista
con l’avanzar delle parole sciocche
che mi sputate addosso:
“Cresci, che il tempo non è fausto!
La fatalità ha un prezzo,
e troppi sono gli anni già trascorsi
perché tu possa risarcirla d’ogni sogno!”
Andate dunque!
E lasciate che sia il sole a coccolarmi,
che le stelle mi sorveglino
e che la mia faccia incontri l’erba
fresca, al mio risveglio.
Andate e lasciatemi ai miei sogni,
che non è tardi!
Che l’incanto non ha fine
ne con gli anni, ne con le parole;
poiché lo stesso tempo e le stesse ore
non hanno tempo, ne ore
se non quelli che gli regalate
chiamandoli per nome.
Non v’è alcun riguardo quindi,
per i miei pensieri? Che fate ancora qui?
Allontanatevi, vi dico,
giacché non ho speranza alcuna
di sincerarvi sull’indolenza mia
per il passar de’ giorni.
Se non per me, per il mio cuore,
Sparite ora!
Che senz’età son’ io
così com’è l’amore.

mercoledì 11 giugno 2008

letteralmente noi siamo i creatori della nostra realtà

quindi di che avere paura. Tutto é relativo. Una cosa non esiste finché non vi posiamo gli occhi sopra. Il nostro cervello elabora un'immagine e ce la trasmette. Il nostro cervello completa la realtà per noi. Tutto intorno a noi é energia. Nulla di quel che guardiamo é realmente come lo percepiamo. Ci sono cose aldilà della nostra comprensione che ci circondano e di quali, solo in rarissime occasioni, intuiamo l'esistenza. Che si tratti di energia, di vibrazioni, di particelle, niente é come appare, tutto é come noi vorremmo che apparisse. O meglio, come il nostro cervello vuole che appaia. Questo, chiaramente, é il mio pensiero. Molte delle idee che mi sono fatta riguardo alla realtà non percepita, vengono da letture dei libri pubblicati da Deepak Chopra e su Gustavo Rol. Sono mie idee, generatesi dalle loro.

il centenario

L’asfalto bagnato, sotto la luce dei lampioni, era un rigagnolo scuro. Sopra la città assopita, nel cielo livido si stagliava una piccola figura candida e aggraziata. Un gabbiano dalle lunghe ali, planava, lasciandosi ninnare da un vento leggero, sui grattacieli, le case popolari ed il Central Park, in procinto di annunciare un evento incredibile. Attese l’alba viola per gridare il suo proclama e fu come se ad urlare fosse stato il cielo stesso.
Un tuono possente si propagò nell’aria fresca di metà aprile, fulmini scesero zigzagando a ripetizione sulla metropoli, illuminando finestre e accendendo pozzanghere. Quello era il giorno in cui New York City avrebbe ricominciato a sognare.
Il fiume Hudson spingeva le proprie acque buie verso un mare calmo e lagnoso, che gemeva sotto il vento, che si era alzato un poco. Il gabbiano solitario tornò a volare verso l’acqua ed era l’unico in aria, gli altri suoi simili sostavano appollaiati sui tronconi, le travi, i pontili del porto; centinaia di aironi dalle piume lattiginose, tutti in attesa, schierati come un pubblico in un teatro.
Al termine dell’orizzonte, aldilà di una leggera foschia, si udì un fischio greve, lontano; in lontananza si scorse la sagoma scura di una prua.
Ora, si potevano scorgere i fumaioli, quattro in tutto. Enormi fumaioli neri, da tre dei quali uscivano volute di fumo bianche e dense che si perdevano nella nebbia come mai esistite.
Era l’alba e la nave sorpassò la statua della libertà ed Ellis Island, mentre una pioggerella minuta scendeva formando piccoli cerchi bui sul mare tranquillo. Ancora un fischio. Negli occhi curiosi dei gabbiani si rifletteva un mastodontico transatlantico, figlio di una generazione ormai estinta. Sul ponte Edward John Smith osservava i grattacieli, pensieroso, torturandosi la barba bianca con due dita. Jacob Astor, pensava alla moglie Madleine, a Vincent e a Jacob Astor VI il figlio che non avrebbe mai conosciuto. Benjamin Guggenheim salì la scalinata di prima classe e lanciò uno sguardo alla cupola di vetro che la sovrastava, il riflesso che scivolava dai vetri curvi era scuro e opprimente.
Centinaia di persone emersero dalla seconda e dalla terza classe, guardandosi intorno smarrite, tutti in silenzio, un silenzio di tomba. File scure di persone scesero dalla nave e si dileguarono fino a scomparire lungo le banchine del porto mentre altre, alle finestre della città, guardavano lo spettacolo che gli si presentava, sotto una pioggia divenuta battente.
Chi assistette alla scena della nave giunta in porto all’alba del martedì diciassette del 2012, dimenticò quanto visto oppure lo conservò come un serie di immagini sfocate partorite da un sogno ma, ancor’oggi, decine di gabbiani scrutano il cielo all’inizio di ogni nuovo giorno alla ricerca del compagno solitario che, in quella mattina gelida accompagnò il Titanic a destinazione, dopo un viaggio inaugurale durato cento anni.

lunedì 9 giugno 2008

il passero ignaro

Leggero m’apparve ed ignaro
Il passero che s’appisolava
torcendosi tutto.
Sì caro avrebbe pagato quel che sognava.
Scivolò giù dal suo nido
le ali si ruppero
e non volo più.
Lontano mi parve
come dal largo il lido,
quasi fermo, sospeso lassù.
Nella mia gabbia
trovò asilo quel giorno,
‘sì come silente guardava
Il cielo, al quale non fare ritorno.
Scrollava le piume e sognava
sognava il suo nido lontano.
Cantando il suo pianto, esalava
Nell’aria, l’anelo suo vano.
Nel giorno d’azzurro dipinto,
fissava gli stormi migrare.
Mai, il suo piccolo cuore fu vinto.
Ma, restò lì: a sognare e sperare
a sperare e sognare…
Il passero ignaro
Bagnato d’amaro.

epitaffio

Sale dalla spiaggia martoriata
Il pianto gutturale e salmastro
Che s’insinua nella chioma
Del solitario pino
Che se ne sta chino sullo strapiombo
E piange aghi anziché lacrime
Ai piedi delle querce centenarie
Che dalla mia finestra
Io vedo ogni mattino.
E ascolto i loro fiati Echeggiare nelle stanze della mia casa nera
E subito ritorna il pianto gutturale della sera
Eppure conoscendone la sorte
so che dalle loro bocche scure
Non esce che l’odore nero della morte.

qual'è la realtà?

vi siete mai chiesti cosa davvero vediamo ogni giorno e se davvero la vostra realtà é uguale a quella degli altri o se, invece, percepite colori, immagini, suoni differenti? In fondo, chi vi dice che l'azzurro del cielo che voi vedete sia uguale all'azzurro che vedo io? il mio azzurro potrebbe risultarvi viola se lo vedeste come lo vedo io. Penso, a volte, che le persone allegre ed ottimiste, siano in grado di vedere maggiori gradazioni di colore mentre, quelle più malinconiche, come me, ne percepiscano meno e magari meno brillanti. La mia realtà é creata dal mio cervello, io percepisco quel che mi circonda a mio modo, per come il mio cervello me lo fa vedere. Per questo motivo, secondo me, tutti percepiamo la realtà in maniera differente. E, sempre per questo motivo, esistono persone allegre ed altre tristi.

sabato 7 giugno 2008

ninna nanna

ninna nanna diceva la mia mamma
cullandomi la sera
ninna nanna che non v'é notte nera
finché starò con te
ninna nanna
mentre s'addormentava
seduta in fondo al letto
nel buio, accanto a me.
e dormi, dormi, dormi ancora
mentre si alzavan stormi di sogni variopinti
finché non era l'ora.
e dormi, dormi
fin quando bianca apparirà l'aurora.
ninna nanna
ho detto alla mia mamma
e dorme, dorme ancora.

questa poesia è scritta per mia madre. l'ho scritta, insieme a tante altre, quando è morta quasi tredici anni fa. Lei é sempre nei miei pensieri. non passa neanche un giorno in cui io non sia pienamente consapevole dell'amore che mi ha dato e di quanto io non me ne sia mai resa conto fino in fondo finché non mi é mancata. Per lei ora darei qualsiasi cosa, e quando c'era la davo per scontata. non fatelo mai, nulla é eterno in qusta vita. Solo l'amore.